.
Annunci online

FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


30 novembre 2008

C'è etichetta e... etichetta

 


L

’etichetta intesa come “cartellino apposto su bottiglie, vasetti ecc. per indicarne il contenuto” oppure la “marca di fabbricazione” ecc. e l’etichetta nell’accezione di "cerimoniale" hanno la medesima “matrice” iberica pur avendo, per l’appunto, due significati distinti? La risposta è: sí e no. Ma vediamo di spiegarci. La maggior parte degli iberismi sono entrati nel nostro idioma attorno al Seicento. Proprio in quel periodo uno squisito scrittore – anche se non molto conosciuto – si recò in Spagna per studio e per diporto. Essendo un “uomo di mondo” ebbe modo di frequentare i salotti piú raffinati e alla moda di quel Paese apprendendo, cosí, usi e costumi che “spedí” in Italia attraverso lettere indirizzate a parenti e amici.

Proprio in una di queste lettere possiamo leggere che: “Parlando di tutto ciò che riguarda regole pratiche di una Corte, di una segreteria, io non mi valeva d’altri termini che regole, pratiche, costumi, e piú correntemente d’ogni altro, stili. Al mio ritorno in Italia cominciai anch’io a dire ‘etichetta’. Può essere che si sia fatto male a profanar la lingua toscana con questo spagnolismo di piú; il fatto si è però che oggi sento dire ‘etichetta’ anche da quelli che non sono stati a Madrid”. Dunque, “etichetta”, stando al Malagotti, significa, appunto, “comportamento sociale”.

Vediamo, ora, come è nata questa parola. La Corte spagnola era famosa oltre che per il suo sfarzo anche e soprattutto per la severità del suo cerimoniale, regolato da norme fissate giornalmente dagli alti dignitari secondo i dettami del re. Queste regole venivano scritte su alcuni speciali cartelli, chiamati “etiquetas”, che venivano affissi in vari luoghi del palazzo reale. Dapprima con “etiquetas” si indicò il cartello contenente le varie disposizioni reali, il cerimoniale, insomma, poi, piú semplicemente il cerimoniale stesso. E in questo significato fu appreso da Lorenzo Magalotti che lo “esportò” pari pari nel nostro Paese, ottenendo un immediato successo – come si direbbe oggi – tanto che divennero subito di uso comune le espressioni come “rispettare l’etichetta”, “regole dell’etichetta”, “comportarsi secondo l’etichetta”.

Diversa per certi aspetti, invece, la provenienza dell’ “etichetta” nell’accezione di “marchio di fabbrica” e simili anche se le due ‘etichette’ sono “concatenate” tra loro. Vediamo. I nostri cugini francesi, fin dal Trecento, da un vocabolo teutonico avevano coniato un verbo, “estiquer”, che voleva significare “infliggere”, “attaccare”. Da questo verbo fecero – piú tardi – un sostantivo, “estiquette”, divenuto in seguito, attraverso un processo semantico, “étiquette” che indicò dapprima, genericamente, una cosa fissata, attaccata in qualche luogo, e poi, in senso piú ristretto, un “cartellino”, un distintivo attaccato a qualcosa come una bottiglia, una cassa, un sacco; insomma un qualunque recipiente con l’indicazione del contenuto. I nostri linguisti da quel termine francese foggiarono il nostro “etichetta” con il medesimo significato di “cartellino”.

Occorre dire, però, che alcuni anni prima anche gli spagnoli dallo stesso vocabolo tedesco coniarono, a loro modo, il termine “etiqueta” con il medesimo significato di “cosa attaccata”. Ecco, dunque, gentili amici, spiegato il perché del nostro “sí e no” all’inizio di queste noterelle.

                               






permalink | inviato da FaustoRaso il 30/11/2008 alle 0:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


29 novembre 2008

Andare di conserva

 

L

’espressione che avete appena letto ci è stata richiesta dal cortese blogghista U. M. di Frosinone. Lo accontentiamo di cuore dicendo subito che la locuzione non ha nulla che vedere con la... conserva, con il pomodoro. Questo modo di dire, dunque, chi non lo conosce? Si adopera allorché si vuole mettere in evidenza il fatto che alcune persone vanno d’amore e d’accordo su tutto. L’origine della locuzione non è italica, bensí spagnola (catalana) ed è una metafora tratta dalla locuzione “andar en conserva” e si riferiva, propriamente, a un gruppo di navigli che procedevano insieme per proteggersi reciprocamente; per evitare, cioè, gli inconvenienti cui sarebbe andata incontro una sola unità di navigazione in... navigazione solitaria. In senso metaforico, quindi, si dice di persone che procedono concordemente, di pari passo. Ci siamo accorti, però, presi dalla “foga” del discorso, di non avere spiegato che cosa è questa “conserva”. È, tanto per cambiare, il... latino “conservus” (conservo), alla lettera “compagno di servitú”, composto di “con” (latino: cum) e “servus” (servo). Potremmo dire che, in senso figurato, coloro che vanno di conserva fanno ciò che anticamente facevano i servi: procedevano in fila dietro il signore.

Lo stesso lettore ci pone un altro quesito, prettamente grammaticale. Si può dire – ci domanda – “ho aperta la porta”? Sí, gentile amico, si può dire tanto “ho aperto” quanto “ho aperta”. Nessuna legge grammaticale vieta di concordare il participio passato con il complemento oggetto: ho “aperta” la porta. L’accordo o no è lasciato al gusto di chi parla o scrive. Personalmente preferiamo lasciare invariato (cioè nella forma maschile) il participio passato coniugato con il verbo avere quando il complemento oggetto è posto dopo il verbo: ho “aperto” la porta.






permalink | inviato da FaustoRaso il 29/11/2008 alle 0:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


28 novembre 2008

La sorpresa...

 


T

utti conoscono, “per pratica”, il significato del verbo “sorprendere” (e i suoi derivati): cogliere all’improvviso e, in senso traslato, destare stupore, ammirazione, come per cosa improvvisa. La sua origine, manco a dirlo, è latina: “superare-hendere”, ‘prendere sopra’,’prendere dal di sopra’. Nella bassa latinità il verbo suddetto acquisí anche il significato di “ingannare” e lo testimonia la locuzione, nata piú tardi (con la lingua “volgare”), “sorprendere la buona fede” di qualcuno, vale a dire “ingannarlo”. Non tutti conoscono, invece, l’uso corretto del verbo – ed è lo scopo che si prefiggono queste noterelle – in quanto molto spesso viene adoperato “a pera”. Per non essere tacciati di “presunzione linguistica” diamo la “parola” al linguista Leo Pestelli, molto piú autorevole del responsabile di questo portale.

Un grosso gruppo verbale oggi molto usato, ma non sempre correttamente, è “sorprendere, sorprendente, sorpresa”. L’idea sostanziale di sorprendere (voce che la nostra lingua ha in comune con la francese) è di “cogliere alcuno sul fatto, d’improvviso”. Pertanto nel tristo giuoco che mediante pubblici ufficiali l’un coniuge fa all’altro per convincerlo d’infedeltà, detto gruppo torna a cappello, né altro che per ironia quella che il commissario fa al signore o alla signora. Tale si potrebbe dire “improvvisata”, che è sí visita che non t’aspetti, ma sempre innocua e per lo piú gradita. Si dice altresí bene, in senso figurato, “esser sorpreso da un rumore, dalla pioggia, dalla febbre” e altro che paia arrivarci improvvisamente addosso. Ma sorprendere, per “far grandemente meravigliare”; “essere o rimanere sorpreso”, o peggio ancora “sorprendersi” per “esser colpito da meraviglia”, cosí usati senza il necessario compimento (quale sarebbe “di meraviglia”, “di stupore” e simili) in senso compiuto e determinato, sono francesismi scrii scrii: Lo stesso è di “sorprendente” e di “sorpresa” in senso di “meraviglioso” e di “meraviglia”. Il grande Tommaseo di cui sempre sono le ragioni che capacitano, avverte che nella voce “sorpresa” è un’immagine piuttosto di compressione che di eccitamento: donde l’improprietà del modo “destare sorpresa” per “destare meraviglia”, “ammirazione”.

                                                                         * * *

Per la cronaca: ieri durante la trasmissione televisiva “Lo zecchino d’oro” il conduttore Conticini ha fatto un gioco di prestigio (riuscitissimo) mostrando un foglio con la scritta “Suspance”. Poveri bambini. Una volta cresciuti bisognerà sudare le classiche sette camicie per convincerli che la grafia corretta è “suspense”.







permalink | inviato da FaustoRaso il 28/11/2008 alle 0:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 novembre 2008

Stupefare...

 


A

bbiamo sempre sostenuto – da questo portale – che nella lingua parlata (ma anche in quella scritta) ci sono certi errori grossolani talmente radicati che non sembrano tali, anzi gli “orrori” si vanno espandendo a macchia d’olio grazie alle cosí dette grandi firme del giornalismo e a tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa. Un linguaiolo però, per quanto umile possa essere, non può rimanere impassibile di fronte a uno “scempio linguistico”, deve porvi un freno e impegnarsi con tutte le sue forze per il recupero della Lingua, quella con la “L” maiuscola.

In che modo? Denunciando alla pubblica opinione – come usa dire – l’uso scorretto che taluni fanno della madre lingua. Un esempio (fra i tanti)? Si legge spesso sui giornali e si sente nei notiziari radiotelevisivi il verbo stupire adoperato in senso transitivo: quella notizia mi ha stupito. In buona lingua italiana questo verbo è, e deve rimanere, intransitivo. Sí, sappiamo benissimo che la lingua si “evolve” e alcuni vocabolari attestano questo verbo anche nella forma transitiva con il significato di “sbalordire”, “meravigliare”, “sorprendere” ma ciò non significa che il suo uso sia (o se preferite: è) corretto. E per una ragione semplicissima: stupire significa “empiersi di stupore” e questo stupore è destato da noi e in noi rimane; rimanendo in noi non “passa” e non passando non può avere un oggetto che lo riceva, quindi è intransitivo. Sotto il profilo etimologico è, infatti, il latino “stupère” (star fermo, immobile). Il Vangelo non dice “videro e stupirono”? In tanti secoli di buona lingua, insomma, stupire è sempre stato intransitivo, per quale ragione dobbiamo renderlo transitivo? Coloro che non amano adoperare il suddetto verbo in modo corretto (intransitivo) possono ricorrere ad altre voci simili – come abbiamo visto (meravigliare, sbalordire) – senza calpestare la “personalità” del verbo in questione. E sempre a proposito di stupire, il linguista Rigutini giudicava leziosa la forma riflessiva “stupirsi”; probabilmente esagerava e molti esempi di illustri scrittori lo contraddicono. Sotto l’aspetto formale, però, come si fa a non dargli ragione? Può un verbo intransitivo divenire riflessivo? Ma tant’è.

