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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


31 gennaio 2009

Fare come mastro Piallino

 

L

a locuzione completa è fare come mastro Piallino che fece di una trave un nottolino, e si tira in ballo, ovviamente in senso figurato, quando si vuole mettere in evidenza la particolare “ingegnosità” di una persona che ha rovinato qualcosa di bello a furia di apportarvi delle modifiche, in particolare riducendone le dimensioni e l’ “efficacia”. Il modo di dire si riferisce anche, in senso lato, a coloro che “intaccano” il proprio patrimonio, poco alla volta, restando senza niente. L’origine dell’espressione è tipicamente popolare e si rifà alla vita di un falegname, soprannominato Piallino, che a forza di piallare una trave ne fece un... nottolino.




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30 gennaio 2009

"Con/ti/nuià/mo" o "con/ti/nu/ià/mo"?

 

D

allo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete

Un forumista scrive:

La pronuncia di "continuiamo" dipende dal numero di sillabe, in cui si può dividere la parola. Ora, questa parola si può dividere in 4 oppure 5 sillabe:

1)con/ti/nuia/mo

2)con/ti/nu/ia/mo

Nel primo caso la pronuncia indotta è:

continüiamo e la "i" dopo "ü" con l'umlaut, viene assorbita e quasi non si sente.

Nel secondo caso per giustificare la sillaba "ia", la "i" si modifica nella semivocale "j" e la sillaba si pronuncia come "ja". Pronunciando risultano due parole diverse. E' chiaro che regolarmente (preferendo leggere l'italiano come si scrive), si dovrebbe privilegiare la seconda dizione. Ma nel linguaggio corrente si usa la prima (a quattro sillabe). Si deve osservare che la pronuncia corrente è indotta anche dai suoni limitrofi, che condizionano il movimento della lingua.

-------------------

Il linguista non ha trovato nulla da eccepire. Noi, modestamente, sí. Il forumista sostiene che “continuiamo” si può dividere in quattro (con-ti-nuià-mo) o cinque sillabe (con-ti-nu-ià-mo). Riteniamo, invece, che si componga  solo di cinque sillabe. Infinito: con-ti-nu-à-re. I persona plurale presente indicativo: noi con-ti-nu-ià-mo. La divisione quadrisillabica che propone il lettore è errata. La sillaba è un incontro di lettere che si pronunciano con una sola emissione di fiato: con (una sola emissione) ti (una sola emissione) nu (una sola emissione) (una sola emissione) mo (una sola emissione). Nella divisione "quadrisillabica" (che, ripetiamo, a nostro modo di vedere è errata) il gruppo nuià si pronuncia con due emissioni di fiato, di conseguenza si hanno due sillabe, non una.

 




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29 gennaio 2009

"Fare il biscotto"

 


F

are il biscotto - e rispondiamo al gentile blogghista  Ottorino M. di Ancona - è un modo di dire che si “tira in ballo” quando si vuol mettere in evidenza il fatto che una persona cerca di imbrogliare, di trasgredire un regolamento per il proprio tornaconto. Gli appassionati di ippica dovrebbero conoscere la locuzione perché deriva proprio da quel “mondo”. Nel gergo degli ippodromi l’espressione suddetta ha il significato di truccare una corsa somministrando ai cavalli delle sostanze proibite, molto spesso impastate in un... biscotto.




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27 gennaio 2009

"Diffidare"

 

S

ull’uso della preposizione da usare con il verbo diffidare seguito da un infinito i vocabolari Sabatini Coletti e il Gabrielli, entrambi in rete, sono in disaccordo: l’uno indica la preposizione “da”, l’altro la preposizione “a”. Personalmente concordiamo con il Gabrielli.

Sabatini Coletti : diffidare

[dif-fi-dà-re] v.

v.intr. (aus. avere) [sogg-v-prep.arg] Non fidarsi, dubitare di qlcu. o di qlco. SIN sospettare: d. delle novità

v.tr. [sogg-v-arg-prep.arg] Intimare a qlcu. di astenersi dal fare qlco., con il secondo arg. espresso da inf. in funzione di s.m., preceduto da da: ho diffidato il segretario dal prendere iniziative

• sec. XIII

 

Aldo Gabrielli: diffidare

 

 

diffidare
[dif-fi-dà-re]
(diffìdo)
A
v. intr. (aus. avere)
Non fidarsi, non avere fiducia: diffidava di tutti e di tutto; ho sempre diffidato delle facili promesse
? Dubitare: diffida delle sue forze
? SIN. sospettare
| CON. confidare

B
v. tr.
1
DIR Inviare una diffida a qualcuno, ingiungere a qualcuno di fare o non fare qualcosa: la polizia lo ha diffidato a lasciare entro due giorni la città

2
ant. Sfidare: e colle spade si son diffidati Pulci

 

Copyright © Ulrico Hoepli Editore 2007

 







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25 gennaio 2009

Aggiornamento del sito

 

Da oggi - e per un periodo indefinito - questo

portale

potrebbe non essere aggiornato

quotidianamente. Ci

scusiamo con gli amici blogghisti che ci seguono

da

tempo.




