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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


28 febbraio 2010

Un "orrore" accademico

 

I

n risposta a un lettore che chiede “lumi” circa l’uso corretto dell’articolo indeterminativo, gli esperti della accademia della Crusca, tra le altre cose, scrivono: L’unico caso che presenta possibili problemi è quello dell’articolo indeterminativo maschile davanti a vocale, quando si impiegherebbe l’articolo determinativo forte lo apostrofato, l’. Infatti, la variante elisa di uno non ha l’apostrofo. Si ha quindi: un ariete, un espresso, un ornitorinco, un enzima, un unguento; è sbagliato scrivere *un’animale,*un’enzima;” (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4274&ctg_id=93)

La "variante elisa", per non trarre in inganno i lettori, va emendata in "variante tronca". Il troncamento - vale la pena ricordarlo - è la caduta della parte finale di una parola. A differenza dell'elisione, che si può avere solo se la parola che segue comincia per vocale, il troncamento - cosa importantissima - si può avere anche quando la parola che segue comincia per consonante (purché non sia una "s impura", una "z", una "x" e i gruppi "gn" e "ps").

 

 

* * *

Daffare e da fare

Se consultiamo un qualunque vocabolario, il Treccani in rete per esempio, alla voce “daffare” leggiamo:  daffare s. m. (non usato al plur.). – Lo stesso che da fare, sostantivato per indicare lavoro, attività in genere, che si debba svolgere, spec. se sia intensa o crei preoccupazioni: ho un gran d.; ho avuto un bel d.; il d. non mi manca.

A nostro modo di vedere, però, è preferibile la grafia univerbata solo quando “fare” è adoperato in funzione di sostantivo: povero Giovanni, avrà un gran daffare per tenere a bada tutti quei fanciulli. In grafia scissa quando il verbo ha valore... verbale: oggi non posso uscire, ho molto da fare.

 

* * *

Segnaliamo un interessante sito per l’apprendimento di una corretta dizione:

http://www.attori.com/dizione/Diz00.htm

 




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27 febbraio 2010

"Cosí cosí" e "cosí e cosí"

 

Cosí

                     Si presti attenzione a queste due espressioni perché di primo acchito sembrano l’una sinonima dell’altra sí da potersi usare, quindi, indifferentemente. Cosí non è. Differiscono nel significato l’una dall’altra. La differenza radicale di significato la spiega, magistralmente, lo scrittore (forse poco conosciuto) Ardengo Soffici. “Ci sono degli scrittori i quali adoperano l’espressione: cosí e cosí, in luogo di quella: cosí cosí. La differenza formale tra l’una e l’altra è minima, ma quella tra i loro significati è immensa. Si dice di una cosa, di una persona, di un fatto che ci son parsi cosí cosí, per indicare che non ci son parsi né buoni né cattivi, né belli né brutti, né importanti né insignificanti, ecc. L’espressione cosí e cosí si adopera invece in tutt’altro caso; e particolarmente per indicare le varie cose che uno ha detto, o le quali si commette di dire a un altro, senza tornare a specificarle, o preparandosi a specificarle. ‘Gli dissi cosí e cosí, ed egli mi rispose cosí e cosí’. ‘Vai a dirgli cosí e cosí: che io non posso andar da lui, che lui venga da me e porti con sé quella roba’ ”.




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26 febbraio 2010

Vabbè...

 

 

D

alla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

vabbè esiste?

"vabbè" è italiano? nel Garzanti on line non c'è. Se esiste si scrive con accento o apostrofo?

grazie

(Firma)

Risposta dell’esperto:

 De Rienzo Giovedì, 25 Febbraio 2010 

No, non esiste, in ogni caso andrebbe scritto con l'apostrofo.

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“Vabbè” si trova nel Dizionario di Ortografia e di Pronunzia (della Rai):

 

 

E in moltissimi altri libri tra cui L'italiano di oggi: fenomeni, problemi, prospettive? - Pagina 46

Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli - 2008 - 241 pagine

 

 

 





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25 febbraio 2010

Il guardaroba o la guardaroba?

 


S

arebbe il caso, forse, che i curatori del dizionario Gabrielli in rete leggessero bene tutte le opere del Maestro prima di “mettere le mani” sul vocabolario. Molto spesso il dizionario in rete contraddice quanto scrive, nei libri, il linguista. È il caso di guardaroba. Cliccate su guardaroba per vedere ciò che attesta il dizionario. Vediamo, ora, quello che scrive il Gabrielli nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”. “(Guardaroba) nel significato di stanza o armadio dove si conservano vestiti, biancheria, ecc., è sempre femminile: la guardaroba; plurale le guardarobe. Dicesi anche guardaroba la persona addetta alla custodia di quella stanza o di quell’armadio; invariabile nel genere (il guardaroba, la guardaroba), nel plurale fa i guardaroba (un tempo, ma non piú dell’uso, anche i guardarobi) e le guardarobe (...)”.




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24 febbraio 2010

Due parole usate "malamente"

 


L

a prima parola è un aggettivo, erto, forma sincopata di eretto, participio passato del verbo erigere e in buona lingua italiana sta per “in salita”, “ripido”: è un viale erto, cioè ripido. Alcuni danno, invece, a questo aggettivo un significato che non gli è proprio: grosso, spesso e simili. Dicono, per esempio, quel legno è troppo erto, non serve allo scopo. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere...

L’altra parola è un verbo, precisamente il verbo esaurire. Si leggono spesso, sulla stampa, frasi tipo “il giudice ha esaurito l’inchiesta”; “l’impiegato addetto ha esaurito la pratica”; “abbiamo esaurito quel determinato compito”. A nostro modo di vedere, in casi del genere ci sono verbi piú appropriati che fanno alla bisogna, secondo i... casi: concludere, finire, portare a termine, eseguire, terminare e simili.




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23 febbraio 2010

Parole a... rischio

 


L

a parola è potentissima quando viene dall’anima e mette in moto tutte le facoltà dell’anima ne’ suoi lettori; ma, quando il di dentro è vuoto e la parola non esprime che sé stessa, riesce insipida e noiosa.