Probabilmente l’uso “scorretto” del verbo, vale a dire la sua “transitività, è nato per analogia con “stupefare”, questo sí transitivo, e trasportato pari pari nella nostra lingua dal latino “stupefa(ce)re” e chissà perché mai amato dai puristi. Stupefare, dunque, in linea generale, ha il medesimo significato di stupire, con la differenza che mentre il primo (stupefare) “invia” lo stupore, la meraviglia, il secondo (stupire) “trattiene” lo stupore, la meraviglia sul soggetto. Un bellissimo esempio lo abbiamo leggendo il Boccaccio: “ Prima i circostanti turbò con paura, e appresso gli (li) ‘stupefece’ con meraviglia”. In buona lingua, dunque, è da evitare l’uso di stupefare nell’accezione di “rimanere meravigliato, stupito”; in questo caso il solo verbo appropriato è “stupire”, appunto, perché lo stupore non passa, non “transita” ma resta sulla persona che ne è “colpita”. Tra i due verbi, insomma, c’è una piccola sfumatura di significato che agli amatori della lingua non dovrebbe sfuggire. Quanto a stupefare – al contrario di stupire – si adopera quasi soltanto nei tempi composti, ma soprattutto nel participio passato con funzione aggettivale: stupefatto.

È bene ricordare anche, in proposito, che stupefare e derivati sono parole “forti” che richiedono occasioni “forti”. Quante persone, infatti, adoperano “stupefacente”, “stupefazione” e “stupefatto” là dove non c’è eccesso di stupore, di meraviglia, ma un comunissimo sentimento di ammirazione, di curiosità e simili?






permalink | inviato da FaustoRaso il 27/11/2008 alle 0:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


26 novembre 2008

I "baciamano" o i "baciamani"?

 

C

ortese Dott. Raso,

in un suo post ho letto che i nomi composti con un verbo e un sostantivo femminile singolare restano invariati nella forma plurale. Se non ricordo male ha fatto l’esempio di “posacenere”: il posacenere, i posacenere. Per quanto riguarda, però, il plurale di “baciamano” tutti i vocabolari che ho consultato concordano nel “pluralizzarlo”: i baciamani. Non dovrebbe essere invariabile essendo un sostantivo composto con il verbo “baciare” e il sostantivo femminile singolare “mano”? È un’eccezione?

Grazie.

S.T.

Enna

------------------------

Gentile amico, la risposta è semplicissima. Quando il sostantivo “mano” concorre alla formazione di un nome composto (baciamano, corrimano, ecc.) perde la sua “femminilità” prevalendo la desinenza “-o”, tipica dei sostantivi maschili. I nomi cosí composti seguono, quindi, la regola secondo la quale i sostantivi formati con una voce verbale e un sostantivo singolare maschile prendono la normale forma plurale: il coprifuoco, i coprifuochi; il baciamano, i baciamani.

* * *

 

QUESTIONI LINGUISTICHE, di Gianni PARDO. Si clicchi su http://www.pardo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2102273



* * *

 

L’esecuzione

 

Se apriamo un qualsivoglia vocabolario della lingua italiana, il Treccani in rete per esempio, alla voce esecuzione, tra le varie accezioni, possiamo leggere: “L'atto o il complesso delle operazioni con cui si dà attuazione a un provvedimento dell'autorità giudiziaria o amministrativa: e. di un decreto, di una condanna. Espressioni: esecuzione capitale, condanna a morte (anche assol.); esecuzione sommaria, senza regolare processo; plotone d'esecuzione, quello che esegue una condanna a morte mediante fucilazione”.

Il titolo in prima pagina del quotidiano “E Polis” di oggi, “Ammazzato un gioielliere. Brutale esecuzione in casa”, ci sembra improprio se non errato. A nostro avviso il titolo avrebbe dovuto recitare “.... Brutale assassinio in casa”. Gli assassini quale provvedimento dell’autorità giudiziaria o amministrativa hanno messo in atto?






permalink | inviato da FaustoRaso il 26/11/2008 alle 0:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


25 novembre 2008

La "regina" delle congiunzioni

 


T

utti i grammatici sono concordi - una volta tanto - nel definire la congiunzione "che" regina delle congiunzioni subordinanti; la ritroviamo, infatti, a introdurre quasi sempre ogni specie di proposizione subordinata. Il titolo di regina le spetta, dunque, per "diritto linguistico". Oltre a essere una congiunzione dichiarativa - che è la sua principale funzione - la "regina" è anche congiunzione causale: si arrabbiò moltissimo ‘che’ io fossi mancato all’appuntamento; e finale: stava sempre attento ‘che’ i figli si comportassero bene; e consecutiva: il freddo è tale ‘che’ non si resiste; e comparativa: è più intelligente ‘che’ non sembri; e temporale: lo incontrai ‘che’ era inverno inoltrato.

Altre volte si può trovare davanti ad altre specie di proposizioni subordinate in compagnia di altre parole; talvolta anche fusa con queste ultime, tanto ‘che’ è appena riconoscibile: allorché (allor che), fuorché (fuor che), sennonché (se non che), poiché (poi che), ancorché (ancor che) e via dicendo. A questo proposito non siamo affatto d’accordo con alcuni scrittori "moderni" che "scopiazzano" i loro colleghi francesi che riducono al minimo l’uso delle congiunzioni: preferiscono uno stile letterario che lasci indipendenti il più possibile le proposizioni l’una dall’altra; non amano, insomma, la subordinazione. La moderna lingua d’Oltralpe preferisce dire, per esempio, "pioveva moltissimo. Da tempo non si vedeva una pioggia così abbondante" in luogo di "vien giù una pioggia ‘quale’ non si vedeva da tempo".

Anche in casa nostra - come dicevamo - c’è la tendenza a sopprimere più che si può le congiunzioni, a imitazione dei Francesi, secondo la famosissima "legge" che stabilisce l’erba del vicino essere più verde. Certo, non si può negare il fatto - evidentissimo - che le congiunzioni appesantiscono il periodo; i periodi con pochissime congiunzioni risultano indubbiamente molto più snelli. Ma è altrettanto certo il fatto che è proprio del genio della nostra lingua - idioma gentil sonante e puro, per dirla con l’Alfieri - concatenare in modo logico le varie proposizioni del periodo e metterne bene in evidenza i rapporti finali, temporali, causali e gli altri che esistono tra questi. E questo compito è proprio delle congiunzioni. Per questo motivo condanniamo - senza appello - i moderni scrittori che privilegiano lo "stile gallico" al posto di quello "italico".

Il nostro stile è il vero erede di quello latino, quant’altro mai complesso, organico, compatto, concatenato. Ma non basta. A infilzare una lunga teoria di proposizioni indipendenti e necessariamente brevi - a imitazione dei moderni scrittori francesi - si finisce con il ridurre il discorso - e, quindi, il nostro scritto - a una cadenza sincopata, asmatica, singhiozzata, che a lungo non può che generare pena e monotonia. Quando ci capita di leggere una paginetta di quelle "minifrasi", ciascuna delle quali va per proprio conto, ci sembra di sentire un discorso dinoccolato, disarticolato, senza scheletro. Il discorso, insomma, di un selvaggio.

Per concludere queste noterelle riteniamo, dunque, che sia opportuno rimanere fedeli alla nostra lunga tradizione linguistica - consacrata da moltissimi "mostri" letterati - perché quando si sa maneggiare bene la penna e si fa un uso accorto delle congiunzioni i nostri scritti avranno un bell’effetto e un maggior vigore d’espressione. Attenzione però, ripetiamo, al loro uso corretto. Nella lingua parlata, per esempio, non si fa alcuna distinzione tra "ovvero" e "oppure" e si adopera l’una o l’altra congiunzione con valor disgiuntivo. Ciò è un grossolano errore: solo "oppure" è una congiunzione disgiuntiva con il significato di "o"; mentre "ovvero" è congiunzione di equivalenza (o esplicativa) e sta per "cioè", "ossia". Perché alcuni vocabolari non specificano la differenza che intercorre tra le due congiunzioni? o, peggio, le attestano come sinonimi?







permalink | inviato da FaustoRaso il 25/11/2008 alle 0:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


24 novembre 2008

La "deissi"

 

P

robabilmente qualcuno non ha mai sentito parlare del termine linguistico deissi perché non tutti i “sacri testi” lo riportano e i programmi scolastici – che noi sappiamo – lo snobbano. Vediamo cosa dice in proposito il Gabrielli in linea:
deissi [de-ìs-si] o [dè-is-si] s.f. inv. LING. Procedimento con cui si situa un enunciato in un contesto spazio-temporale e se ne identificano il soggetto e i partecipanti ricorrendo a fattori deittici quali pronomi personali, aggettivi e pronomi dimostrativi, avverbi di luogo e di tempo.
Per una migliore ed esaustiva spiegazione segnaliamo questo collegamento: http://it.wikipedia.org/wiki/Deissi

Si veda anche quest’altro collegamento:

http://www.ladante.it/comunicati/allegati/2008/081120_argentina_DeissiScuola.pdf




permalink | inviato da FaustoRaso il 24/11/2008 alle 0:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


23 novembre 2008

Manici e... manichi

 

D

al “Forum” di lingua italiana del Corriere della Sera in rete:

Premesso che non sono un'insegnante di lettere né nulla di simile e quindi potrei sbagliarmi, direi che in "insegnamo" non ci vuole la i, e direi che assieme ai pomi d'ottone del famoso film c'erano i manici di scopa e non i manichi. Piantare in asso va bene così: una possibile origine dell'espressione è quella citata da Gabriele, che deriva dal mito di Teseo e Arianna, ma ci sono pareri contrastanti. Direi che l'ultima frase "se avesse saputo che si fosse persa" andrebbe sostituita con "se avesse saputo che si sarebbe persa", ma in questo chiederei l'aiuto del prof. Inoltre, penso che "serrare le fila" sia corretto, ma anche su questo non metto la mano sul fuoco.