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24 gennaio 2009

Il carnevale

 

 

Siamo entrati nel periodo carnevalesco. Riproponiamo, per l’occasione, quanto scrivemmo lo scorso anno per gli amici blogghisti che avessero perso queste modeste noterelle, scusandoci con gli altri per la... ripetizione.

 

 

S

iamo in pieno periodo carnevalesco, come non spendere, quindi, due parole due su questa “festa”? Dal punto di vista prettamente etimologico il carnevale (o carnovale) è il latino “carmen levare”, vale a dire “togliere la carne”, non mangiare carne, insomma. E questo perché è il periodo che precede l’altro periodo in cui la Chiesa (adesso le cose sono un po’ cambiate, ci sembra) proibisce di mangiare carne per tutto il lungo digiuno della quaresima. Potrà sembrare un po’ strano il fatto che questa festa “consacrata” – per certi aspetti – alle gozzoviglie possa prendere il nome dalla fine di ogni godimento (la carne). C’è da osservare, a questo proposito, il fatto che originariamente il “carmen levare” era riferito esclusivamente all’ultimo giorno della festa, vale a dire al martedì grasso, ritenuto giorno “preparatorio” al digiuno.

   Quanto alla “storia”, si tratta di una festa dalle tradizioni antichissime, tanto da potersi considerare la continuazione della festa dei Saturnali che i nostri antenati Romani celebravano verso la fine di dicembre. Dal punto di vista cristiano il carnevale è il periodo che va dall’Epifania al primo giorno di quaresima e in origine – come abbiamo visto – era il solo giorno che precede alle Ceneri. Il carnevale, insomma, è “un periodo di divertimento, di allegria, di baldoria immediatamente precedente la quaresima, cioè fino al mercoledì delle Ceneri”. Durante il carnevale insomma, se non cadiamo in errore, si consuma quella sfrenata allegria che cessa di colpo con il sopraggiungere della quaresima che apre un periodo di penitenza e di sobrio raccoglimento.

   Tornando un momento sulla sua “origine etimologica”, non possiamo sottacere la tesi di alcuni Autori che fanno derivare il termine dal latino “carrus navalis”, ‘carro navale’, vale a dire “nave su due ruote” che si usava portare in giro nelle processioni festive (da qui, appunto, la tradizione, ancor oggi viva, dei famosi “carri”?). Il carnevale ci ha richiamato alla mente il… “Carnevaletto delle donne”. Diamo la parola a Ottorino Pianigiani – insigne linguista – il quale sarà più chiaro dell’estensore di queste modestissime noterelle.

   “Quest’espressione risale al tempo in cui infieriva nelle province meridionali dell’Italia certa strana malattia nervosa attribuita al morso della tarantola, contro la quale si reputava unico rimedio la danza al suono dei tamburelli e dei pifferi. Infatti per risanare o almeno diminuire le sofferenze di questi ammalati, fino al XVII secolo era costume che intiere turbe di sonatori girassero i paesi meridionali d’Italia nei mesi d’estate, e che nelle città e nei villaggi venisse intrapresa in grande la cura dei ‘tarantati’: e questo tempo del ballo e dei suoni appellossi il ‘Carnevaletto delle donne’ mentre esse più che gli uomini se ne interessavano e per tutta la loro provincia accumulavano a tale oggetto i loro risparmi, e trascuravano perfino le faccende domestiche per prendere parte a questa festa e potere compensare i bene arrivati sonatori. Anzi, Ferdinando Medico di Messapia del secolo XVII narra di una certa Mita Lupa, agiata signora, che consumò per tale oggetto tutto il suo patrimonio”.

   Oggi è caduto il complemento di specificazione ed è rimasto in uso solo “carnevaletto”, diminutivo di carnevale, con il quale si indica qualunque tempo di allegria e di baldoria. Mentre a Milano, con “carnevalone” si intende il prolungamento del carnevale dal mercoledì delle ceneri alla domenica successiva e secondo il rito ambrosiano è il primo giorno effettivo di quaresima.

   E concludiamo – queste noterelle – con una curiosità che esula dall’argomento trattato. Perché una persona che cambia pensieri e propositi si dice volubile? Perché può “ruotare”, “girare”, quindi  “cambiare” (parere). Volubile è, infatti, il latino “volubile(m)”, derivato di “volvere” (girare intorno, volgere) e, quindi, in senso figurato, “mutevole”, “incostante”.          

 




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23 gennaio 2009

Avere voce in capitolo

 


D

allo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

 

"avere o non avere voce in capitolo"

Caro Prof.De Rienzo,

La frase "avere o non avere voce in capitolo" largisce o nega un riconoscimento di importanza ad una determinata persona.

Le chiedo di precisarmi l'origine della locuzione, che mi sembra da inquadrare in un contesto monastico antico.

Spero, stavolta, che il mio italiano non susciti proteste, come, di recente, per un'altra mia osservazione.

(firma)

 

 De Rienzo Giovedì, 22 Gennaio 2009 

Per "voce in capitolo" facciamo un appello al Forum.