Leggendo questa massima di Francesco De Sanctis, che non abbisogna assolutamente di spiegazioni tanto è chiaro il suo “messaggio”, abbiamo pensato di parlare, appunto, della parola. Cos’è, dunque, la parola? I vocabolari la definiscono “un gruppo di suoni con cui si indica un oggetto o si esprime un’idea; la sua rappresentazione grafica”. Ma donde viene? Dal solito latino, dal latino medievale ‘paràula’, contrazione del latino cristiano ‘paràbola’, formato con ‘para’ (accanto, presso) e ‘ballo’ (colloco, metto); vale a dire ‘metto accanto’, ‘metto a confronto’, quindi ‘racconto per similitudini’, ‘per comparazione’. Che cosa ha che fare - vi domanderete - un ‘racconto’ con la ‘parola’ nell’accezione comunemente nota, cioè una sillaba o piú sillabe che abbiano un significato nell’ambito di una determinata lingua e, quindi, la sua rappresentazione grafica? Perché, insomma, la parola da racconto è passata a indicare la... parola? Il cambiamento semantico si è avuto nel latino cristiano in quanto la ‘parola’ sostituí il classico ‘verbum’ (parola) essendo le ‘parabole’ di Gesú Cristo la ‘parola’ divina per eccellenza. Tra le migliaia di parole che adoperiamo quotidianamente ve ne sono moltissime che potremmo definire “a rischio” perché la loro flessione pone problemi di carattere ortografico o morfologico come, per esempio, la formazione di alcuni plurali che possono conservare o no la “i” del singolare: angoscia, nel plurale fa angoscie o angosce? Valigie o valige? Denunce o denuncie? E il plurale di camice? E la forma corretta alterata di ufficio è ufficetto o ufficietto? E il plurale di roccaforte è roccaforti o roccheforti? E quello di pellirossa? E quello di mezzanotte? E quello di mezzogiorno? Vedete, cortesi amici, quante parole a rischio abbiamo elencato a mano a mano che ci venivano alla mente? Potremmo continuare ancora in quanto il nostro idioma - checché ne dicano gli pseudolinguisti - è ricco di parole che lasciano perplessi sulla loro grafia. Occorre, per tanto, seguire alcune regole al fine di evitare di scrivere (e di vedere scritta) una parola ora in modo ora in un altro. Bisogna evitare, insomma, la cosí detta anarchia linguistica che tanto piace a certi sedicenti scrittori. Si dice che l’abito non fa il monaco e noi, a costo di rasentare la presunzione, diciamo che il ‘nome’ non fa lo scrittore o il giornalista. E ci spieghiamo. Alcuni scrittori ‘rampanti’ si sono fatti un ‘nome’ soltanto per il contenuto ‘scottante’ o volgare dei loro racconti, prendendo sistematicamente a calci  la lingua sotto il profilo grammaticale, sintattico e, soprattutto, ortografico. Se costoro sono scrittori (o giornalisti) ‘di nome’ figuriamoci quelli che non hanno un... nome! Ma torniamo alle parole a rischio e vediamo qual è il plurale di roccaforte che alcuni ‘scrittori’ di cui sopra continuano sistematicamente a sbagliare. La regola stabilisce che nelle parole composte formate con un sostantivo (rocca) e un aggettivo (forte) prendono la desinenza del plurale entrambi i termini componenti; in parole semplici significa che si pluralizza sia il sostantivo sia l’aggettivo: roccheforti. Diffidate, per tanto, di coloro - e sono tanti - che non rispettano la regola e scrivono: roccaforti. Vediamo un’altra parola a rischio: angoscia. Anche se vi capita di leggere ‘angoscie’ (con la “i”) nelle solite “firme”, sappiate che è una grafia errata perché le parole che finiscono in “-cia” o “-gia” nel plurale perdono la “i” se questa è preceduta da una consonante. Anche in questo caso c’è chi si fa beffe della regola e scrive: ciliege e valige. Purtroppo col beneplacito di qualche vocabolario. Ci fermiamo, non vogliamo annoiarvi ancora. 

                                                                            * * *

                                                        Giochi linguistici. Si clicchi su:
            http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/giochi/quiz/sinonimi.html


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22 febbraio 2010

Incoloro...

 


L

a maggior parte dei vocabolari non sono concordi sulla terminazione di questi quattro aggettivi: insaporo, inodoro, incoloro, indoloro. Uno attesta, per esempio, incoloro e un altro incolore. Diciamolo subito, la sola forma corretta è con la terminazione in “-e”, come tutti gli aggettivi della seconda classe. Siamo rimasti stupiti, inoltre, nel constatare che una ricerca con Google ha dato la prevalenza alla forma errata: 792.000 occorrenze per incoloro e 636.000 per incolore. Perché la terminazione in “-o” è errata? Il motivo va ricercato nel fatto che questi aggettivi provengono dall’accusativo della terza declinazione latina la cui desinenza è “-em” ( incolorem). Nel passaggio dal latino all’italiano è caduta la consonante finale “m”. Diremo correttamente, quindi, incolore, insapore, inodore, indolore per quanto attiene al singolare maschile e femminile; muteremo la “-e” in “-i” per formare il plurale di entrambi i generi: liquido inodore, sostanza inodore; liquidi inodori, sostanze inodori.

 

 

* * *

 

Cortese dott. Raso,

 leggendo un  vecchio libro di mio nonno mi sono imbattuto in un termine che non avevo mai sentito: incola. I vocabolari consultati non lo attestano. Esiste? E se esiste che cosa significa? Grato se vorrà rispondermi.

Cordialmente

Severino B.

Teramo

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Incola, gentile amico, termine desueto, è pari pari il latino ‘incola’, tratto dal verbo ‘incolere’ (dimorare, abitare) e significa “abitante” (solitamente di un paese, per questo ha assunto anche il significato, non comune, di ‘contadino’).

 

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21 febbraio 2010

Inesattezze "treccanine"

 

 

“Gli idraulici”, “gli ignoranti”, “gli inviati”, “gli insetti”, ecc., si scrivono con l’apostrofo?

Per quanto riguarda l’articolo determinativo maschile plurale gli davanti a parola cominciante per vocale, la norma sembra piuttosto stabile nell’indicare sempre la forma piena, sia davanti a parola cominciante con vocale diversa da i (gli avvenimenti, gli esteri, gli ordini, gli uomini), sia davanti a parola cominciante per i (gli Italiani e non gl’Italiani, gli idraulici, gli inviati, gli insetti).

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I linguisti del “Treccani” in rete perseverano nel dare risposte inesatte o, per lo meno, incomplete. L’articolo ‘gli” - come la preposizione articolata “degli” - si può apostrofare davanti ai sostantivi maschili plurali che cominciano con la “i”. Nessuna norma grammaticale vieta l’uso dell’apostrofo: gl’italiani; degl’italiani (ma anche, naturalmente, gli italiani; degli italiani).

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20 febbraio 2010

Mandare (o andare) a monte

 


N

el linguaggio di tutti i giorni si adopera quest’espressione - conosciutissima - quando si vede fallire un progetto; quando qualcosa per cui ci eravamo impegnati, anima e corpo, finisce in un nulla di fatto; quando, insomma, falliamo e non vediamo raggiunto il nostro obiettivo. Le ipotesi circa l’origine di questo modo di dire sono le piú disparate. Quella che gode di maggior “credibilità” si rifà al gioco delle carte. Nella briscola e nel tressette il mazzo di carte da cui si ‘pesca’ viene chiamato “monte”. In caso di errori o di disaccordo tra i giocatori si rimescolano le carte e si costituisce un nuovo “monte”. La partita, perciò, viene “mandata a monte”, viene, cioè, annullata. Un’altra versione, questa piú recente ma piú ‘cattivella’, fa riferimento alla situazione di colui che - versando in condizioni economiche disagiate - si rivolge a una banca o al Monte di Pietà per chiedere un prestito, che non otterrà se non offrirà solidissime garanzie; il che equivale a un nulla di fatto: il prestito è... “andato a monte”.

 

* * *

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

molta meno

In un sevizio di un telegiornale rai ho ascoltato la seguente frase (voce su filmato) "i giovani del sud emigrano al nord perché al sud c'è molta meno ricchezza". Quel "molta meno", oltre che suonare male, a me sembra palesemente errato, perché ritengo che in tale contesto "molto" sia invariabile in quanto esprime funzione avverbiale rispetto a "meno" (in questo caso aggettivo invariabile), a cui conferisce valore superlativo. È quindi non dovuta la concordanza col sostantivo ricchezza.