(firma)

Risposta del linguista:

De Rienzo Sabato, 22 Novembre 2008

D'accordo con lei.

----------------------------

Gentile Professore, come può essere d’accordo sul fatto che in “insegnamo” non ci vuole la “i” che fa parte della desinenza “iamo”? Tutti i verbi in “-gnare”,
 “-gnere” e “-gnire" prendono la “i” quando questa fa parte integrante della desinenza: noi disegniamo; noi spegniamo; noi grugniamo. Quanto a manichi e manici sono entrambe forme corrette (anche se la prima è meno “usuale”), come recitano i vocabolari degni di tale nome. Inoltre si serrano le “file”, non le fila. In proposito riportiamo un esempio tratto dal vocabolario Gabrielli in linea: Serrare le file, nelle marce militari, disporsi in maniera compatta; fig. agire, procedere solidalmente.

* * *

Sentire le gambe far giacomo giacomo

Cortese Dr Raso,

mi piacerebbe sapere da dove deriva l’espressione “sentire le gambe far giacomo giacomo”.

Grazie se avrò una risposta.

G.F.

Foggia

------------------------

La locuzione – come lei sa – gentile amico di Foggia, si adopera quando le gambe si piegano per la debolezza o la paura. Secondo il linguista Giacomo Devoto l’espressione è “voce fonosimbolica, nata probabilmente dall’onomatopea ‘gi...ci’ relativa allo scricchiolio delle articolazioni e incrociata col nome Giacomo”. La spiegazione, però, non ci sembra molto convincente. Non ci sentiamo di scartare l’ipotesi (piú veritiera?) secondo la quale l’espressione debba collegarsi alle processioni religiose che un tempo si facevano in onore di S. Giacomo di Compostela (Spagna): la gente, o meglio i fedeli percorrevano moltissimi chilometri a piedi per recarsi al santuario recitando giaculatorie in onore del Santo tanto che alla fine del "viaggio”, per la stanchezza, anche le gambe dicevano... giacomo giacomo. Si adopera anche nella variante “far diego diego” (con la probabile medesima spiegazione di “giacomo giacomo").


                                                                       * * *

“Questioni linguistiche” di Gianni Pardo. Si veda questo collegamento: http://www.pardo.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2099700





permalink | inviato da FaustoRaso il 23/11/2008 alle 0:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


22 novembre 2008

Una "marchianata"

 

Q

uando seduti a tavola davanti a un bel piatto fumante di pastasciutta arricchito di un bel po' di parmigiano o quando beviamo un buon bicchiere di marsala, sappiamo benissimo - tutti - che quel pezzo di formaggio o quell'ottimo bicchierino anche se non provengono da Parma o da Marsala, traggono i loro nomi da quei luoghi: Parma e Marsala, appunto.

Il nostro idioma è ricchissimo di parole di questo tipo, però non di tutte l'origine è così ovvia. Sarà interessante, quindi, fermarci a esaminare - piluccando qua e là - alcuni nomi di città, di regioni, di popoli entrati per questa via nella lingua usuale, quella "di tutti i giorni", quella parlata, cioè, dal colto e dall'inclito (inclito, con la "o", non inclita, come si legge spesso; di ciò avremo modo di parlare in seguito). Il mondo classico, la Grecia e Roma, avevano parecchi nomi così formati; alcuni sono stati ereditati o rimessi in uso. Basti pensare, per esempio, ai "fari" - antichi e moderni - che traggono tutti il nome da quella torre luminosa eretta da Tolomeo Filadelfo nella "miniisola" di Faro, nel porto di Alessandria. Rimanendo in tema culinario possiamo notare come numerosissime piante da frutto conservino tuttora il nome del Paese d'origine: la pèsca, che in vernacolo romano (ma anche in altri dialetti) si chiama "persica" viene, appunto, dalla Persia; mentre la susina viene da Susa, antichissima città dell'Impero persiano; come la cotogna trae il nome da Cidonia, città cretese.

Per quanto attiene ad alcuni nomi di materiali per costruzione abbiamo la pozzolana che, manco a dirlo, viene da Pozzuoli; mentre il travertino - propriamente "lapis Tiburtinus" (pietra di Tivoli) - proviene da Tivoli, una cittadina alle porte di Roma. Il nostro idioma, però, si arricchisce di vocaboli "geografici" durante il Medio Evo, quando un gran numero di stoffe venivano dai mercati orientali: il damasco, dalla città omonima; la mussola da Mossùl, città della Mesopotamia; l'organdi dalla città di Urgang', nel Turchestan, importantissimo mercato della seta, e allo stesso nome si fa risalire l'organzino, vale a dire il filo ritorto di cui si fa l'ordito delle stoffe di seta. La cugina Francia e la Fiandra ci hanno dato altri nomi di stoffe come i cambri e il popelin cui va aggiunto il nome delle famosissime tappezzerie murali - gli arazzi - che vengono dalla città di Arras, mentre il tulle dalla omonima città della Francia centrale. Gli arazzi ci hanno fatto venire in mente il baldacchino che risale al nome antico di Baldacco, l'odierna Bagdad. E che dire delle persiane, delle ottomane, delle maioliche? Come vedete - gentili amici - non finiremmo mai di stupirci nello scoprire vocaboli "geografici" entrati nella lingua comune. Non possiamo, però, sottacere alcuni nomi comuni provenienti dalle nostre regioni come, per esempio, le "marchiane" che non sono solamente certe pregiatissime ciliegie provenienti dalle nostre Marche, ma tutto ciò che è smisuratamente grosso. Il modo di dire sembra derivi dal fatto che un tempo nelle regioni limitrofe si attribuiva ai marchigiani il vezzo di sballarle grosse; come ai guasconi i Francesi attribuiscono il primato delle "guasconate". Marchiane, infatti, citiamo dal vocabolario "Treccani", significa: "grosso, o grossolano (probabilmente per estensione della locuzione ciliegie marchiane), dette solitamente di cose che sono da disapprovare per la loro grossolanità): errore, sproposito marchiano; questa è proprio marchiana; anche con uso ellittico: dire, fare delle marchiane".

E il norcino? Non vi dice nulla questo nome? Abbiamo fatto solamente pochi esempi, il tempo è tiranno. Sarà per un'altra volta.

Non possiamo, però, "chiudere" senza prima aver disilluso quanti credono che il bergamotto e la pistola provengano rispettivamente dalla città di Bergamo e dalla città di Pistoia - come potrebbe sembrare di primo acchito - essendo vocaboli casualmente simili ai nomi delle due città: si tratta, nell'ordine, di un vocabolo turco e di uno boemo. Il primo è, appunto, il turco "beg-armudi" (il pero del signore), il secondo "pist'ala". Come si può notare per "assodare" un'etimologia non basta una casuale somiglianza, occorre sempre - anche se la cosa non è di facile 'reperimento' - una documentazione storica.

In proposito è interessante vedere quanto scrive il Deli circa l'origine della pistola: “...il tedesco importò la voce al tempo della guerra degli Ussiti (1419-1439) e la diede al francese nel secolo XVI, durante le guerre di religione, alle quali parteciparono anche i tedeschi con i loro eserciti. La pistola fu da principio uno schioppo corto che i cavalieri tedeschi, i quali introdussero i primi quest'arma in Francia (…) portavano ad armacollo, come si portano dai nostri cavalleggeri i piccoli moschetti: cangiò a poco a poco di forma, e si ridusse a tale da poterne portare due entro fonde di cuoio (…)”. Dimenticavamo la cosa più importante: “pist’ala”, all’origine ‘fischietto’, viene da “pisk”, fischio, appunto. Il pistolotto, invece, vale a dire il “finale di un discorso”, non ha nulla che vedere con la… pistola; viene dal latino “epistola”, divenuta “pistola” per la caduta (aferesi) della “e” iniziale.






permalink | inviato da FaustoRaso il 22/11/2008 alle 0:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


21 novembre 2008

Divisione sillabica "speciale"

 

I

grammatici usano dividere le sillabe in “aperte” quando finiscono con una vocale: ma-re; te-so-ro e in “chiuse” quando, invece, finiscono con una consonante: al-cher-mes. Una parola può essere costituita, quindi, di tutte sillabe aperte o di tutte sillabe chiuse; la maggior parte dei vocaboli, però, è composta di sillabe che chiameremo “miste” (aperte e chiuse): bab-bo; sin-da-co; mam-ma; sol-do. A questo punto il discorso ci porta a spendere due… parole sulla divisione delle sillabe in fin di riga (o di rigo); come si va “a capo”, insomma, con le parole formate con prefissi “speciali”: ben-, in-, mal-, cis-, dis-, pos-, trans- o tras-. Le parole così composte possono dividersi in sillaba senza tener conto del prefisso (che fa sillaba a sé) oppure considerare il prefisso parte integrante della parola. Ci spieghiamo meglio con un esempio. Dispiacere si può dividere considerando il prefisso sillaba a sé; avremo, quindi, dis-pia-ce-re, oppure, “normalmente”, di-spia-ce-re. Trastevere – altro esempio – si può dividere secondo l’una o l’altra “regola”: Tras-te-ve-re o Tra-ste-ve-re. Consigliamo vivamente, a coloro che non sono in grado di distinguere con assoluta certezza i prefissi componenti, di attenersi – nell’andare “a capo” – alla normale divisione sillabica. Eviteranno, in questo modo, di incorrere in spiacevoli strafalcioni. In caso di dubbio si può consultare una buona grammatica dove, nel “sillabo”, sono riportati tutti gli argomenti trattati, messi anche in ordine alfabetico.