In quanto alle proteste, non prenda le osservazioni per giudizi: insomma non se la prenda proprio.

-------------------

L'espressione "avere voce in capitolo" riguarda la possibilità da parte di un interlocutore, sia esso un soggetto fisico che giuridico che sociale o di altra natura, a poter esprimere la propria opinione o punto di vista o esigenza.

Un esempio di tale espressione è "Gli studenti non hanno avuto voce in capitolo nella stesura del nuovo regolamento scolastico".

L'espressione risale agli usi dei conventi: il Capitolo, nel convento, era il luogo in cui i monaci, sotto la supervisione del priore, si riunivano e discutevano dei problemi della loro comunità.

I novizi non potevano partecipare, se non in occasioni speciali e sotto la espressa autorizzazione del Priore; da qui l'espressione che il novizio "non aveva voce in Capitolo".

 

(Wikipedia)

 

Si veda anche questo collegamento:

http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/sites/default/BancaDati/Vocabolario_online/C/IL_TRECCANI_c_011077.xml




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22 gennaio 2009

Questioni linguistiche (le lettere dell'alfabeto)

 


Dal Forum “Scioglilingua”, del Corriere della Sera.

 

I

l prof. De Rienzo sostiene che le lettere j k w x y esistono anche nell'alfabeto italiano e può darsi abbia ragione. Soprattutto vista l'invasione di parole, considerate normalmente "italiane", che richiedono quelle lettere. Tuttavia a me, a suo tempo, fu insegnato che l'alfabeto italiano ha ventuno lettere e non ventisei. Quanto all'origine di quelle cinque lettere, probabilmente sarà maat, con la sua erudizione, a fornirci dati esaurienti. Comunque x e y esistevano già nell'alfabeto latino. La "y" soprattutto in parole di origine greca. Per le altre tre consonanti penso tutto sia nato dall'esigenza di adattare un alfabeto, perfettamente fonetico per il latino, a lingue diverse dal latino stesso e con una diversa fonologia. Già noi moderni usiamo una lettera, la "U", che non esisteva in quell'alfabeto: i romani usavano solo la "V". Fu in seguito, per quel che credo di ricordare, che si creò la "V arrotondata", cioè la "U". Poi, si usano artifici ortografici. Per citare un caso, tutti gli europei (salvo gli spagnoli), abbiamo avuto il problema di riprodurre il suono "sc" di scena, che in latino non esisteva. E infatti noi scriviamo "sci" dinanzi ad a, o ed u, e "sc" dinanzi ad "e" ed "i"; i francesi usano il gruppo "ch", gli inglesi il gruppo "sh" e i tedeschi il gruppo "sch". I segni sono comunque molto più di ventisei. C'è la ß, che in tedesco corrisponde a due esse, c'è la ø degli alfabeti nordici ecc. Gli alfabeti moderni basati su quello latino sono in fondo degli adattamenti.

 

(www.pardo.ilcannocchiale.it

Si consiglia di leggere anche il commento di maat
http://www.pardo.ilcannocchiale.it/comments/2147892

                                                             * * *

 

Quanto meno - errato l'uso di questa locuzione nell'accezione di almeno, per lo meno. Non diremo, quindi, gli scriverò o quanto meno gli telefonerò, ma, correttamente, gli scriverò o per lo meno (almeno) gli telefonerò.

 







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21 gennaio 2009

"A pera..."

 


F

are una cosa a pera, vale a dire fatta male. Perché? Perché le pere sono il frutto che rappresenta la maggiore irregolarità di forma. La irregolarità della pera, quindi, dà il senso di qualcosa di deforme, di mal costruito e, per estensione, di mal congegnato, quindi di... insensato, di illogico, irrazionale. Di qui anche l’espressione “essere un discorso (fatto) a pera”, cioè sconclusionato, senza senso, senza logica. Con significato affine le locuzioni  “essere il discorso di Arlecchino”, un discorso, cioè, arruffato, che non regge, privo di logica; “essere una pappardella”, vale a dire un ragionamento o uno scritto sconnesso, sconclusionato e, molto spesso, anche noioso.


                                                                           * * *
 
Un articolo di Gian Luigi Beccaria:             http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=&ID_sezione=199&sezione=Parole+in+corso




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20 gennaio 2009

"Pignolerie" linguistiche

 


Colare – nei tempi composti si adopera l’ausiliare essere se si prende in considerazione il liquido che cola: il vino è colato tutta la notte dall’otre; l’ausiliare avere, invece, riferito al contenitore: l’otre ha colato tutta la notte.

Dentro – avverbio e preposizione. In funzione di preposizione, con il significato di  in, nel, si unisce direttamente al nome o si accompagna alle preposizioni a o di: dentro la casa, dentro al cassetto. Se segue un pronome personale l’uso della preposizione di è obbligatorio: voglio leggere dentro di te.

Deprezzare – verbo da lasciare al linguaggio commerciale. Diremo, correttamente: svalutare, svilire e simili.