Per la serie: strafalcioni giornalistici.

(Firma)

Risposta:

 De Rienzo Venerdì, 19 Febbraio 2010 

Ha ragione lei "molto" in questo caso è avverbio e resta pertanto invariato.

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Nella frase riportata dal lettore non necessariamente ‘molto’ è avverbio, si può concordare con il sostantivo (dipende dal gusto) come si può evincere dalle opere di molti scrittori e dal vocabolario degli Accademici della Crusca: Vocabolario della lingua italiana?

Accademia della Crusca, Giuseppe Manuzzi - 1861

... con molta meno fatica <f le cose traverse ...

Panorama, Numeri 902-906? - Pagina 99

1983

E adesso che il mercato sta per ripartire, i magazzini dovranno essere
ricostituiti. In secondo luogo vedo molta meno concorrenza rispetto a due anni
fa. ...

 

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19 febbraio 2010

Impazzare e impazzire

 


A

lcuni ritengono che “impazzare” e “impazzire” siano l’uno sinonimo dell’altro e che si possano adoperare, quindi, indifferentemente. Lo sono e non lo sono. E ci spieghiamo. Sono sinonimi, nell'uso, solo nell’accezione “gastronomica”, come fa rilevare il vocabolario Sabatini Coletti in rete. Impazzare, comunque, è il “padre” di impazzire, tanto è vero che il vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani non attesta “impazzire”o meglio lo mette a lemma alla voce 'impazzare'. Vediamo ora, nell’ordine, il Sabatini Coletti e il Pianigiani:

 

impazzare [im-paz-zà-re] v.intr. [sogg-v]

1 (aus. avere o essere) Fare chiasso, confusione SIN folleggiare; manifestarsi in modo rumoroso e confusionario: la festa impazza

2 (aus. essere) gastr. Detto di creme o salse, non acquisire omogeneità, fare grumi SIN impazzire

• sec. XIII

 

impazzire [im-paz-zì-re] v.intr. (aus. essere; impazzisco, impazzisci ecc.)

• [sogg-v]

1 Diventare pazzo, cadere nella follia; estens. con valore iperb., comportarsi in modo strano

2 fig. Perdere la testa o la calma SIN ammattire: c'è da i. con questo lavoro!; spesso in costr. causativa: il disordine mi fa i. || fam. da i., ha funzione di accrescitivo, avverbiale o aggettivale

3 fig. Affaticarsi in attività di precisione: i. a riordinare l'archivio

4 Detto di apparecchi elettrici o meccanici, non funzionare bene; in gastronomia, di salsa o crema d'uovo, non riuscire, perdere omogeneità SIN impazzare

• [sogg-v-prep.arg] fig. Avere una grande passione per qlcu. o per qlco. SIN entusiasmarsi: i. per un cantante; soffrire molto per qlco.: i. dal, per il dolore; essere presi da un forte sentimento: i. di gioia

• sec. XIV


 
 

 

 

                                                                 * * *

 

 

Dal sito del vocabolario “Treccani”:

“Gli idraulici” o “gli ignoranti” si scrivono con l’apostrofo?
No. Si utilizza sempre la forma piena dell’articolo

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Stupiamo di fronte a questa risposta perentoria dei linguisti del sito. L’articolo “gli” si può apostrofare benissimo davanti ai sostantivi che cominciano con la vocale “i”. La “legge” grammaticale lascia ampia libertà di scelta.

                                                --------------------------------------

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18 febbraio 2010

Bigioia...

 


Ci piace segnalare un interessante articolo di Gian Luigi Beccaria


 

Ma che bigioia è questo museo

 

 

 

 

In difesa di una parola piemontese che non è volgare e tantomeno irriverente

 

 

GIAN LUIGI BECCARIA

 

Molti tabù linguistici vengono man mano infranti. Puttana, pronunciato la prima volta nel film Il bandito da Folco Lulli (1946) fece clamore. Venticinque anni dopo, nel Lessico di frequenza preparato dalla Ibm (1971), puttana raggiungeva il 5% nei romanzi, e già il 18% al cinema. Tullio De Mauro negli Anni 70 era stato chiamato dal Tribunale di Torino per un parere su Dacia Maraini che avrebbe offeso lo scrittore Berto qualificato dalla stessa come «stronzo». Si doveva stabilire se la parola era offensiva o no. Ora questa metafora stercoraria è sulla bocca anche dai parlanti imberbi. Più di vent'anni fa Celentano pronunciò a Fantastico la parola cazzata, e suscitò scalpore. Adesso è un intercalare frequente, che, se non proprio elegante, non fa più scandalo.

Ho ricevuto questa arguta lettera di Enzo Biffi Gentili, Direttore del MIAO di Torino: «Le scrivo a proposito di una curiosa querelle linguistica che ha avuto come protagonisti da una parte il Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi, da me indegnamente diretto, e dall'altra Torino Sette, supplemento de La Stampa. Le espongo i fatti: nel titolo di un progetto grafico pubblicitario di una mostra mercato del Museo inviato a Torino Sette per essere pubblicato compariva, tra altre, la parola bigioie. Vocabolo subito giudicato come assolutamente inappropriato dalla redazione, che ne chiedeva la sostituzione.

Ora a noi sembrava evidente che trattandosi della pubblicità di un museo specializzato in arti applicate e design, quella parola, oltre a tutto accostata ad altre come babaci, giargiatule, galuperie - ci perdoni, siamo fatti così, un po' eccentrici e vernacolari - si riferisse chiaramente ai bijoux. Ma ammettendo pure, e non potremmo fare altrimenti, una certa maliziosa ambiguità semantica del termine, siamo certi che la sua pubblicazione avrebbe urtato la sensibilità dei lettori? Viviamo infatti in tempi nei quali vengono "sdoganate" parole a nostro avviso ben più urtanti, mentre quella nostra bigioia è forse la modalità eufemistica più poetica e meno volgare che esista per indicare, qualora l'avessimo voluto fare, quella cosa là. Ci scusi, per averLa disturbata a proposito di una minuzia, ma terremmo molto a conoscere, per ragioni di cultura generale, il Suo parere très autorisé sulla vicenda».

Stupisco anch'io che nel vortice di parolacce che ci circondano, nei fiumi di insulti e oscenità insopportabili che ci sommergono, si faccia i ritrosi di fronte a una parola piemontese che non è volgare e tantomeno irriverente. Il piem. bigioia, accanto al significato di «immagine di santo, santino, figura, raffigurazione», contempla l'accezione vereconda di «vulva». Si tratta di aggraziato francesismo, fr. bijou.