                                                                      * * *

Tirare giù la buffa. Pochi, forse, conoscono questo modo di dire - per la verità relegato nella soffitta della lingua - anche se lo adoperano inconsciamente tutte le volte che si lasciano prendere dalla collera e “combattono” contro coloro che – a loro dire – sono rei di gravi offese. L’espressione è una metafora tratta dall’atto che facevano i cavalieri prima di effettuare un combattimento: tiravano giù la buffa, cioè la visiera. Con la buffa calata il cavaliere si sentiva più libero, ardito e pronto a ferire e a difendersi. Il modo di dire, però, oggi ha acquisito un significato un po’ diverso: smascherarsi. Si dice, infatti, di chi a un certo punto si fa riconoscere per quello che realmente è.





permalink | inviato da FaustoRaso il 21/11/2008 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 novembre 2008

L'ozio e il negozio

 


A

bbiamo scritto – altre volte – che la scienza etimologica ci riserva delle sorprese… “sorprendenti” di fronte alle quali non finiremo mai di stupirci. Per questa scienza gli unici che lavorano, che buttano il sangue, come suol dirsi, sono i negozianti; le altre categorie di onesti lavoratori non sono “prese in considerazione”. Vediamo, dunque. Per spiegare quanto vogliamo dire occorre prendere il discorso alla lontana e parlare della scuola, non in senso polemico (e dobbiamo fare uno sforzo tremendo per astenerci dal giudicare negativamente la preparazione linguistico-grammaticale dei giovani “sfornati” dalla scuola di oggi: le nuove leve della carta stampata e no sono la “prova provata”), ma dal punto di vista etimologico.

La scuola, dicevamo, che per la maggior parte dei giovani significa ansia, lavoro, notti in bianco e qualche… scapaccione, in origine voleva dire tutto il contrario: rilassamento, riposo, ozio. Scuola, infatti, deriva dal greco “scholé” che significa, per l’appunto, “riposo”, “ozio”; per gli antichi coloro che si dedicavano all’esercizio dello spirito, della mente, dell’animo – anziché preoccuparsi di “ammazzarsi” sulla vanga o sull’aratro (quando non erano in guerra) – “oziavano”; la scuola era motivo di riposo, di svago. I Latini, infatti, chiamavano “otium” (ozio) il tempo che riuscivano a sottrarre agli affari, agli impegni per dedicarlo allo svago, al divertimento, tanto è vero che le ore che riuscivano a dedicare alle lettere e agli studi erano chiamate “otia litterata”. A questo punto, cortesi amici, vi domanderete che cosa c’entra la scuola, l’ozio con il … negozio. È presto detto.

Quando vollero coniare un termine che significasse il contrario dell’ozio, dello svago, del divertimento, fecero il “negotium” (nec-otium), cioè il “non ozio”, quindi “attività”, “lavoro”, “occupazione”. Il negozio, per tanto, nell’accezione di “bottega” è il luogo dove si lavora, si fanno affari. Il negoziante, quindi, stando all’etimologia, è il lavoratore per antonomasia. Dal “negotium”, nel significato di lavoro, affari, sono derivati tutti gli altri termini che oggi adoperiamo comunemente come, per esempio, “negoziato”: insieme delle trattative per stipulare accordi, trattati e simili; “negoziazione”: l’atto del negoziare, trattare. Ma vediamo altre sorprese.

Avreste mai pensato che un tempo in compagnia dei ladri si stava molto bene? Anzi, che ogni persona avrebbe voluto al suo fianco un ladro per sentirsi più tranquilla, più sicura? In origine, infatti, questo termine indicava l’uomo che scortava una persona di alto rango, era – diremmo oggi – il “gorilla” addetto alla tutela di personaggi importanti. Il ladro, insomma, dal latino “latro”, tratto da “latus” (fianco, lato), era la persona che camminava “a lato” di un’altra persona per proteggerla da eventuali aggressori. Con il trascorrere del tempo attraverso un processo di degenerazione semantica (la semantica è lo studio del significato dei vocaboli e del suo sviluppo storico) il termine ladro ha acquisito l’accezione odierna di… ladro, cioè di “brigante”, “rapinatore”.

Due parole ora, sul fante, vale a dire sul soldato che combatte a piedi e che stando all’etimologia ha che fare con il verbo parlare. Vediamo, quindi, quest’altra “sorpresa”. Anche in questo caso occorre prendere il discorso alla lontana, partendo da un verbo latino, “fari”, che vuol dire, appunto parlare. L’infante (“non parlante”), a “rigore etimologico”, dovrebbe essere un bambino che, oltre a non saper leggere e né scrivere, non dovrebbe saper parlare. Da infante, con la caduta della sillaba iniziale (aferesi), sono derivati termini che hanno assunto significati diversi pur discendendo dallo stesso padre: il verbo latino “fari” (parlare), appunto.

Sono nati, così, il fante e il fanciullo. I servitori dei cavalieri medievali erano chiamati ‘fanti’, vale a dire ‘ragazzi’ (da “infante”), poi, attraverso il solito processo semantico fante ha acquisito l’accezione di “soldato a piedi”. A questo proposito vi chiederete: perché i ‘fantini’, invece vanno a cavallo? Semplicissimo: essendo uomini smilzi o ragazzi essi sono, appunto, “piccoli fanti”.






permalink | inviato da FaustoRaso il 20/11/2008 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 novembre 2008

C'è ante e... ante

 

P

regiatissimo Direttore, visto che il suo portale dedica ampio spazio ai problemi del nostro bell’idioma, mi permetta di scrivere questa lettera aperta indirizzata a tutti coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere.

Mi presento. Sono il prefisso Ante e la mia funzione l’ “annuncia” la stessa parola: ‘fissato prima’. Il prefisso, dunque, come dicono i miei biografi, vale a dire i grammatici, è ciascuna di quelle parolette, solitamente avverbi o preposizioni, che si mettono prima (dal latino “prae”, innanzi e “fixus”, fissato) della radice di una parola per modificarne tutto o in parte il significato. Io, quindi, sono una parolina che modifica il significato di un vocabolo e in quanto tale discendo – come quasi tutti i prefissi – dal greco o dal latino. Io, in particolare, posso vantare una doppia “cittadinanza linguistica” nel senso che, secondo i vocaboli che modifico, posso essere ora latino ora greco.

Sono latino, Ante, quando assumo il significato di “prima”, “avanti” e modifico la parola in senso temporale o spaziale: anteguerra (“prima” della guerra); anteposto (posto “prima”). Godo della cittadinanza ellenica, Anti (non Ante), quando acquisisco il significato di “contro” o “di fronte” e modifico la parola alla quale sono premesso in senso, diciamo “battagliero”: antidroga (“contro” la droga); anticostituzionale (“contro” la costituzione). La cittadinanza greca (antì) è quella che preferisco, per la verità, in quanto mi offre la possibilità di sbizzarrirmi con un numero di parole pressoché illimitato. Dimenticavo di dire, però, che non debbo essere confuso con il latino “ante” il quale, in alcune parole, per “legge linguistica” muta la desinenza “e” in “i”: antibagno, anticamera. Per essere estremamente chiari, insomma, quando acquisisco la cittadinanza greca sono sempre Anti: anticomunista (“contro” il comunismo); allorché assumo la cittadinanza latina posso essere ora Ante ora Anti: antefatto (“prima” del fatto); anticamera (“prima” della camera).

Ciò che mi preme sottoporre alla vostra attenzione, gentili amici, ed ecco il motivo della lettera aperta, è il fatto che non gradisco essere attaccato alla parola che precedo tramite il trattino. La cosa mi manda letteralmente in bestia. Il prefisso, qualunque prefisso, si unisce direttamente alla parola. Coloro che scrivono anti-inflazione, per esempio, dovrebbero scrivere, per coerenza linguistico-ortografica, “ante-nato”; “anti-patia”; “anti-papa”. Non vi pare? Pedanteria? No, semplice ragionamento.

E sempre a proposito del mio uso corretto – e dell’uso del prefisso in genere – mi piace ricordare a coloro che, come me amano la lingua, che mi manderanno in visibilio se avranno l’accortezza di ricorrere alla crasi ogni volta che ciò è possibile. Ma cos’è questa crasi? Molti, forse, sentono questo termine per la prima volta. La crasi, dunque, è la fusione di due parole in una, in modo che l’ultima vocale della prima parola si unisca alla prima dell’altra; è, in parole povere, la fusione di due suoni vocalici in uno: medievale per medioevale; fuoruscito per fuoriuscito. Negli esempi sopra citati la vocale “o” di medio si è fusa con la vocale “e” di evo; la “i” di fuori si è fusa con la “u” di uscito. Tutte le persone che intendono rispettare le norme grammaticali devono attenersi alla crasi, come raccomandano i maggiori glottologi. Scrivete, dunque, antitaliano, non “antiitaliano” o, peggio ancora “anti-italiano”. Lo stesso discorso vale anche per i miei colleghi prefissi che preferiscono la crasi là ove è possibile: filoisraeliano è meno elegante della forma “crasica” filisraeliano; filindiano è più bello di filoindiano. La crasi, insomma, dà ai vostri scritti un tocco di classe. E io alla classe ci tengo.