Derisore – aggettivo e sostantivo. Come aggettivo, terminando in "-e", nel femminile singolare resta invariato. In funzione di sostantivo, invece, nella forma femminile singolare muta la e in a: derisora.


 
---------

Per il significato “intrinseco” del denominale “pignoleria” (tratto da “pignolo”) riteniamo interessante vedere questo collegamento: http://www.treccani.it/Portale/elements/categoriesItems.jsp?pathFile=/sites/default/BancaDati/Vocabolario_online/P/IL_TRECCANI_p_112035.xml







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19 gennaio 2009

Questioni linguistiche

 

L

’espressione “Lei e Suo figlio dovrete recarvi” è stata giudicata  dal prof.De Rienzo ("Scioglilingua", Corriere della Sera in rete, ndr) non illogica e tanto meno sbagliata. Tuttavia, grammaticalmente non si può non notare che “lei” è terza persona, “suo figlio” è una terza persona, e due terze persone non possono fare una seconda persona plurale. Dunque, grammaticalmente, pollice verso. Poi, dal momento che il senso sottostante è “voi due”, si può fare un accordo ad sensum, e l’espressione sarà logica: ma grammaticalmente rimane inaccettabile. Bisognava dire “Lei e Suo figlio dovranno recarsi”. Insomma, “dovrete” può essere tollerato, non applaudito.

 

Qualcuno, leggendo un vecchio testo dell’Ottocento, scritto in Sicilia, ha trovato l’espressione “sparmammo l’ombrello”, il senso essendo che l’aprirono perché si era messo a piovere. Ed ha chiesto notizie di questo verbo. Ci sarà sicuramente chi ne sa più di me ma. partendo dal dialetto, posso dire che “spammari” significa “spalmare” e può darsi che nel testo citato dal lettore chi scriveva, sapendo che in siciliano si usano spesso assimilazioni di consonanti, nel dubbio abbia interposto una “r” invece di una “l”. “Cimentu ammatu” è per esempio il cemento armato. Una doppia “m” può nascondere sia il gruppo “rm” che il gruppo “lm”. Infatti “almeno” diviene “ammenu”. “Sparmammu” sarebbe dunque “spalmammo”, anche se l’uso di “spalmare” per indicare l’apertura dell’ombrello è sorprendente e potrebbe esserci un’altra spiegazione.

 

(www.pardo.ilcannocchiale.it)

 

 

* * *

 

Certi – forma plurale dell’aggettivo certo. È improprio l'uso di  certi in sostituzione dei pronomi certuni e taluni (anche se c'è l' "imprimatur" di qualche vocabolario); non diremo, quindi, certi credono di passarla liscia ma, correttamente, taluni (certuni) credono di passarla liscia.


 

* * *

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Problemi di lingue

Egregio De Rienzo

mi domandavo se sapeva dirmi come vengono chiamate quelle parole che nascono dalla fusione di una parola inglese e di una italiana.

(Firma)

 

 De Rienzo Sabato, 17 Gennaio 2009 

Direi genericamente neologismi. Ma sono pronto ad accettare smentite.

--------------------

Si chiamano "ibride" perché formate con vocaboli di lingue diverse (come recitano i vocabolari).


                                     http://www.etimo.it/?term=ibrido&find=Cerca


 




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18 gennaio 2009

Irridere...

 


S

i presti attenzione al verbo suddetto che può essere transitivo e intransitivo. È transitivo quando sta per deridere, schernire e si costruisce con il complemento oggetto: lo irrisero tutti; si può adoperare anche nel significato (che sconsigliamo) di eludere, trasgredire: irridere un divieto. È intransitivo, invece, quando si usa con l’accezione di mostrare disprezzo e simili: irrisero alla sua bontà.


Il Sabatini Coletti e il Gabrielli, vocabolari consultabili in rete, attestano il su citato verbo, "stranamente", solo transitivo. 






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17 gennaio 2009

Questioni linguistiche

 


I

l prof.De Rienzo, sul “Corriere della Sera” (Forum “Scioglilingua”)  preferisce costatare a constatare, ma lo Zingarelli, se si cerca costatare, rinvia a constatare. Materia opinabile, dunque. Probabilmente De Rienzo ha preferito un suono più consono al sistema fonologico italiano (nel quale il gruppo “nst” si è sempre ridotto a “st”, da Constantino a Costantino, da instantaneo ad istantaneo, ecc.), mentre il dizionario ha voluto tenersi vicino all’etimologia. Che del resto è abbastanza curiosa. Constatare deriva infatti da “constater”, francese, e questo a sua volta da una terza persona, “constat”, latino, che significa più o meno “risulta”, parola che veniva messa in evidenza in una certificazione. Anche oggi, in francese, si può dire “un constat”, per dire “un accertamento”. Da una terza persona prima si è fatto un nome e poi un verbo. Fenomeno analogo si è avuto in inglese. Nelle opere teatrali, per indicare il momento in cui un attore finiva il proprio intervento, si scriveva (in  latino) “exit” (dalla scena). E da questo verbo è nato il nome “exit”, ancora oggi di uso corrente. Tanto che molti sono convinti che sia solo una parola inglese.