 

 

 

 




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17 febbraio 2010

Diminutivi "scaduti" (2)

 


L

a gente, abbiamo visto ieri, usa spesso il diminutivo senza sentirne effettivamente il valore. Il discorso è un po’ complesso, cercheremo di fare del nostro meglio per essere chiari. Vogliamo dire, insomma, che i parlanti, nel periodo di transizione dal latino al volgare (italiano), hanno adoperato il diminutivo e il vocabolo che ne è derivato ha conservato la forma alterata (diminutivo) senza averne piú il valore. Alcuni diminutivi “scaduti” che abbiamo preso dal vocabolario serviranno a chiarire maggiormente il concetto. Il coltello, per esempio, viene da “cultellu(m)”, diminutivo di “cultru(m)”, dovrebbe significare, quindi,  “coltellino”, non coltello, appunto. Castello dovrebbe significare “castellino” essendo il latino “castellu(m)”, diminutivo di “castru(m)”; fratello da “fratellu(m)”, diminutivo di “fratre(m)”, dovrebbe voler dire “fratellino”; mentre l’anello, da “anellu(m)”, diminutivo di “anulu(m)”, sarebbe ‘anellino’. Ma parlando o scrivendo, chi mai penserebbe che questi vocaboli hanno mantenuto la forma diminutiva originaria perdendone, però, il “valore”? Ciò è dimostrato dal fatto che a fratello, coltello e castello si sono affiancati ‘fratellino’, ‘coltellino’ e ‘castellino’. E per finire ci sembra interessante vedere come alcuni diminutivi sono passati nella lingua volgare, cioè in italiano, attraverso metamorfosi (vale a dire attraverso mutamenti) molto piú strane. Nessuno penserebbe che il sostantivo la “pecchia” (ape) - per la verità di uso assai raro e poetico - sia il diminutivo di “ape”, passato assieme al suo articolo attraverso queste fasi: ape(m), apecula(m), apecla, apecchia, poi con l’aggiunta dell’articolo “l’apecchia” e, infine, la “pecchia”, con il passaggio della vocale “a” iniziale dal sostantivo al suo articolo,  a seguito di un processo di “deglutinazione”. Con questo termine si indica, in linguistica, la caduta del suono originale iniziale di una parola perché ritenuto articolo o preposizione.




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16 febbraio 2010

Diminutivi "scaduti"

 


P

iluccando qua e là nella vastissima foresta del vocabolario possiamo notare - se prestiamo la massima attenzione - che molto spesso adoperiamo vocaboli che possiamo definire diminutivi  “scaduti”, vocaboli, cioè, che hanno conservato la forma diminutiva senza averne piú il valore. Questo fenomeno si riscontra soprattutto nel linguaggio scientifico. Come si spiega ciò? Occorre - per trovare la motivazione - rifarsi, come il solito, alla lingua dei nostri padri: il latino. I Romani avevano a disposizione - fra i tanti “mezzi” linguistici - un infisso che inserito tra la radice e la desinenza della parola dava a quest’ultima un valore diminutivo; questo infisso era “-ell-” oppure “-ul-”.Vediamo qualche esempio per maggiore chiarezza. Da “cell-a” con l’infisso “-ul-” tra il tema (o radice) e la desinenza (“cell-ul-a”) si aveva cellula (piccola cella); da “ov-um”, ovulo (piccolo uovo); da “rot-a”, rotula (piccola ruota). Con la lingua volgare (l’italiano) questi diminutivi hanno perso il valore originario ma hanno conservato la forma diminutiva; sono, insomma, diminutivi “scaduti”. Prendiamo, per esempio, l’ovulo. Per i nostri padri latini era un “piccolo uovo”; per noi, invece, indica un fungo a forma di uovo, conosciuto come “fungo reale”, oppure le particelle che le femmine degli animali portano con sé e che, una volta fecondate, danno origine al feto vivente. E la cellula? Per i Latini era una “piccola cantina”, nel nostro linguaggio scientifico indica, invece, l’unità ‘elementare’ dei tessuti tanto vegetali quanto animali e, in senso metaforico, l’unità di qualsiasi istituto od organismo, come partiti, sindacati, società e via dicendo. In questi casi il parlante volgare (l’italiano) anche se non sente piú il valore del diminutivo ne “vede” ancora la forma; mentre in altri casi soltanto chi ha studiato il latino riesce a cogliere nel vocabolo “volgare” l’antico diminutivo latino (essendo, appunto, scomparso). La gente, nel parlare quotidiano, usa spesso il diminutivo senza sentirne effettivamente il valore. Accade, cosí, che nell’uso la forma diminutiva finisca col prevalere su quella primitiva, sino a farla cadere nel... dimenticatoio.

(continua)




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15 febbraio 2010

Perché "Affrica"?

 


R

ispondiamo ad alcuni quesiti postici da un gentile blogghista che desidera rimanere nell’anonimato assoluto. Lo accontentiamo di cuore, sperando che gli argomenti non siano già stati trattati. Nel caso ci scusiamo con gli altri amici blogghisti.

 

Perché, ci domanda il gentile lettore, nei libri di testo degli anni Trenta il continente africano è scritto Affrica (con due “ f ”)? Tra obiettivo e obbiettivo qual è la grafia da preferire? Si dice regime forfetario o forfettario? Ancora. Perché la divisa non di servizio dei militari si chiama diagonale?

Andiamo con ordine. La grafia Affrica negli anni Trenta era di moda perché ritenuta  “piú dotta” in quanto rispettava la  “legge” del rafforzamento consonantico dopo la vocale iniziale nelle toniche sdrucciole. In seguito ha prevalso la grafia con una sola “ f ” perché piú vicina all’origine latina del nome. Quanto a “obbiettivo” o “obiettivo” entrambe le grafie sono corrette anche se alcuni linguisti amano fare un  “distinguo”: una sola  “ b ” se il termine sta a indicare uno scopo, un fine (ha raggiunto il suo obiettivo); due “ b ” se la parola si riferisce alle lenti di una macchina fotografica e simili. Per quel che riguarda il regime forfetario (o forfettario) è da preferire - a nostro modo di vedere - la grafia con una sola  “ t ” perché piú vicina all’origine francese del sostantivo: forfait. La divisa dei militari – e concludiamo – trae il nome dal tessuto del quale è composta: “tessuto diagonale”. Questo tipo di stoffa, infatti, è caratterizzato dalla presenza di fittissime linee in rilievo tracciate lungo le “diagonali” delle maglie elementari formate dalla trama e dall’ordito. Questa uniforme viene indossata, per lo piú, nel periodo invernale.




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14 febbraio 2010

La luna e la sua "lingua"

 


U

na lingua arricchisce il suo vocabolario non solo per i termini che riceve in prestito o in ‘dono’ da altre lingue - gli americanismi che abbiamo visto ieri, per esempio - ma anche, e forse soprattutto, attraverso le voci che si formano spontaneamente (fenomeno che non sarebbe azzardato definire “autogenesi linguistica”), per derivazione spontanea, appunto. Molto spesso da una sola radice (o tema) si forma un’intera famiglia di termini che, come le famiglie umane, possono essere scarse o numerosissime. Eccone una molto prolifica, quella della luna. Da questo splendido satellite sono derivati - per “parto spontaneo” - gli aggettivi lunato e lunante, che significano, entrambi, “falcato”, vale a dire curvo come la falce della luna; illune, (dal latino ‘illunis’, formato da ‘in’ privativo e ‘luna’), cioè “senza luna”: notte illune; lunatico, cioè capriccioso, volubile e i sostantivi novilunio, plenilunio, lunario e lunazione, cioè il mese lunare di ventinove giorni, oltre a lunedí (dal latino ‘lunae dies’, giorno della Luna) e a lunetta, termine adoperato in architettura per indicare lo spazio semicircolare tra l’uno e l’altro piede delle volte.