Ringraziandovi sentitamente della vostra cortese attenzione, vi porgo i miei più cordiali saluti. Il vostro amico

                                                                                                                                      Ante




permalink | inviato da FaustoRaso il 19/11/2008 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


18 novembre 2008

Provvisto e provveduto

 

D

ue parole due sul verbo “provvedere” che ha due participi passati: provvisto e provveduto. Il secondo si adopera quando il verbo ha valore intransitivo: Pasquale ha provveduto a raccogliere le informazioni necessarie per risolvere la questione. Se, invece, il verbo in oggetto è adoperato transitivamente si possono usare indifferentemente i due participi passati: la madre lo aveva provvisto (provveduto) dell’occorrente per il viaggio. Personalmente preferiamo, in casi simili, l’uso del primo participio. A questo proposito ci piacerebbe sapere perché il vocabolario Sabatini Coletti in rete “snobba” la voce provveduto.




permalink | inviato da FaustoRaso il 18/11/2008 alle 0:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


17 novembre 2008

Collisione? "Litigio"

 

S

í, lo confessiamo apertamente: eravamo convinti che la “collisione” non avesse nulla che fare con il litigio. Ci sbagliavamo e la “scoperta” l’abbiamo fatta assistendo a una lite tra automobilisti: “È stato lei a non darmi la precedenza e la sua auto è venuta in collusione con la mia!”. Chiaramente l’automobilista avrebbe dovuto dire “in collisione”. Il tarlo del dubbio, però, ci corrodeva e giunti a casa abbiamo acceso il computiere collegandoci al sito della “Treccani” per vedere se i due termini (collisione e collusione) fossero sinonimi e abbiamo scoperto, invece, che in senso figurato la “collisione” è sinonimo di litigio, contrasto, conflitto e simili. Dal  “Treccani” in rete: collisione /kol:i'zjone/ s. f. [dal lat. tardo collisio -onis, der. di collidere "collidere"]. - 1. Scontro, urto tra due corpi in movimento: rotta di c., rotta che porta una nave a collidere con un'altra nave, anche fig., differenza di orientamento, che può produrre un conflitto. 2. (fis.) Ogni fenomeno di interazione cui consegua uno scambio di energia tra le particelle (molecole, atomi, ioni) interagenti. 3. (fig.) Contrasto, lite, conflitto: c. tra due soci.





permalink | inviato da FaustoRaso il 17/11/2008 alle 1:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 novembre 2008

Io "partisco"

  

I

l verbo “partire” ha due significati distinti – e rispondiamo al cortese blogghista Lucio O. di Reggio Emilia – con due distinti ausiliari. Il primo significato, e piú conosciuto, è quello di “andarsene”, “allontanarsi da un luogo” e simili. Il secondo, meno conosciuto, è quello di “dividere”, “separare”, “allontanare” e simili. In questo caso l’ausiliare è “avere” e si coniuga con la forma incoativa in “sco”: io partisco. Non si meravigli, quindi, gentile Lucio, se i suoi colleghi d’ufficio dicono che si “partiscono” la vincita al lotto.

 

                                                                     * * *

 

Dal Corriere della Sera in rete, rubrica di lingua:

inerente

Caro Prof,

sento spesso dire inerente "qualcosa" e non "a qualcosa".

mi può chiarire questo dubbio?

grazie

Risposta

  De Rienzo Venerdì, 14 Novembre 2008 

Preferisco inerente a.

--------------------

Cortese Professore, non è questione di “preferenze”, ma di grammatica, come fa notare Aldo Gabrielli: "Questo ’inerente’ è il participio presente di un verbo ’inerire’ ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come quello giuridico e filosofico, per esempio. Oggi solo ’inerente’ è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come ’atti inerenti la causa’; ’indagini inerenti il delitto’ si incontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto. Sono frasi sbagliate perché il verbo ’inerire’, etimologicamente affine ad ’aderire’, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non con il complemento oggetto: atti inerenti ’alla’ causa; indagini inerenti ’al’ delitto".


                                                                          * * *
 
In difesa della nostra lingua: si veda questo collegamento
http://www.ladante.it/primopiano/2008/allegati/080713_LetteraBerlusconi.pdf




permalink | inviato da FaustoRaso il 15/11/2008 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 novembre 2008

In Palestina si parla... italiano

 

 

I

n Palestina si parla italiano. In Italia?

Inglese, che vergogna!


(Per leggere un giornale o ascoltare un notiziario radiotelevisivo è necessario avere sottomano un vocabolario inglese-italiano).

 

IN PALESTINA È L’ITALIANO LA LINGUA DEL DIALOGO E DEL CONFRONTO

 

La Sede Centrale della Società Dante Alighieri ha ufficialmente ratificato la costituzione di un nuovo Comitato a Betlemme e già si registrano le prime iscrizioni ai corsi di lingua e cultura italiane

 

        «La cultura e la lingua hanno il potere di favorire il dialogo, l’incontro e lo scambio per offrire agli uomini preziose occasioni di nuovi stimoli alla creatività». Con queste parole Elisabetta Spagnolo Basha, Presidente del neo costituito Comitato della Società Dante Alighieri di Betlemme, ha concluso la cerimonia ufficiale di apertura della nuova sede nella città della Cisgiordania, capitale del Governatorato di Betlemme dell’Autorità Nazionale Palestinese. «Quello che per noi è più significativo – ha spiegato la Presidente Basha - è l’aver notato, in una società palestinese piuttosto chiusa, un crescente risveglio dovuto a un rinnovato interesse nei confronti della cultura, della letteratura e della musica. E in questa direzione la Società Dante Alighieri può svolgere a Betlemme un ruolo importante».

        All’incontro di presentazione, svoltosi presso una gremita “Furno Hall” dell’Università Cattolica di Betlemme e capace di riunire numerose realtà locali, sono intervenuti, tra gli altri, il Nunzio apostolico delegato in Palestina, Mons. Antonio Franco, alcuni rappresentanti dei Fratelli cristiani di San Giovanni della Salle, gli insegnanti dell’Università Cattolica e del Seminario patriarcale, delegati di varie Comunità religiose presenti sul territorio e un gruppo di studenti della Scuola “Terra Santa” che studiano l’italiano.

        Il pomeriggio è iniziato con un breve concerto di due giovani violinisti italiani accompagnati da una suora maltese al pianoforte. Non è stata casuale né la scelta delle musiche, tratte dalle Sonate di Corelli, né dei violini, strumento a corde che lega simbolicamente il mondo arabo all’Italia. Al termine del concerto, la Presidente Elisabetta Spagnolo Basha ha illustrato gli scopi istituzionali della Società Dante Alighieri, mettendo in luce i molteplici legami esistenti tra l’Italia e la città di Betlemme: scambi reciproci e un’intensa passione del mondo palestinese per l’Italia, per la sua cultura e per la sua lingua.

        Il Nunzio apostolico ha rivolto alla “Dante” un sincero incoraggiamento e ha ribadito quanto la cultura sia mezzo privilegiato di dialogo e di incontro. A Mons. Franco è stato inoltre donato un prestigioso omaggio in legno d’ulivo di artigianato palestinese, su cui era riprodotto il logo della Società Dante Alighieri. La serata si è conclusa con un altro concerto e con un rinfresco a base di cucina italiana offerto dal ristorante “Casa Nova” e preparato da un cuoco palestinese che cucina italiano.

        Un notevole interesse è stato espresso anche nei confronti della Certificazione PLIDA, al punto che all’uscita dall’Università si sono già registrate le prime iscrizioni ai corsi lingua.

        L’anno sociale del Comitato sarà inaugurato ufficialmente domenica 23 novembre prossimo alle ore 16 presso l’“Annunciation Hall” di Beit Jala con la proiezione del film di Nanni Moretti, “Caro diario”. Nel periodo natalizio, infine, è prevista la lettura del XXXIII Canto del Paradiso.

        Per informazioni: www.bethlehem.edu , dantepalestina@fozapace.net .


                                                                   * * *

 

La preposizione impropria “sotto” si può unire sia direttamente al sostantivo (sotto il tavolo), sia per mezzo della preposizione 'a' (sotto al tavolo). Un esempio dell'uso con la preposizione si trova nella poesia di Leopardi Le ricordanze, al verso 17: ...e sotto al patrio tetto / Sonavan voci alterne, e le tranquille / Opre de' servi.

 Con i pronomi personali è preferibile far seguire “sotto” dalla preposizione “di”: Giovanni abita sotto di noi. Quando è adoperata in funzione di prefisso (sotto-) non richiede il raddoppiamento della consonante iniziale della parola che segue: sottovalutazione, sottovia, sottopassaggio ecc.

 

 






permalink | inviato da FaustoRaso il 14/11/2008 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 novembre 2008

Perdonare...

 

 

 

D

ue parole due sul verbo “perdonare” perché abbiamo notato che non tutti sanno che può essere transitivo e intransitivo. Nel primo caso ha il significato di condonare e si costruisce con il complemento oggetto: la legge non perdona le infrazioni. Nel secondo caso sta per risparmiare, avere riguardo e si costruisce con il complemento di termine: la morte non perdona a nessuno.

 

                                                                     * * *

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in linea:

copricapo

Gent.mo Professore,

poiché i dizionari che ho consultato danno risposte diverse, pongo a Lei la domanda:

Qual'è il plurale di copricapo? e perché?

Grazie

(firma)

Risposta dell’esperto:

  De Rienzo Mercoledì, 12 Novembre 2008 

Copricapi, perché la parola è composta da un verbo (che resta invariabile) e da un sostantivo.

------------------------

Il quesito merita una risposta piú articolata. Copricapo fa il plurale regolarmente perché è un nome composto di una voce verbale e un sostantivo singolare maschile. Quando il nome composto è formato, invece, con una voce verbale e un sostantivo singolare femminile resta invariato (cambia solo l’articolo): il posacenere, i posacenere. Alla lettrice che ha posto il quesito (e a tutti i blogghisti) ricordiamo che “quale” non si apostrofa mai. Neanche davanti a un sostantivo femminile, come sostengono alcuni sedicenti linguisti. Per quanto attiene al verbo “comporre” quando significa essere formato, essere costituito da  si costruisce con la preposizione “di”: un nome composto (formato, costituito) di due sostantivi.

 







permalink | inviato da FaustoRaso il 13/11/2008 alle 0:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 novembre 2008

Vocabolario o dizionario?