 

Riguardo all’uso di “volevo sapere” invece di “voglio sapere”, si tratta della volontà di attenuare l’imperatività della richiesta, con forma analoga a “vorrei sapere”. Vorrei, condizionale, significa “se lei è del parere di dirmelo”, così come “volevo sapere” significa, anche un po’ assurdamente, “desideravo saperlo ma ora che sono dinanzi a lei non ho il coraggio di chiedere”.

 

Quanto al senso delle domande del tipo “non ti avevo detto di rimettere a posto quel giocattolo?”, si tratta di domanda retorica ma credo di potere aggiungere, per la gentile lettrice, che il senso della frase è “Puoi forse negare che ti ho detto di rimettere a posto quel giocattolo?”, “Hai il coraggio di sostenere che l’hai dimenticato?” Si tratta dunque di una domanda retorica (non di un’affermazione) che ha il sapore di una minaccia.

 

Per “l’acqua toffana”, di cui non avevo mai sentito parlare, lo Zingarelli spiega che “l’acqua tofana” (con una sola “f”) è un veleno a base di arsenico.

 

(www.pardo.ilcannocchiale.it)

 

 

* * *

 

Dire il Paternostro di S. Giuliano

 

Questo modo di dire, ormai desueto e relegato nella soffitta della Lingua, era “di moda” ai tempi del Boccaccio e significa “chiedere l’elemosina confidando nella carità altrui”. Era, infatti, la preghiera che i mendicanti recitavano, per la strada, ai viandanti ricevendo, in cambio, una piccola elemosina. Vediamola assieme. “Il beato messer santo Giuliano venía dal monte Calvaro con la croce dell’oro in mano, allo scender di monte al piano trovò il serpente, l’orso e il lione; legasti lor la forza e la balía , e cosí liber me e chi è in mia compagnia; poi trovasti il malandrino, legatigli il braccio e la bocca e la mano; cosí priega il mio signore Gesú Cristo e la beata vergine Maria che difenda me e la mia compagnia. Chi questo per l’amore di san Giuliano portereae, d’ogni febbre e sciagura campato sarae. Amen”.

 

 

Visto che siamo in tema, vediamo che cosa è - sotto il profilo linguistico - questa elemosina cliccando su      http://www.etimo.it/?term=elemosina&find=Cerca

 


 

* * *

 

La maggior parte dei quotidiani, tra cui la Repubblica e Il Corriere della Sera, titolano: “Israele pronto a...”. Non ci stancheremo mai di ripetere che Israele è di genere femminile (la grande Israele), confortati in ciò dal “Dizionario Linguistico Moderno” di Aldo Gabrielli che a pagina 925 recita: “Israele, nome proprio geografico femminile (agg. m. e f. ‘israelita’; l’abitante, ‘israeliano’)”.






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16 gennaio 2009

Sposare sotto l'albero fiorito

 


C

hissà quanti amici blogghisti, inconsapevolmente, hanno messo in pratica questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - che significa “sposare senza l’approvazione ecclesiastica”, vivere in concubinaggio. La locuzione sembra sia nata a Roma, ai tempi della Repubblica Romana del 1798. Narrano le cronache del tempo che allora i matrimoni si celebravano sotto l’albero della libertà innalzato sulla piazza del Campidoglio dove i promessi sposi, perché la loro unione fosse ‘legalmente’ valida, dovevano pronunziare alla presenza di un ufficiale dello stato civile la semplice formula: “Questo è mio marito”, “Questa è mia moglie”. Da questa usanza è nato, appunto, il modo di dire suddetto, sposare sotto l’albero fiorito, vale a dire convivere senza regolare matrimonio.  








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15 gennaio 2009

Il plurale dei nomi in "-orio"

 


A

lcuni vocabolari (ma forse tutti) ritengono che il plurale dei nomi
in “-orio” si faccia regolarmente, vale a dire sopprimendo la desinenza finale “-o”: il dormitorio, i dormitori. Dissentiamo totalmente. Poiché l’argomento ci sembra della massima importanza riteniamo sia il caso di specificare che tutti i sostantivi che finiscono in “-orio” nella forma plurale prendono la doppia “i” (ii): l’oratorio, gli oratorii. Seguendo questa semplice regoletta saremo sicuri di non trovarci mai in difficoltà e, quindi, di non cadere in errore o creare ambiguità. Il plurale di “oratore”, per esempio, potrebbe confondersi con il plurale di “oratorio”. Per non creare confusione diremo, per tanto, che gli oratori hanno tenuto una conferenza negli oratorii. Ancora. Il plurale di dormitorio (con una sola “i”) potrebbe confondersi con il plurale di “dormitore”, voce arcaica ma pur sempre esistente.

Alcuni linguisti consigliano, in proposito, di segnare l'accento grafico sul plurale dei sostantivi in "-orio" per non confonderlo con il plurale di parole simili: direttòri (plurale di direttorio) e direttóri (plurale di direttore).