 

 

* * *

 

Due parole, due, sul verbo partire, che molti usano impropriamente con l’accezione di ‘uscire’, ripetendo l’uso del francese partir. È un uso improprio, se non ‘errato’ perché, come fa notare il linguista Giuseppe Rigutini,  partire include sempre il fine di un viaggio. Sbagliano coloro che dicono, per esempio, “parto ora dall’ufficio, sarò da te fra un’ora”. Dall’ufficio si “esce”, non si “parte”. Si parte quando si lascia una località per andare in un’altra. Diremo correttamente, quindi, “domani partiremo da Cosenza per Reggio Calabria”. E sempre a proposito di partire, lasciamo al gergo burocratico l’espressione a partire da: a partire da domani gli uffici saranno chiusi al pubblico tutti i giovedí. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere dirà: da domani o cominciando da domani...




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13 febbraio 2010

Il granturco (grano per tacchini)

 


T

utti sanno - o dovrebbero sapere - quale alito di “rinnovamento linguistico” abbia portato nel vecchio mondo (Europa) la scoperta dell’America per opera dei grandi navigatori italiani tra i quali vanno menzionati Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci. Con queste noterelle vogliamo mettere in evidenza - sperando di riuscirci - il contributo che la “lingua americana” ha dato al nostro idioma. Ben presto, dunque, gli “scopritori” si trovarono a dover designare gli oggetti, le piante, gli animali, i fenomeni che esistevano nel nuovo mondo e non nel nostro, cosí parecchi di quei nomi - entrati nel nostro vocabolario - finirono col diventare comunissimi. Basti pensare che provengono dall’America le patate, il granturco, i pomodori, i tacchini, i fagioli e le zucche. Oggi nessuno, quando va al mercato a comprare un chilo di patate, per esempio, sa di adoperare un “americanismo” tanto è comune, ormai, quel nome. E a proposito di piante provenienti dal nuovo mondo, i linguisti dell’epoca si trovarono di fronte a un dilemma: accettare i nomi adoperati dagli indigeni o coniare termini nuovi. Furono seguite ambedue le strade: per le patate, per esempio, fu mantenuto il nome “americano” un po’ alterato; per il pomodoro i linguisti crearono un nome nostrano. Ancora oggi, a distanza di secoli, c’è oscillazione fra le due “strade” per quanto attiene al nome di una pianta: il “granturco”. Chi lo chiama col nome americano “mais”, chi con quello italiano “granone”, “frumentone”, “granturco”. Perché “grano turco” si domanderà - giustamente - qualcuno? La Turchia che cosa c’entra? Nulla, assicurano storici e botanici. Colombo ci fa sapere d’aver portato lui stesso i semi di quella pianta in Spagna, di ritorno dal suo primo viaggio “americano”. Perché turco, dunque? Per alcuni linguisti (e "vocabolaristi") la risposta è piú semplice di quanto si possa immaginare: l’aggettivo turco va inteso come “esotico”. La “verità vera” del nome va ricercata, invece, in un errore di traduzione dell’inglese wheat of turkey, vale a dire “grano per tacchini”, cosí denominati per una certa somiglianza del collo di questi animali a un turbante turco (la Turchia c'entra "di striscio", per un errore dei traduttori). Provengono dal continente americano anche i cosí detti fichi d’India, cosí chiamati perché “provenienti dalle Indie”, senza specificare se venissero dall’India o dal nuovo mondo che, a causa del suo errore geografico, Colombo riteneva essere l’India. Forse annoieremmo gli amici blogghisti se elencassimo tutti gli americanismi entrati a pieno titolo nella nostra lingua nel Cinquecento e nei secoli successivi per designare animali e piante, cibi e bevande e altri oggetti d’uso comune. Vale la pena, però, citare alcuni nomi di animali di cui si ha conoscenza solo attraverso i libri o, tutt’al piú, attraverso i giardini zoologici come i giaguari, i lama, i mandú, tutti animali che non si sono acclimatati nel vecchio continente (Europa). Riteniamo interessante citare anche alcuni nomi di piante medicinali come la china e la coca, il guaiaco e l’ipecacuana (rubiacea sudamericana da cui si ricava un medicamento che ha la capacità di far vomitare). E come non menzionare un famoso legno pregiato, il mogano? E concludiamo con il cannibale, nome adoperato per indicare un antropofago, che in realtà non è che un uso estensivo del nome proprio di una popolazione delle Antille: Cannibali o Caribi.





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12 febbraio 2010

Scrittoio o scrivania?

 



A

bbiamo notato - non è la prima volta - una diversità di “vedute” tra il vocabolario Gabrielli in rete e il “Dizionario Linguistico Moderno” dello stesso Autore. Il lettore,  a questo punto, non sa come regolarsi. Ha ragione il vocabolario in linea o il “Dizionario Linguistico” cartaceo?  Nel “dizionario” cartaceo (pag. 588) leggiamo: “Scrittoio, è male usato per scrivania; scrittoio è la stanza dove si scrive, lo studio e simili; esso deriva infatti dal latino medievale scriptorium (donde l’antica voce scrittorio), che indicava appunto quella stanza del convento dove i frati amanuensi  copiavano i manoscritti. Scrivania, invece, vien da scrivano, come dire il tavolino dello scrivano; in antico esisteva anche il termine scrittoria, per indicar la tavola per scrivere, contenuta nello scrittorio”. Nel vocabolario in rete, cliccando su scrittoio, possiamo invece leggere... Personalmente, anche se tutti i dizionari ci smentiscono, diamo credito solo al “Dizionario Linguistico Moderno”.

 

 

* * *

 

 

“L’italiano e i registri violati”, di Cesare Segre

 

http://www.corriere.it/cultura/10_gennaio_13/cosi-degrada-la-nostra-lingua-cesare-segre_f86dbfb6-0015-11df-b35f-00144f02aabe.shtml

"Parole fuori registro", di Silverio Novelli

http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/scritto_e_parlato/registro.html




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10 febbraio 2010

Rinacciare

 


G

entilissimo dott. Raso,

 seguo il suo impareggiabile blog da quando è nato e vi ho sempre trovato risposte ai miei dubbi che i comuni vocabolari che consultavo non riuscivano a dissipare. Spero sia cosí anche questa volta. Vengo al “dunque”. Stavo conversando al telefono con una mia amica quando questa, all’improvviso, mi ha detto: “Ora ti saluto perché ho molti capi di vestiario da rinacciare”. Volevo chiederle il significato di questo verbo ma non ho fatto in tempo: aveva già riagganciato la cornetta. Esiste il verbo in oggetto? E se esiste che cosa significa?

Grazie e cordiali saluti

Francesco U.