 


A

lcuni amici blogghisti ci hanno posto un quesito che riteniamo estremamente interessante:  vocabolario è sinonimo di dizionario o c’è una differenza di significato fra i due termini? Di primo acchito saremmo tentati di scrivere che i due vocaboli sono l’uno sinonimo dell’altro, ma  un attento ‘esame’ ci rivela una differenza “insospettabile”. Per la verità con il termine vocabolario si dovrebbe intendere una raccolta, in ordine alfabetico, di... vocaboli; mentre il dizionario dovrebbe riportare, oltre ai vari vocaboli o lemmi, una raccolta di locuzioni (modi di dire) ma, soprattutto, un’accurata raccolta di voci di una determinata disciplina: dizionario di botanica; dizionario di filosofia; dizionario di astronomia; dizionario di medicina e via dicendo. C’è da dire, però, che nell’uso la distinzione fra i due termini non esiste giacché ci sono vocabolari ricchissimi di locuzioni, proprie di un dizionario. Possiamo affermare, per tanto, senza tema di smentite da parte dei soliti bastian contrari, che oggigiorno dizionario può essere sinonimo di vocabolario; il che significa che nell’accezione comune tra vocabolario e dizionario non esiste differenza alcuna. E visto che siamo in argomento, vogliamo fare alcune considerazioni. Sappiamo benissimo che la compilazione di un vocabolario comporta una fatica non indifferente e a “lavoro finito” i critici risultano essere piú numerosi degli estimatori. È nota, in proposito, la “storiella” dell’Accademia di Francia che dopo l’immane fatica consegnò alle stampe un rispettabilissimo vocabolario in cui mancava la parola... “académie”. Ciò che vogliamo mettere in evidenza è il deprecabile fatto che non tutti i vocabolari riportano le medesime regole sintattico-grammaticali, cosí il “fruitore” esigente, se vorrà una risposta precisa ai suoi dubbi, dovrà necessariamente consultare piú di un vocabolario. Ci sono, infatti, troppi vocabolari “permissivi” che riportano a fianco della voce esatta un’altra parola con la dicitura “meno bene” che significa – a nostro giudizio – “meno corretta” e in lingua – non ci stancheremo mai di ripeterlo – un termine o è corretto o non lo è; non può essere corretto “a metà”. “Efficienza”, per esempio, non si può scrivere anche senza la “i” (efficenza) come sostengono alcuni vocabolari. E che cosa dire dei verbi che nel corso della coniugazione – secondo la “legge grammaticale” – devono seguire la regola del dittongo mobile? Moltissimi vocabolari la ignorano completamente. Il lettore sprovveduto, quindi, non sa che pesci prendere. E concludiamo queste modestissime noterelle con una bella massima di Théophile Gautier: “Un poeta dovrebbe leggere solo un vocabolario. È l’unico libro degno di essere letto da un poeta”. Sí, però – aggiungiamo noi – un vocabolario di quelli con la “V” maiuscola. 

 

 

                                                                                * * *

 

                                                       Sposa bagnata, sposa fortunata

 

Ecco come spiega questo famoso detto il  Treccani in linea:

 

Tra le spiegazioni correnti, se ne segnalano due verosimili. Il proverbio, panitaliano, potrebbe essere nato come formula di risarcimento e augurio per sgombrare l’orizzonte emotivo dei novelli sposi dall’infausta impressione destata dalla pioggia caduta il giorno dello sposalizio.

 Si può anche pensare (senza rinunciare all’idea di fondo di un proverbio insieme consolatorio e augurale) che, secondo un’arcaica identificazione analogica, tipica della civiltà agricola, che vede nella donna una forza creatrice naturale, in grado di dare frutti (figli) come la terra, la sposa venga ritenuta fortunata se irrorata dalla pioggia, nel giorno del matrimonio, come se fosse terra bisognosa di acqua. La pioggia potrebbe avere un valore simbolico sessuale piuttosto trasparente, rimandando al seme maschile dello sposo.

Nel Dizionario dei proverbi pubblicato dalla Utet (curato da Lorenzo Massobrio e Paolo Boggione), il proverbio “Sposa bagnata, sposa fortunata” è inserito nel paragrafo intitolato “La cerimonia nuziale” ed è seguito da altri proverbi che, pur legati a quello in esame da una qualche parentela formale o semantica, talvolta si discostano anche notevolmente nel significato: “Se la sposa ha bagnato i piè, alla fine dell’anno sono in tre”; “Se piove quando ti sposi, ti chiamano leccapiatti”; “Sposa bagnata, sposa ingorda”; “Sposa, spesa”.

 





permalink | inviato da FaustoRaso il 12/11/2008 alle 0:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


11 novembre 2008

La grammatica "ad orecchio"

 


V

i sono persone, soprattutto tra le così dette grandi firme della carta stampata, che non ritengono necessario l’approfondimento (o lo studio) della grammatica della lingua italiana in quanto sono convinte di conoscerla bene per il semplice motivo che parlano e scrivono la lingua madre – come suol dirsi – per pratica. Esse fanno loro il detto popolare secondo il quale “la pratica uccide la grammatica”; al più, di fronte a perplessità ortografiche, ricorrono all’aiuto dell’orecchio, preziosissimo per comporre allegri motivetti con la chitarra o il pianoforte.

A costoro riteniamo utile ricordare quanto scrisse in proposito il poeta Giuseppe Giusti: “l’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnare, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare”. Mai parole furono più “sante”. Chi sa quante volte, infatti, a ognuno di noi sarà capitato, nel buttar giù le classiche quattro righe a un amico, di essere assalito da dubbi sull’esatta grafia delle parole e sulla loro giusta collocazione nel contesto della frase o del periodo. Vogliamo fare un esempio? Sognamo o sogniamo? Con o senza la “ i ”? Beneficerò o beneficierò? In casi del genere non c’è musica sacra o profana che faccia alla bisogna: l’orecchio non ci viene minimamente in aiuto. Allora, immobili, con la penna in mano (ora davanti al computiere), presi dall’amletico dubbio malediciamo il giorno in cui buttammo (con presunzione) alle ortiche il vecchio e prezioso libro di grammatica…

Vediamo, quindi, di sciogliere, nell’ordine, questi dubbi; prima, però, a proposito di orecchio, sarà bene ricordare che ha due plurali, uno maschile e uno femminile e non sono “interscambiabili” non si adoperano, cioè, indifferentemente. Si usa il maschile per indicare l’organo dell’udito (mi fanno male “gli orecchi”); si adopera il femminile, invece, in seno figurato ( “le orecchie” del libro).

Sognamo o sogniamo, dunque? Sogniamo (con la “ i ” ), anche se, a suo tempo, imparammo che tra il digramma (unione di due lettere formanti un unico suono) “gn” e le vocali a, e, o , u non si inserisce la “ i ”: quindi scriveremo “sogno”, “regno”, “ognuno”, eccetera. La “ i ” di sogniamo è obbligatoria e si giustifica con il fatto che è parte integrante della desinenza “iamo” della prima persona plurale del presente indicativo, del presente congiuntivo e dell’imperativo. Tutti i verbi in “gnare” (disegnare, insegnare, ecc.) quindi, conservano la “ i ” ogni qualvolta detta vocale faccia parte della desinenza.

Beneficerò, senza la “ i ”. I verbi in “ciare” (come quelli in “giare”) perdono la “ i ” che pure è parte integrante del tema (o radice) davanti alle desinenze che cominciano con le vocali “e” o “ i ”. In questi casi, infatti, la “ i ” non è più necessaria per mantenere il suono palatale alla consonante “c” (o “g”). Scriveremo, dunque, “beneficeremo”, “mangeremo”, “comincerei”. Solita eccezione, “effigiare”: conserva la “ i ” in tutta la sua coniugazione.

Qualche osservazione ancora, visto che trattiamo un tema prettamente grammaticale, sui sostantivi composti con il prefisso “con” (assieme). Contrariamente a quanto ci hanno abituato le “grandi firme” (e ci piacerebbe sapere chi stabilisce la “grandezza”) che si piccano di fare la lingua, il suddetto prefisso si unisce direttamente al nome. Occorre solo ricordare che la “n” cade davanti a parole che cominciano con vocale: coabitazione (non co-abitazione come, dicevamo, sono solite scrivere le grandi firme del giornalismo), mentre si trasforma in “m” davanti ai sostantivi che cominciano con le consonanti labiali “ p ” e “ b ”: “combelligerante”, “comprimario”; si assimila, invece, davanti a “ m ”, “ l ”, “ r ” (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui nell’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda) e avremo, quindi, “collaboratore”, “corresponsabile”, “commilitone” e via dicendo. A proposito, alcuni vocabolari ammettono la voce “coproduzione” e il suo composto ( “coproduttore” ). Non c’è alcun motivo che giustifichi la caduta della ‘n’ del prefisso “con”. La voce corretta è e resta “comproduzione”. Lo stesso discorso per quanto riguarda “comprotagonista”, voce “più corretta” di “coprotagonista”.

Per concludere: il prefisso “co-” non esiste.


 

 

                                                                      * * *

 

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

Golosia

Salve professore

mi è capitato di sentire utilizzare "golosia" anzichè "golosità".

Mi è parso subito errato ma cercando in rete ho trovato gelaterie col nome "golosia" e persino catene di libri di culinaria con lo stesso nome.

Potrei avere un chiarimento a riguardo?

Grazie

Saluti

 (firma)

Risposta del linguista

 De Rienzo Lunedì, 10 Novembre 2008 

E' un termine inventato, pubblicitario-

--------------------

Gentile Professore, spiace contraddirla. Il termine non è inventato, è stato relegato nella “soffitta della lingua”. Come sinonimo di golosità è stato adoperato da molti scrittori del passato ed è registrato nel “Novo Dizionario Universale della Lingua Italiana” di Policarpo Petrocchi (pag. 1074).

 

 

 

 

 

 






permalink | inviato da FaustoRaso il 11/11/2008 alle 0:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


10 novembre 2008

Rompere il ghiaccio

 

D

allo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

rompere il ghiaccio

Rompere il ghiaccio allude all'inizio di un rapporto amicale.

Non mi spiego però cosa c'entri il ghiaccio .

 (firma)

 De Rienzo Sabato, 08 Novembre 2008 

Interpelliamo il forum.

--------------------------------

Corriamo in aiuto del linguista del Corriere. L’espressione oltre ad alludere all’inizio di un rapporto amicale – come fa rilevare il lettore – si adopera anche quando si affronta per primi una situazione o un argomento su cui nessuno osava intervenire. Il modo di dire si trova già in latino: scindere glaciem. E il ghiaccio? La locuzione è una metafora presa dall’antica usanza della marineria. Quando i marinai, navigando in un fiume, trovavano chiuso un braccio dello stesso perché ghiacciato mandavano avanti alcuni uomini, armati di aste e picconi, a rompere il ghiaccio per liberare il cammino.