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14 gennaio 2009

La "diatesi"

 


C

ortese dr Raso,

 avrei bisogno di “notizie” circa un termine linguistico che ho sentito per la prima volta: diatesi. Le grammatiche in mio possesso non ne fanno menzione e i vocabolari che ho consultato non sono chiari.

 Grazie e cordiali saluti

 Carmine C.

 Lamezia Terme

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Gentile Carmine, ha perfettamente ragione, molti “sacri testi” grammaticali, chissà perché, snobbano alcuni termini linguistici che, al contrario, andrebbero “resi pubblici”. In grammatica, dunque, la diatesi si riferisce a un verbo e descrive la relazione tra l'azione (o lo stato) che il verbo esprime e i partecipanti identificati dagli argomenti (soggetto, oggetto ecc...). In italiano abbiamo tre diatesi: attiva, passiva e riflessiva. Quando il soggetto è l'agente, il verbo ha una diatesi attiva. Quando il soggetto è il paziente, scopo o in generale ciò che subisce l'azione, il verbo avrà una diatesi passiva. Se l'azione ricade sul soggetto stesso, il verbo avrà una diatesi riflessiva.

Per esempio, nella frase:

Il bambino mangia la mela

il verbo mangiare ha una diatesi attiva, ma nella frase:

La mela è mangiata dal bambino o La mela viene mangiata dal bambino

il sintagma verbale "è mangiata" corrisponde ad una diatesi passiva. Infine:

Il bambino si lava

l'azione ricade sul soggetto che è contemporaneamente l'agente. Questa è la diatesi riflessiva.

Nella trasformazione da una proposizione attiva ad una passiva, il soggetto e l'oggetto si scambiano di ruoli. L'oggetto diretto si eleva ad un soggetto, mentre il soggetto si declassa ad un complemento (facoltativo). Negli esempi di cui sopra, la mela ha la funzione di oggetto diretto nella diatesi attiva, ma diventa soggetto nella diatesi passiva. Il soggetto della frase attiva, il bambino, diventa parte di un sintagma preposizionale nella frase con la diatesi passiva, e può anche essere sottointeso (la frase la mela viene mangiata è di senso compiuto).

(wikipedia)

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Dal  “Treccani” in rete

diatesi /di'atezi/ s. f. [dal gr. diáthesis "disposizione"]. - 1. (gramm.) Categoria grammaticale del verbo che esprime la relazione tra il paziente di un evento e il soggetto agente, a cui corrisponde una flessione verbale specifica: d. attiva, media, passiva. 2. (med.) Predisposizione, per lo più ereditaria, a presentare determinati ordini di manifestazioni patologiche: d. linfatica, allergica.

 

 


 

 







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13 gennaio 2009

A proposito di "abbonamento"

 



# 1    commento di   Monmartre Monmartre23 -   lasciato il 12/1/2009 alle 15:20

,89.96.139.73

[sospendi commento]

 

Buon giorno,
visto che esiste il termine 'abbuono', da cui deriva il verbo 'abbuonare', si può ottenere 'abbuonamento'
La Treccani on line riporta 'abbuonare' e suggerisce come preferibile 'abbonare'.
Se non ricordo male la regola del dittongo mobile non è obbligatoria e dipende molto dall'uso.

Si riscontro, comunque, il termine abbuonamento non solo per il canone RAI.

Cordiali saluti

------------------------

Gentile Monmartre,

 fa un po’ di confusione: “abbuono” deriva da “abbuonare” e non viceversa. Ma non è questo il punto. Il punto è che ci sono due verbi dal “suono” simile ma dal significato completamente diverso: abbonare e abbuonare. Il primo indica la stipulazione di un contratto: Giovanni è abbonato alla Tv (abbonamento); il secondo si riferisce a un condono o a uno sconto: mi è stata abbuonata (condonata) la somma non versata.








 


 

 






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12 gennaio 2009

"Dattilogramma"




D

attilogramma – attenzione a questo sostantivo. Non è, come alcuni credono, un telegramma battuto a macchina, bensì la riproduzione in serie delle impronte digitali di una persona e conservate negli archivi della polizia. Il suo plurale sarà, naturalmente, dattilogrammi.
Il "Treccani" in rete, stranamente, non lemmatizza il termine.




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11 gennaio 2009

"Rispetto a..."

 

È

 invalso l'uso, "non ortodosso", di adoperare la locuzione rispetto a...  come termine di paragone o di contrapposizione. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non la usi, anche se c'è l' "imprimatur" di alcuni vocabolari. Una città, per esempio, è piú o meno bella di un'altra (non rispetto a un'altra); cosí come non si dirà che i sindacati rispetto agli industriali rivendicano piú investimenti; si dirà, "correttamente": i sindacati, nei confronti degli industriali, rivendicano piú investimenti.

 




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10 gennaio 2009

Astrologi o astrologhi?

 


R

iproponiamo - se non ricordiamo male -  quanto scrivemmo tempo fa perché la cosa ci sembra della massima importanza. Ci spiace immensamente dover parlare male di alcuni vocabolari, anche perché conosciamo benissimo la “fatica” che comporta la loro compilazione. Ma sappiamo altrettanto bene che i “fruitori” della lingua hanno bisogno di notizie chiare, precise e non debbono essere “ingannati” da certi dizionari che riportano i famosi “ma anche”… come nel caso del plurale dei nomi in “-logo”: astrologi e astrologhi.