Belluno

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Cortese amico, il verbo “rinacciare” significa ‘rammendare’ ed è in uso in alcune regioni meridionali. Non tutti i dizionari lo registrano perché è, appunto, un regionalismo. Ho scoperto con sorpresa, però, che viene menzionato nel “Dizionario etimologico” di Ottorino Pianigiani:

 

 

 

 
                                                                                    * * *

 

 

“Il vino delle parole nuove”, un articolo di Silverio Novelli http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/percorsi/percorsi_56.html




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9 febbraio 2010

Il pazzo

 


I

eri abbiamo parlato dell’idiota, oggi ci piace spendere due parole sul pazzo la cui origine, linguistica, naturalmente, è quanto mai incerta. Quel che è certo, invece, è il suo significato corrente: malato di mente. Alcuni linguisti, dunque, fanno derivare il vocabolo dal latino “patiens”, sofferente, quindi... “paziente”. Tesi avversata, però, dal glottologo C.Nigra il quale sostiene che nel concetto popolare il termine ‘pazzo’ non s’accompagna all’accezione di “paziente”, “malato”, quanto a quella di ‘stravagante’, ‘sragionevole’. Ma tant’è. L’origine del latino “patiens” è sostenuta, però, anche da Giacomo Devoto. Per altri linguisti, invece, la voce pazzo sarebbe un prestito dell’antico tedesco ‘Parzian’ o ‘Barjan’ (infuriare). Come si vede non tutte le “scuole” concordano e l’etimologia del pazzo resta, per tanto, assai incerta, per non dire oscura. È interessante notare, a questo proposito, le varie “sfumature” che dà alla voce in oggetto il linguista Ottorino Pianigiani: 


E concludiamo con una bellissima massima di Saul Bellow: “In un’epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia”. O no?





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8 febbraio 2010

L'idiota

 


R

iprendiamo il nostro viaggio attraverso la lingua italiana alla scoperta di parole di uso comune che con il trascorrere del tempo hanno perso il significato originario. E prendiamo una parola che è sulla bocca di tutti: idiota. Chi non conosce il significato “scoperto” di questo vocabolo? Originariamente non aveva l’accezione  di “imbecille”, “cretino”, “stupido”, di persona, insomma, tarda di mente. L’accezione attuale - e a tutti nota - l’ha acquisita, infatti, con il trascorrere del tempo. L’idiota, stando all’etimologia, è “colui che conduce una vita privata, fuori della società e dei pubblici impieghi”. La voce è pari pari il latino “idiota”, tratto dal greco “idiotès”, che significa, propriamente, “privato”, “particolare”. Colui, quindi, che mena una vita privata, particolare, per la lingua è un perfetto... idiota. Attraverso il tempo l’accezione originaria del termine, vale a dire di persona che vive in disparte,  “da privato” (quasi un misantropo), si è tramutata in “uomo rozzo”, “ignorante”, “demente”, “scimunito” perché l’idiota, vivendo da solo, appunto, non ha possibilità alcuna di affinare le proprie capacità cerebrali. Da questo secondo significato, “stupido”, sono derivati i termini medici “idiozia” e “idiotismo”, vale a dire “gravissimo arresto delle facoltà intellettive che si manifesta in modo totale o parziale”. Da non confondere, a questo proposito, l’idiotismo medico-scientifico con quello linguistico. L’idiotismo linguistico - prendiamo in prestito le parole dell’insigne linguista Aldo Gabrielli - è il sale e il pepe di una lingua. Viene dalla voce greca “idiòtismos”, tratta dall’aggettivo “idios” (mio, particolare) ed è, per tanto, quella parola o quel modo di dire che si discosta dalle leggi della grammatica ed è propria (“idios”) di una lingua o di un dialetto, di una regione o di una provincia. È, insomma, una parola che spurgata della sua “volgarità” entra in pompa magna nel patrimonio linguistico nazionale e noi tutti l’adoperiamo quotidianamente senza pensare lontanamente alla sua “volgarità” originaria. Un esempio per tutti: la “pennichella”. Termine tratto dal dialetto romanesco atto a indicare il “sonnellino pomeridiano”. Viene, infatti, dal verbo romanesco “pennere”  (pendere) e indica squisitamente quel "pencolío" della testa - ora di qua, ora di là - di una persona che si addormenta inavvertitamente.

 

http://www.etimo.it/?term=idiota&find=Cerca




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7 febbraio 2010

Apiretico o apirettico?

 

 

«L

’unica forma corretta - sostiene l’accademico della Crusca, Luca Serianni -  è apiretico: si tratta di un termine ricavato modernamente (XIX sec.) dal greco apýretos ‘senza febbre’, composto di a- con valore negativo (il cosiddetto alfa privativo) e pyretós ‘febbre, forte calore’ (la radice è la stessa di pyr, pyrós ‘fuoco’, e si ritrova in pirite, piromane, pirosi ecc.). Perché la doppia t? Probabilmente per analogia con le numerose parole – anch’esse di origine greca – uscenti in -ettico: apoplettico, asettico, dialettico, epilettico, scettico. Molti sono oltretutto i termini che condividono il comune àmbito medico e questo può aver favorito l’indebito allineamento di apiretico alla serie con -tt-».

Ottorino Pianigiani, nel suo “Dizionario etimologico”, non è di questo avviso:

  

 Non lo sono nemmeno i curatori del sito  http://www.dica33.it/APIRETTICO/glossario-termini/rlp=74920&rla=A , costoro scrivono anche “colluttorio”, termine palesemente errato. Consigliamo, naturalmente, agli amatori della lingua di seguire quanto “prescrive” l’insigne accademico.

Una curiosità: Google libri dà 668 occorrenze per apiretico e 644 per apirettico.

 

* * *

 

 

Pomodoro, quale plurale?

 

 

L’accademico della Crusca, Gian Luigi Beccaria, in un articolo sul quotidiano La Stampa in rete, scrive:

(...) Molte le oscillazioni tra forme più colte, spesso più vicine al latino, e altre diventate usuali: pronunzia/pronuncia, obiettivo/obbiettivo, gladìolo/gladiolo, cancellare/scancellare, debbo/devo. Si può scegliere l'una o l'altra forma. Soprattutto nei nomi composti è possibile una doppia possibilità: altopiani/altipiani, bassofondi/bassifondi, oppure pescecani/pescicani, pomodori/pomidoro e pomidori. (...).

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A parte quell’orribile “possibile una doppia possibilità”, il Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia), il Gabrielli in linea e il Treccani in rete “bollano” la forma pomidori di “popolanità”, il che significa che in buona lingua italiana la predetta forma è da evitare.

Gabrielli: pomodoro

Dop: 


 

 




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6 febbraio 2010

La foresta e il forestiero

 


C

i sembra interessante “scoprire” se tra la foresta, vale a dire “una vasta estensione di terreno incolto ricoperto fittamente di piante e di vegetazione spontanea” e il forestiero, cioè la “persona che non è del posto; che viene da fuori, da altre Regioni o da altri Paesi”, esiste un grado di... “parentela”. Vediamo ciò che dice, in proposito, Ottorino Pianigiani cliccando su questo collegamento: http://www.etimo.it/?term=foresta&find=Cerca. Il forestiero, quindi, anche se alcuni lo fanno derivare dal provenzale “forestier” si riconduce sempre al... latino “foris” (fuori) in quanto indica colui che è nato in un luogo diverso (fuori) da quello in cui si trova o vive. Foresta e forestiero, per tanto, si possono considerare cugini sotto il profilo prettamente etimologico perché la radice è la medesima: il latino “foris”. Il forestiero, insomma, non è colui che proviene dalla foresta (come “a orecchio” potrebbe sembrare) ma la persona che viene da “fuori”. Il forestierismo, in linguistica, non indica un termine o una locuzione derivata da lingue straniere, quindi “fuori” dei confini nazionali?