 

 

                                                                             * * *

 

                                                   L’analisi logica “in automatico”

 

Il responsabile della “Scuola elettrica” ci ha inviato questo commento in risposta alla nostra segnalazione del 19 ottobre scorso.

 

La ringrazio della segnalazione.
A mio parere il programma di analisi logica svolge correttamente il suo lavoro nel 70% dei casi.
Questo dimostra come sia possibile fare una corretta analisi logica con un computer.
Ovviamente esiste un 30% di errori; con il tempo la percentuale di errori può essere ridotta.
Cordiali saluti.
Pietro De Paolis

www.scuolaelettrica.it

 

 




permalink | inviato da FaustoRaso il 10/11/2008 alle 0:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


9 novembre 2008

Ribattere "alle" accuse

 


U

n nostro carissimo amico, giornalista, si è risentito perché da questo portale censuriamo, molto spesso, la lingua degli operatori dell’informazione. In risposta all’amico citiamo un titolo di un quotidiano: “L’imputato ribatte alle accuse”. Dovremmo sottacere quest’orrore? Il verbo “ribattere” può essere tanto transitivo quanto intransitivo,  non però “ad capochiam” ma secondo le varie accezioni. È intransitivo e si coniuga con l’ausiliare avere quando vale “insistere ostinatamente su un determinato argomento che ci interessa in modo particolare”: sono ore e ore che ribatti sulla stessa questione; non fece che ribattere su quel punto del programma (la questione stava particolarmente a cuore). In tutti gli altri casi è transitivo. È tremendamente errato dire o scrivere, quindi, “ribattere alle accuse”. La sola forma corretta è “ribattere le accuse”. È un grossolano errore, insomma, (e la stampa, caro amico, è “maestra”) adoperare il verbo intransitivamente quando non “rientra” nei significati su menzionati. Se si hanno dei dubbi, in proposito, si adoperi il verbo “replicare” (in luogo di ribattere) che si può costruire con la preposizione “a”: replicare a un ordine. Abbiamo dalla nostra il vocabolario Sabatini Coletti in rete:

ribattere

[ri-bàt-te-re] v. (coniug. come battere)

v.tr. [sogg-v-arg]

1 Battere qlco. un'altra volta o ripetute volte: r. un chiodo

2 Riscrivere a macchina un testo: r. una pagina

3 Respingere qlco., rimandarlo indietro: r. la palla

4 fig. Contraddire un'affermazione: r. le accuse; con l'arg. sottinteso, replicare: è sempre pronto a r.

v.intr. (aus. avere) [sogg-v-prep.arg]

1 Battere di nuovo su qlco.: hanno ribattuto alla porta

2 fig. Insistere su qlco.: r. sullo stesso punto

 

Dimenticavamo: anche il “permissivo” De Mauro in linea è... in linea con noi.

 

                                                             * * *

 

Ancora una volta vorremmo chiedere all’accademico della Crusca, Prof. Gian Luigi Beccaria, se la grammatica consente di apostrofare l’articolo femminile plurale le davanti a parole che non cominciano con e: l’insegne.

 

GIAN LUIGI BECCARIA

 

Tra a posta in arrivo continua il florilegio di proteste per l'imperante anglomania. Mi scrive da Nizza un cinefilo, Duccio Guidi, lamentando, fra le importazioni sbagliate, la fastidiosa tendenza ad attribuire a film (dovrebbe dire pellicola? non esageriamo) stranieri un titolo in inglese, anche a quelli di produzione non anglosassone. E così «Cidade de Deus», splendido e terribile spaccato delle favelas brasiliane (il titolo è proprio il nome di una favela di Rio) è diventato «City of God», mentre «Hors de prix», divertente commedia francese con la deliziosa Audrey Tautou, «Priceless».

 

Da Modena Giorgio Guidetti mi segnala che c'è chi, vendendo autocarri, ha pensato bene di storpiare il nome della propria città inventandosi «Moden Diesel». A Carpi, mi segnala ancora lo stesso, c'era (c'è ancora?) un negozio di strumenti musicali denominato, come si conviene oggigiorno, «Music Center». Il proprietario, per ripararsi dal sole, pensò di dotarlo anche di una tenda esterna ma, evidentemente, non s'intese bene col tappezziere. Sulla tenda sta scritto: «Music Centre». Ma a guardare l'insegne in inglese nelle nostre città (specialmente nell'uso del genitivo sassone) c'è da raccogliere un bella messe di errori!

 

Altra protesta da Dino Villatico, che fa il critico musicale su «Repubblica», il quale rileva un'altra stupidità, l'assimilazione del carattere j, la cui pronuncia varia da lingua a lingua, con il carattere dell'alfabeto inglese: per cui Jaspers diventa /Giaspers/, Benjamin (che dovrebbe pronunciarsi Beniamín) diventa /Béngiamin/, o Joseph Roth diventa /Giosef Roth/. Ma il peggio avviene con il termine latino iunior, scritto erroneamente junior (anche quando non è riferito a personaggi del mondo anglosassone), che viene pronunciato /giúnior/. Il latino non lo ricorda né lo riconosce più nessuno.

 

Sull'invadenza degli anglismi inutili (ben vengano gli utili!) Renato Castelvecchi mi scrive citandomi uno degli esempi più emblematici, che è quello della «Malaísia», come viene declamata dai nostri teleschermi, o «Malaysia» in versione grafica, come capita talvolta di leggere sui giornali. Si parte dalla formulazione grafica degli anglosassoni che scrivono Malaysia per poter pronunciare una parola simile a Malesia: così Malaysia è entrata a far parte del nostro stupidario.

 

 





permalink | inviato da FaustoRaso il 9/11/2008 alle 0:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


8 novembre 2008

Gli "orrori" di lingua piú frequenti

 

 


Un'indagine svolta fra i redattori e i collaboratori della casa editrice Zanichelli ha identificato gli errori più frequenti e insidiosi nello scrivere la nostra lingua.

Grafia delle parole

Errato

Corretto

accellerare

accelerare

a gratis

gratis

anedottico

aneddotico

appropiato

appropriato

avvallo

avallo

areoporto

aeroporto

biricchino

birichino

Caltanisetta

Caltanissetta

collutazione

colluttazione

colluttorio

collutorio

conoscienza

conoscenza

coscenza

coscienza

efficenza

efficienza

essicare

essiccare

esterefatto

esterrefatto

ingegniere

ingegnere

interpetrare

interpretare

Macchiavelli

Machiavelli

Missisipi

Mississippi

metereologia

meteorologia

peronospera

peronospora

pressocché

pressoché

scenza

scienza

scorazzare

scorrazzare



Accenti e apostrofi

Errato

Corretto

é, cioé

è, cioè

caffé, té

caffè, tè

sè, nè

sé, né

ventitrè

ventitré

perchè

perché [e acuto]

affinchè [e grave]

affinché

potè, dovè [e grave]

poté, dové

egli da

egli dà

egli fà

egli fa

egli stà

egli sta

egli và

egli va

un di

un dì

si [affermazione]

sì [i grave](1)

rè, trè

re, tre

vicere, ventitre

viceré, ventitré [e acuto]

blù, sù

blu, su (2)

rossoblu, lassu

rossoblù, lassù

un pò

un po' [apostrofo]

a mò di

a mo' di [apostrofo]

qual'è

qual è

un'altro, un'amico, buon'amico

un altro, un amico, buon amico

un altra, un amica, buon amica

un'altra, un'amica, buon'amica



Forme verbali

Errato

Corretto

che essi vadino

che essi vadano

che essi venghino

che essi vengano

che egli dasse, stasse

che egli desse, stesse

non mi oso di dire

non oso dire

vorrei che tu vieni

vorrei che tu venissi

vorrei che tu venga

vorrei che tu venissi

inerente il ...

inerente al ...

redarre

redigere

scannerare

scandire/acquisire

scannerizzare

scandire/acquisire



Singolare/plurale

Errato

Corretto

un murales

un murale

un silos

un silo

un vigilantes

un vigilante

le speci

le specie


 Dal “Corso di composizione di testi in italiano” del Prof. Gabriele Pallotti

----------------------
Note del redattore del portale

(1) Meglio: sí (con l’accento acuto)

(2) Il "su" si può accentare quando è avverbio: guarda piú


                                                                  *

Si veda anche questo collegamento http://www.geocities.com/athens/delphi/8129/orrori.htm




permalink | inviato da FaustoRaso il 8/11/2008 alle 0:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


7 novembre 2008

"Colluttorio"?

 


S

aremmo veramente grati alla Redazione del vocabolario De Mauro in rete se ci spiegasse in base a quali “leggi linguistiche” il collutorio, voce correttissima, si può scrivere con due “t” (colluttorio).

col|lu||rio
s.m.
TS farm., soluzione disinfettante della bocca e della gola che si applica con sciacqui, gargarismi o spennellature [quadro 18]
Varianti
: colluttorio

Sotto il profilo etimologico il vocabolo viene dal participio passato del verbo latino “colluere”, “collutus” (lavare, sciacquare). Come si spiega, quindi, la “variante” con la doppia “t”?

 

Il  “Treccani” in linea ammette la “variante” con due “t” ma specifica, chiaramente, che è voce errata:

collutorio

collutorio /kol:u't?rjo/ (o, err., colluttorio) s. m. [der. del lat. colluere "sciacquare"]. - 1. (farm.) Soluzione medicamentosa, di consistenza per lo più sciropposa, da applicare nel cavo orale mediante pennelli, spugnette, batuffoli di cotone o sciacqui. 2. (estens.) Lo sciacquo fatto con tale medicamento.