   Come dicevamo moltissimi vocabolari ammettono, appunto, entrambe le forme: “-gi” e “-ghi”; non siamo assolutamente d’accordo, una “regola” ci sarebbe e andrebbe rispettata.

   Per non creare ulteriore confusione mettiamo da parte i sostantivi in “-logo” e occupiamoci dei nomi in “-co” e “-go” (nei quali sono compresi anche quelli in “-logo”).

  Se i predetti sostantivi hanno l’accentazione sulla terzultima sillaba (accento che si “legge” ma non si segna), ossia se sono parole cosí dette sdrucciole, faranno il plurale in “-ci” e “-gi”: canonico, canonici; astrologo, astrologi. Se, invece, sono parole piane, hanno cioè l’accento tonico sulla penultima sillaba, faranno il plurale in “-chi” e “-ghi”: buco, buchi; mago, maghi.

   Non mancano, naturalmente, delle eccezioni a questa “regola”, basti pensare ad “amico” che pur essendo una parola piana fa il plurale “amici” e non “amichi”; oppure al “valico” che fa “valichi” e non “valici”.

   Abbiamo voluto mettere in evidenza la possibilità di una “regola” che nella maggior parte dei casi si può trovare e i vocabolari dovrebbero essere tutti concordi, dando cosí alla lingua quella “omogeneità” di cui abbisogna  e allontanare lo spettro dell’ “anarchia linguistica”.






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7 gennaio 2009

Questioni linguistiche (handicap)

 


U

n attore comico spastico, David Anzalone, a proposito della sua minorazione, così si esprime sul "Giornale" del 4 gennaio: "La parola handicap nasce nel Settecento, in Irlanda, quando al posto delle moderne concessionarie di auto c'erano quelle di cavalli, dove la gente andava a comprare mezzi di trasporto a quattro zampe. Raggiunto l'accordo sul prezzo, l'acquirente metteva il denaro nel cappello del venditore e si portava a casa il cavallo. Di qui handicap: da hand in cap, mano nel cappello". Si tratta di un'etimologia fantastica. Personalmente ho letto invece che si trattava dell'uso di cavalcare con una mano che tiene la falda del cappello, per imporsi una difficoltà in più e concedere un vantaggio agli altri. Mi sbagliavo anch'io. Mai fidarsi. Ed ecco che cosa dicono i veri competenti. Secondo lo Zingarelli, originariamente l'espressione si riferiva ad un gioco nel quale la posta era tenuta con la mano in un berretto. Identica etimologia è indicata da Dizionario Etimologico della lingua italiana di Barbara Colonna (Newton). Secondo il Petit Robert francese (dizionario serissimo, malgrado il suo nome), si tratta di un tipo di gioco. Secondo il Concise Oxford Dictionary, la parola descriveva "un genere di lotteria sportiva". Secondo il Webster Collegiate Dixtionary americano, originariamente si trattava di un gioco nel quale i pegni da pagare (penitenze) erano posti in un cappello e poi potevano essere riscatti pagando una sorta di multa, sempre che abbia capito bene. Una cosa è sicura: per quanto la cosa possa risultare dolorosa per Anzalone e per me, i cavalli non c'entrano per nulla.

(www.pardo.ilcannocchiale.it)


Per il linguista Aldo Gabrielli, che dà altre versioni, i cavalli, in un certo senso, c’entrano:

... In  origine indicò un gioco d’azzardo (con monete estratte a sorte da un cappello); oggi è termine dello sport, specialmente ippico,  e si dice di una gara dove i concorrenti, di condizioni diverse, danno o ricevono un vantaggio di peso, di distanza o di tempo in modo che, in partenza, le loro probabilità di vittoria siano pareggiate (questa, forse, la ragione del nome inglese: ché, essendo identiche le possibilità di ciascun concorrente, la loro probabilità di vincita dipende dalla sorte, come se il loro nome fosse estratto a sorte da un cappello)...

 

 

 

 




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6 gennaio 2009

Essere un impiastro

 

  

Q

uesto modo di dire - chi non lo sa? - si riferisce a persona uggiosa, importuna, antipatica o malaticcia. Si dice anche di un lavoro o di un’occupazione che presenta una sgradevole e fastidiosa possibilità di riuscita. La locuzione è una metafora tratta dalla scienza medica di un tempo, quando per  curare le parti ammalate si applicavano su queste “impiastri” fatti a base di cere, resine e oli. Questi medicamenti risultavano molto sgradevoli e la persona mal li sopportava. Di qui, per l’appunto, l’uso figurato dell’espressione.


