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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


25 marzo 2010

Andare a manetta

 


C

ome tutti i padri “moderni”, il ragionier Berretti non perse tempo e appena il suo rampollo compí il diciottesimo anno d’età gli regalò una fiammante auto sportiva con tanto di... manette, raccomandandogli di essere molto prudente durante la guida. “Vedi figliolo - esordí il padre - moltissimi miei colleghi hanno abituato i loro ragazzi ad andare in auto in manette, cosí, sostengono, i loro figli non possono ‘sbizzarrirsi’ molto nella guida ed essi si sentono molto piú tranquilli. Usale anche tu, Fabrizio, farai contenta tua madre”. Il giovanotto non riuscí a celare una certa meraviglia: non riusciva a capire come potessero guidare - i suoi coetanei - l’automobile “ammanettati”. Non voleva, però, contraddire il genitore che era sicuro di avere risolto il problema della velocità, “croce” di tante famiglie, con le manette, appunto. Poi ebbe una felice intuizione e, rivolto al padre, disse: “Papà, non vorrei che avessi capito male, probabilmente i tuoi colleghi ti hanno detto che i loro figli - sciagurati - vanno sempre ‘a manetta’, cioè, come si dice in gergo, ‘a tavoletta’, ossia ad altissima velocità”. Fabrizio non conosceva quest’espressione - “andare a manetta” - ma aveva intuito, appunto, il significato: correre, andare sempre di fretta e, per estensione, fare qualcosa con grande foga, oltre, naturalmente “andare a manetta”. La “manetta”, infatti, è quella del gas che un tempo - in alcuni veicoli - ‘comandava’ l’afflusso del carburante: piú si apriva la manetta, piú affluiva il carburante, incidendo, naturalmente, sulla velocità del mezzo di trasporto.




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