 

http://www.etimo.it/?term=forestiero&find=Cerca

 

* * *

 

Tra le parole da salvare: COLENDO (degno di onore, di venerazione, di stima ecc.) È tratto dal latino "colendus", gerundivo di "colere" (onorare, venerare).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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5 febbraio 2010

La larva

 


L

a storia del sostantivo “larva” - come quella del sostantivo “siesta” - è un’altra “prova provata” dei mutamenti cui il significato di una parola può andare soggetto nel corso dei secoli. I comuni dizionari dicono che la “larva” di un insetto è l’insetto stesso nel primo stadio della sua vita, quando non ha ancora subito le metamorfosi, cioè i mutamenti, che lo portano alla forma definitiva. Le farfalle, per esempio, prima di avere le ali e volare liberamente, passano attraverso lo stadio di larva. Questa è, dunque, per l’uomo di oggi l’accezione corrente del termine, anzi l’unico significato. Ma vediamo, subito, che non è affatto vero. In latino e nel “volgare” (l’italiano antico) il senso era un altro e il termine larva non aveva nulla che vedere con gli insetti (e i vari stadi della loro esistenza). Larva, il latino “larva(m)”, appunto, significava (e significa) “spettro”, “fantasma”, “maschera per travestimento”, quindi “aspetto non vero”. Come si è giunti, allora, all’accezione attuale? Che cosa hanno che vedere i fantasmi con gli insetti? La risposta è molto semplice. Il celeberrimo naturalista Linneo, che nella seconda metà del secolo diciottesimo tentò di classificare piante e animali nelle varie specie con nomi latini, applicò il termine larva agli insetti nella prima fase della loro esistenza, perché le “larve sono una specie di maschera da cui l’insetto è ricoperto”, destinata a cadere con le successive metamorfosi: l’insetto-larva è, insomma, come un fantasma coperto da un lenzuolo o da una maschera, appunto, che cadrà con il tempo lasciando scoperta la sua vera forma. A questo punto è facile capire come l’accezione attuale di larva abbia avuto il sopravvento sul significato originario, che ora viene quasi ignorato da coloro che non abbiano letto i testi antichi: l’adozione del nuovo significato è avvenuta, infatti, in tempi in cui si affermava il linguaggio scientifico e sempre meno si credeva ai fantasmi. Oggi nessuno di noi, quando si parla di larve d’insetti, pensa piú ai fantasmi e agli spettri. Cosí pure, quando diciamo, in senso figurato, che un uomo è ridotto a una larva per la sua magrezza, non pensiamo piú a uno spettro ma a un insetto. Occorre dire anche, per completezza di “informazione linguistica”, che talvolta il termine viene adoperato dai poeti nella sua accezione originaria. Ugo Foscolo, per esempio, nei “Sepolcri” chiama “larve guerriere” i fantasmi dei valorosi caduti che, di notte, si aggirerebbero sui campi di battaglia.

 

* * *

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

parmense

Gentili signori,

mi sono meravigliata di una cosa: Di solito, gli aggettivi toponimi latini con desinenza -ensis appaiono in italiano con -ese, come Bononiensis - Bolognese ecc. Come mai nell'aggettivo parmense si è salvata la n, mentre è caduta in tutte le altre forme simili che mi vengono in mente?

(Firma)

Risposta dell’esperto:

  De Rienzo Giovedì, 04 Febbraio 2010 

Non sempre la lingua è esatta, esistono passaggi di desinenze che non vanno nella direzione generale.

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Cortese Professore, se non cadiamo in errore, “bolognese” è tratto dall’italiano Bologna, con il suffisso

 “-ese”, che indica per l’appunto “appartenenza a una località” (milanese, torinese, catanzarese ecc.). Parmense, invece, non viene dall’italiano Parma, ma dall’aggettivo latino “parmensis”, precisamente dall’accusativo “parmense(m)”.

 




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4 febbraio 2010

La siesta

 


S

e non ricordiamo male, come abbiamo scritto altre volte, un vocabolo per svariati motivi - nel corso dei secoli - può subire dei cambiamenti di significato o “allontanarsi” leggermente dall’accezione primaria e la “siesta” è uno di questi. La siesta, dunque, vale a dire quel breve sonnellino che si fa dopo il pranzo, pur derivando dallo spagnolo, si richiama al...  latino “hora sexta”, cioè mezzogiorno. Stando all’etimologia, quindi, coloro che amano “rilassarsi” dovrebbero appisolarsi a mezzogiorno in punto o giú di lí; ma oggi non è proprio cosí, perché questo termine - come accennavamo all’inizio di queste noterelle - si è allontanato leggermente dall’accezione primaria. Vediamolo assieme. La siesta, innanzi tutto, non è un’abitudine della civiltà industriale ma di quella contadina; vogliamo dire, cioè, che è nata nel mondo agricolo. Il lavoro dei campi permette, infatti, questa “sosta pomeridiana” in tutte le stagioni: d’estate, quando il lavoro è maggiore, la “siesta” viene compensata dalla levataccia mattutina; d’inverno, quando il tempo d’illuminazione solare è piú breve, il compenso viene dalla minore mole di lavoro campestre. La siesta, insomma, era già un’abitudine dei nostri padri latini, popolo essenzialmente contadino. Il termine - come abbiamo anticipato - proviene dall’espressione latina “hora sexta” (ora sesta, mezzogiorno). I Latini, infatti, dividevano la giornata in due sezioni di circa dodici ore l’una: dalle sei alle diciotto (dodici “horae diurnae”) e dalle diciotto alle sei, l’ora del sorgere del sole all’equinozio (dodici “horae nocturnae); l’ “hora sexta”, per tanto, corrispondeva press’a poco al nostro mezzogiorno, momento in cui i contadini romani avevano finito il pranzo e si concedevano un po’ di “relax” (si perdoni il barbarismo) all’ombra, magari, di un olmo o di un ulivo. In seguito, come avviene sempre in questioni di lingua, il popolo lasciò cadere il sostantivo “hora” limitandosi a dire “sesta”, che nella lingua volgare è divenuto “siesta”. Oggi, quindi, chi può continua a godersi il pisolino non piú all’ “hora sexta”, cioè a mezzogiorno, ma nelle prime ore del pomeriggio, senza pensare, ovviamente, agli antichi padri latini.

 

 

* * *

 

Un interessantissimo e istruttivo articolo di Gian Luigi Beccaria al quale vorremmo domandare, però, perché scrive “...è proliferato in un’infinità di estensioni...” e non, correttamente, HA proliferato.

 

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=&ID_sezione=199&sezione=Parole+in+corso

 

 





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3 febbraio 2010

Andare...

 


N

on ricordiamo, onestamente, se l’argomento che tratteremo è stato già... trattato, nel caso chiediamo scusa in anticipo per la ripetizione.