                                  http://www.etimo.it/?term=impiastro&find=Cerca


                                                                     * * *

 

Ci piacerebbe tanto che i responsabili della Rai, soprintendenti alla pubblicità, ci dicessero in quale vocabolario della lingua italiana hanno “scovato” il termine abbuonamento. In questi giorni, sul piccolo schermo, di tanto in tanto compaiono dei “manifesti” con la scritta Abbuonamento 2009. Il termine corretto, ci sembra superfluo ricordarlo, è abbonamento che - come si legge nel Dizionario Italiano - significa  “pagamento globale anticipato e ridotto di un servizio differito nel tempo” .





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4 gennaio 2009

Il regalo della Befana

 


F

ra due giorni è la festività della Befana e la tradizione vuole che porti i regali ai bambini (ma non solo) che si sono comportati bene durante l’anno appena trascorso. Noi intendiamo fare un regalo ai nostri amici blogghisti parlando del... regalo. Che cosa è questo regalo?  Per saperlo dobbiamo chiamare in causa il padre della nostra lingua: il nobile latino. È necessario, però, prendere il discorso un po’ alla lontana. I Latini, dunque, avevano un verbo, “regere”, passato pari pari nella lingua volgare (l’italiano) se si eccettua l’aggiunta di una “g” (reggere). Questo verbo aveva un’infinità di significati: governare, guidare, reggere, condurre, dirigere. Il sostantivo “re”, infatti, non è altro che un deverbale, vale a dire un nome derivato dal verbo “reggere”, precisamente è l’accusativo “re(gem)” tratto da “regere”, per l’appunto. Il re, dunque, è colui che “regge” le sorti di uno Stato. Da “re” sono stati formati gli aggettivi “regio” e “regale”. Da quest’ultimo vocabolo, attraverso la lingua dei nostri cugini spagnoli, ci sono giunti i termini “regalo” e “regalare”. Il regalo, propriamente, è un “dono al re”, mentre lo spagnolo “regalar” - sempre propriamente - significa “rendere omaggio al re”. Attraverso i secoli il regalo ha perso il significato originario di “dono al re” assumendo l’accezione generica di dono e il verbo regalare quella - sempre generica - di  “offerta che si ritiene utile e gradita”.   


                                                                                * * *
 
Questioni linguistiche, si veda questo collegamento http://www.pardo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2133245




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3 gennaio 2009

"Settentrionalismi doc"

 


D

allo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

complemento di tempo

Le chiedo gentilmente di chiarire un mio dubbio. Quale tra queste costruzioni è più corretta: uscire nel pomeriggio, al pomeriggio o di pomeriggio? Grazie per la sua cortese risposta.

(firma)

Risposta dell’esperto:

 De Rienzo Venerdì, 02 Gennaio 2009 

Tutte e tre le espressioni sono corrette, con qualche sfumatura forse di significato.

Uscire nel pomeriggio può indicare una scelta precisa relativa alla giornata in corso.

Uscire al pomeriggio o di pomeriggio un'abitudine che si ripete nel tempo.

------------------

Cortese Professore,

 secondo il nostro modesto parere  sono corrette solo due espressioni. “Al pomeriggio” è un settentrionalismo che in buona lingua italiana è da evitare. Cosí come sono da evitare - se si vuole parlare e scrivere in “lingua” - le seguenti locuzioni: una volta ‘al’ giorno; due volte ‘al’ mese; un euro all’etto; tre euro ‘al’ chilo; ‘alla’ mattina; ‘alla’ sera; ‘al’ sabato ecc. In tutte queste espressioni - “settentrionalismi doc” - si deve usare l’articolo, non la preposizione articolata.


 

* * *

 

Tutti i mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, televisione) “mascolinizzano” Israele. No, amici, i nomi di nazione, sono, per la maggior parte, di genere femminile e Israele rientra tra questi. Si dirà quindi, correttamente, “Israele è pronta...”.C’è anche un altro motivo che stabilisce la “femminilità” dello Stato ebraico: i sostantivi che finiscono in “-e” sono, per lo piú, di genere femminile.   

 




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2 gennaio 2009

Il plurale di "capodanno"

 

Q

ual è il plurale di “capodanno”? Molti vocabolari, a nostro avviso, confondono le idee perché ammettono vari plurali: capodanni, capidanno e capidanni. Il “Treccani” in rete, addirittura, lo attesta come sostantivo invariabile (e non comuni le forme plurali).

Il termine, innanzi tutto, si può scrivere, nella forma singolare, anche scisso: capo d’anno. Per quanto attiene al plurale uno solo, a nostro modo di vedere, è quello corretto: capodanni. Questo in ottemperanza alla “legge” che regola la formazione del plurale dei sostantivi composti con “capo”. La suddetta “legge” stabilisce l’invariabilità di ‘capo’ (prende il plurale solo il secondo elemento) quanto questo ha il significato di “primo”, “principale”: il capolavoro (lavoro principale), i capolavori; il capocuoco (il primo cuoco) i capocuochi; il capoluogo (il luogo principale), i capoluoghi. Il capodanno, quindi, essendo il “primo” giorno dell’anno farà il plurale mutando solo il secondo sostantivo: capodanni.






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1 gennaio 2009

Buon Anno

 



Un sereno e proficuo 2009 agli amici blogghisti che

‘onorano’

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