Il verbo “andare”, nella sua accezione primaria “generica”, vuol dire “spostarsi”, “muoversi da un luogo a un altro”: vado a Roma (vale a dire: mi sposto dal luogo abituale per andare in un altro). Può anche, di volta in volta, acquisire il significato di “dirigersi”, “recarsi” e cosí via. È bene, quindi, che coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere non abusino di questo verbo “ambivalente” ma adoperino, secondo i casi, un verbo piú appropriato, tranne, ovviamente, in alcune locuzioni particolari - proprie del nostro idioma - in cui “andare” la fa da padrone per dare maggiore efficacia espressiva al discorso. Vediamole assieme. “Andare a fondo”, esaminare attentamente una questione; “andare a zonzo”, girellare qua e là, senza una precisa meta; “andare per le lunghe”, indugiare troppo, procedere con molta lentezza; “andare a genio”, soddisfare, piacere; “andare per la maggiore”, essere fra i primi, essere ‘di moda’; “andare in fumo”, non concludere nulla; “andare a ruba”, essere venduto in pochissimo tempo; “andare a rotoli”, essere rovinato; “andare a nozze”, sposarsi, ma anche ‘piacere’; “andare con uno”, frequentarlo assiduamente; “andare a Canossa”, pentirsi; “andare col vento in poppa”, procedere favorevolmente, non incontrare ostacoli di sorta; “andare a vuoto”, riuscire vano; “andare per terra”, cadere; “andare in persona” (locuzione poco adoperata), recarsi personalmente; “andare d’amore e d’accordo”, essere in perfetta armonia con qualcuno. Potremmo continuare, ma non vogliamo abusare della vostra pazienza che dimostrate nei nostri confronti. Non possiamo chiudere, però, senza ricordarvi che il verbo ‘andare’ è bene adoperato per indicare un particolare modo di abbigliarsi, di atteggiarsi: “andare pulito”, vestito bene; “andare in maniche di camicia”.

 

 

 

 

 




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2 febbraio 2010

L'estro...

 


T

utti conosciamo il significato di “estro”, se non altro basta sfogliare un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana e leggere: “ispirazione artistica naturale”, cioè quel “qualcosa” che guida l’artista nel creare un’opera e, sempre in senso figurato, “capriccio”, “desiderio improvviso”. Per saperne di piú, però, e per scoprire il significato “nascosto” del termine, diamo la parola a Lodovico Griffa.

Quando noi diciamo, di un poeta che “gli salta l’estro”, per dire che sente un’improvvisa ispirazione, non immaginiamo di usare, sia pure con una metafora, il linguaggio dei contadini, che vivevano nell’antico Lazio tanti secoli fa, quando Roma era un piccolo villaggio sulle sponde del Tevere. Vi parrà strano; ma è proprio cosí. L’ “oestrus” era per quelle genti contadine il nostro tafano, una specie di calabrone fastidiosissimo, che “salta” sui cavalli e li punge per succhiare il sangue. Naturalmente il cavallo reagisce al dolore improvviso della puntura agitandosi e scalpitando, dando segni di furore mal controllato. Cosí, pensa la gente, fanno i poeti quando sono assaliti dall’ispirazione: si esaltano, si accendono, e... scrivono, in uno stato d’animo quasi furioso, come il cavallo punto dall’estro. Il nome del maligno insetto è, perciò, diventato sinonimo di “stimolo”, interno od esterno, che provoca l’eccitazione poetica; e noi, oggi, senza saperlo, parliamo dei poeti come gli antichi abitatori del Lazio parlavano dei cavalli.

Quante sorprese ci riserva la storia della nostra lingua. Peccato che molti, con il loro “analfabetismo snobistico”, la calpestino.

  

 

 

 * * *  

 

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

diminutivi

Egregio Signor de Rienzo

Mi chiamo Júlio, sono brasiliano e vorrei chiederLe aiuto riguardo a un dubbio sulla lingua italiana. Non riesco a capire come si formano i diminutivi dei sostantivi. Perché si dice anellino invece di anelletto? Lavoretto invece di lavorino? Negozietto invece di negozino? Cappellino, stivaletto? Insomma, non capisco quando si deve usare la terminazione -ino e quando si usa -etto. Esiste alcuna regola che mi permetta di decidere con sicurezza quale terminazione usare?

In attesa di una sua risposta,

(Firma)

Risposta dell’esperto:

 De Rienzo Domenica, 31 Gennaio 2010 

No, non esiste una regola precisa, però la forma diminutiva generalmente è riportata sui dizionari.

 

*

Diminutivi

Però, anche tra "-ino" e "-etto"; tra "-ina" e "-etta" quando, come diminutivi, si usano entrambi, c'è una differenza. Al bambino: "mettiti la scarpina": Cenerentola ha perduto una scarpetta lungo la scalinata; alla colf: "Compra anche una scatoletta di tonno"; alla sartina: "Gli spilli riponili sempre nella loro scatolina"; "poverino", bel bambino, ti hanno rubato le caramelle! "poveretto", chiede l'elemosina. Una faccina "rosa" piena di salute. La faccetta è "nera"? Qui c'è il dubbio!

(Firma)

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Gentile Professore, abbiamo l’impressione che ci sia un po’ di confusione a proposito dell’alterazione dei sostantivi (e degli aggettivi), in particolare dei diminutivi. Il suffisso “-etto” (di origine incerta) ha per lo piú valore vezzeggiativo ed esprime affetto, gentilezza, simpatia, cordialità, a seconda dei casi: libro/libretto, maglia/maglietta, fanciulla/fanciulletta. Il suffisso “-ino” (dal suffisso aggettivale latino “-inus”, passato e diminutivo) è il “principe dei diminutivi”, vale a dire il piú comune essendo largamente presente nel linguaggio infantile: grande/grandino, letto/lettino. Nella lingua parlata produce alterazione, con valore attenuativo, in alcuni avverbi: presto/prestino, tardi/tardino, poco/pochino. Essendo il piú adoperato si ritrova anche nelle varianti “-(i)cino” e “-olino”: campione/campioncino, osso/ossicino, fresco/ frescolino.

 

 

 




permalink | inviato da FaustoRaso il 2/2/2010 alle 0:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


1 febbraio 2010

Il complemento predicativo

 


D

alla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

Compl. di denominazione?

Gentile Prof. De Rienzo,

le vorrei sottoporre una domanda. Nella frase" a Martina è stato dato il soprannome di tuttofare","tuttofare" si può considerare complemento di denominazione, pur non essendo un nome proprio.

(Firma)

Risposta del linguista:

  De Rienzo Domenica, 31 Gennaio 2010 

Sì.

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Cortese Professore, ancora una volta - nostro malgrado - siamo costretti a dissentire da lei. “Tuttofare” non è un complemento di denominazione, ma un complemento predicativo. Il complemento di denominazione indica il nome proprio (per lo piú geografico) di un nome comune espresso precedentemente: Il fiume “Tevere” bagna la città di “Roma” (Tevere e Roma sono complementi di denominazione). Il complemento predicativo si ha con un sostantivo che serve a completare e definire il significato del verbo: Giovanni è stato soprannominato il “barone” del quartiere (a Giovanni è stato dato il soprannome di...).

 

 

 




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(Giuseppe Giusti)



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