 

 







permalink | inviato da FaustoRaso il 7/11/2008 alle 0:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


6 novembre 2008

ITALIANO: LINGUA D’EUROPA, LINGUA DEL MONDO

 

Un interessante sondaggio sulla lingua italiana della “Società Dante Alighieri”

UN SONDAGGIO ON LINE DELLA SOCIETÀ DANTE ALIGHIERI CHIEDE AI CITTADINI DEI 27 STATI MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA LE 10 PAROLE ITALIANE RITENUTE PIÙ IMPORTANTI STORICAMENTE E CULTURALMENTE NELLE RISPETTIVE LINGUE NAZIONALI

        In un momento in cui si fa sempre più acceso il dibattito sul ruolo della lingua italiana in ambito di Unione Europea, la Società Dante Alighieri inaugura ufficialmente oggi 5 novembre sul proprio sito Internet, www.ladante.it, il sondaggio “Italiano: lingua d’Europa, lingua del mondo”, rivolto ai cittadini europei, la cui domanda è tradotta nelle 23 lingue ufficiali dell’UE. Gli utenti dovranno rispondere al quesito “Quali sono, fra queste 100, le 10 parole italiane entrate nella Vostra lingua che considerate più importanti storicamente e culturalmente?” con la possibilità di scegliere tra cento termini tratti dal Dizionario degli italianismi nel mondo, in corso di realizzazione a cura dei linguisti Luca Serianni, Lucilla Pizzoli e Leonardo Rossi.
        L’iniziativa della Società Dante Alighieri, promossa in occasione dell’VIII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, nasce da due presupposti principali: il primo è che attualmente l’Unione Europea ha 27 Stati membri e 23 lingue ufficiali; ciascuno Stato membro, al momento di entrare nell’UE, determina quale o quali lingue desidera siano dichiarate lingue ufficiali dell’Unione, che dunque utilizza le lingue scelte dagli stessi governi nazionali. Il secondo presupposto è che l’Unione Europea incoraggia il multilinguismo. Questo scenario è completato dal titolo significativo della pagina del sito dell’UE dedicata alle questioni linguistiche: “Lingue: la ricchezza dell’Europa”.
        Dal libro “L’Europa linguistica: profilo storico e tipologico” (Firenze, Le Monnier, 2002) di Alberto Nocentini, illustre glottologo italiano, emerge immediatamente che i lessici delle tre lingue romanze (italiano, francese e spagnolo) sono sovrapponibili, che l’inglese concorda e che il tedesco se ne discosta, ma non sempre. Un classico esempio è rappresentato dalla parola italiana classe: il suo corrispondente spagnolo è clase, il corrispondente francese è classe, quello inglese è class, quello tedesco è Klass. Dunque, ciò che unisce le lingue d’Europa è molto di più di quello che le divide.

                                                                 * * *

 

Il verbo “adulare”, sarà bene ricordarlo, deve avere l’accentazione piana, non sdrucciola: io adúlo. La pronuncia sdrucciola (àdulo) è di uso prettamente regionale e, quindi, da evitare in buona lingua italiana.

 

 

 





permalink | inviato da FaustoRaso il 6/11/2008 alle 0:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


5 novembre 2008

Eseguisco? Forma corretta

 

E

gregio Dott. Raso,

 avrei bisogno della sua preziosa consulenza, certo che non mi deluderà. Il verbo “eseguire” si può coniugare con la forma in “sco”? Si può dire, quindi, “eseguisci” quanto è stato stabilito? La professoressa di mio figlio (primo liceo scientifico) glielo ha contestato sostenendo che la sola forma corretta è “esegui”. A me pare di ricordare che sono corrette entrambe le forme ma non ho trovato una “pezza d’appoggio”. Può aiutarmi? Grazie e cordialità

Luigi R.

Frascati

------------------------

Gentile Luigi, ha perfettamente ragione, entrambe le forme sono corrette anche se la piú comune è quella senza l’infisso “-isc-: esegui. È triste il dover constatare la “pochezza linguistica” di alcuni insegnanti che “ignorano” la lingua madre. Alcuni verbi della III coniugazione – lo abbiamo visto altre volte – possono essere coniugati normalmente o inserendo tra il tema e la desinenza l’infisso “-isc-“ e tra questi, appunto, il verbo eseguire: io eseguo o io eseguisco. La forma incoativa (eseguisco) è stata usata, tra l’altro, da numerosi scrittori del passato, tra i quali Giacomo Leopardi che scrive “delibera adagio ed eseguisci spacciatamente”.

La docente di suo figlio vuole contestare anche il Leopardi?




permalink | inviato da FaustoRaso il 5/11/2008 alle 0:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


4 novembre 2008

Il "dialettista"

 

 

  

D

al settore “domande e risposte” del Treccani in rete:

Qual è il termine che definisce chi conosce e/o parla più dialetti?

 

(firma)

 

Non esiste un termine che definisca una competenza linguistica di questo tipo. Dialettofono, in linguistica, indica genericamente chi si esprime in dialetto. Il termine (formato da dialetto e dal secondo elemento –fono, dal greco phoné ‘suono’, in composti –phonos) è attestato nell’italiano scritto a partire dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento.

-------------------------

Noi, invece, crediamo che il termine esista, anche se non registrato nei vocabolari: dialettista.

Il suffisso “-ista” non si usa per indicare la professione, il mestiere esercitato da una persona? Non abbiamo il dentista, il violinista, il linguista e cosí via? Il dialettista – a nostro modo di vedere – è lo studioso dei dialetti, quindi li conosce e li... parla.


P.S. Il Prof. Marco Grosso, moderatore del sito "Cruscate" (http://www.achyra.org/cruscate/), ritiene corretto il termine "dialettista" riferito allo "studioso dei dialetti". Per quanto riguarda, invece, chi parla e/o conosce piú dialetti suggerisce "polidialettofono" o "multidialettofono".





permalink | inviato da FaustoRaso il 4/11/2008 alle 1:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


3 novembre 2008

Retro: prefisso e sostantivo

 

Un guasto alla linea telefonica ci ha impedito – per qualche giorno – di aggiornare il sito . Ci scusiamo con gli amici blogghisti che ci onorano della loro attenzione.

                        ------------------------------------------

 

 

P

regiatissimo Direttore del portale,

 la mia amica Preposizione mi ha detto della sua squisita disponibilità ad accogliere lettere aperte destinate agli amanti del bel parlare e del bello scrivere. Certo, quindi, di non rimanere deluso chiedo anch’io un po’ di spazio. Questo Paese, egregio Direttore – come lei mi insegna – si dice democratico e in una democrazia – sempre come lei mi insegna – ciascuno può esprimere liberamente le proprie idee. Ho fatto questa premessa in quanto sono sicurissimo del fatto che quanto sto per “esternare” farà storcere la bocca ai numerosissimi “soloni della lingua”. Ma io, con il suo permesso, me ne infischio,  vado avanti e vengo al dunque.

Sono il prefisso Retro e come specifica chiaramente il mio stesso nome, e come riportano alcuni vocabolari, servo per la formazione di parole composte derivate dal latino o formate modernamente per indicare un movimento all’indietro o una posizione arretrata, in senso temporale o spaziale, rispetto a un altro oggetto o fatto rappresentato dall’elemento al quale sono prefissato come, per esempio, in “retrocedere”, “retroguardia”, “retroattivo”, “retromarcia”. Mi sembra superfluo specificare, inoltre, che i miei natali sono nobili discendendo dall’avverbio latino “retro” (all’indietro, di dietro, dietro). E qui, purtroppo, nascono i problemi sulla mia... “sessualità”. Non amo essere un transessuale; una volta sono di sesso maschile, una volta di sesso femminile secondo la “capocchia” di chi mi adopera. Il mio sesso, vale a dire il mio genere, deve essere lo stesso di quello del termine al quale sono prefissato. Diremo, per tanto, la retrobottega non “il” retrobottega perché bottega è, appunto, di genere femminile. Coloro che dicono ‘il’ retrobottega dovrebbero, per coerenza, dire anche ‘il’ retromarcia o ‘il’ retroguardia. Non vi pare? Cosí non è, però; allora perché questa discriminazione? Volendo trovare a tutti i costi una giustificazione si potrebbe ipotizzare il fatto che molti – senza saperlo – dicono il retrobottega per analogia con locale: il locale dietro la bottega; o anche per effetto della sua abbreviazione, “il retro”, il cui uso – discutibilissimo – è estremamente comune. Retro, adoperato assoluto, cioè da solo, perde il valore di prefisso (io, infatti, non mi riconosco in lui) e diventa un sostantivo che sta per “deretano”. C’è da dire, però – per amore della verità – che da solo Retro ha anche un significato piú “nobile”: si adopera, infatti, in numismatica per indicare la “faccia” di  una medaglia ma anche per indicare il “dietro” di un foglio. Tornando al mio uso corretto – cioè al prefisso – adoperatemi, quindi, secondo logica. Se sono prefissato a un nome maschile usate l’articolo maschile, se sono prefissato a un sostantivo femminile adoperate l’articolo femminile: il retroaltare; la retrobottega. Ho notato, in proposito, che alcuni vocabolari per certe parole sono “salomonici”, per altre, invece, sono categorici. Mi spiego. Prendiamo il termine “retroscena”. Per alcuni dizionari il vocabolo è salomonicamente “bisessuale”o, se preferite, ermafrodito: il retroscena e la retroscena. Retrobocca, invece, categoricamente maschile. La bocca, fino a prova contraria, è di genere femminile. Se questo termine composto (retrobocca) non si vuole classificare di genere femminile lo si faccia, per lo meno, bisessuale: il retrobocca e la retrobocca. Perché due pesi e due misure? Cosa ha da dire, in proposito, la Crusca? Approva questa aberrante discriminazione? Non attendo, certo, una risposta; però... non si sa mai. Tornando “al” o “alla” retroscena, non approvo affatto i “distinguo” che fanno certi vocabolari per giustificare la “bisessualità” del termine: femminile se indica la parte del palcoscenico che rimane invisibile agli spettatori; maschile, invece, per indicare ciò che accade dietro la scena e soprattutto, in senso figurato, l’insieme dei maneggi occulti che si nascondono dietro un affare. Io, amici, ribadisco il fatto che desidero avere lo stesso “sesso” del sostantivo cui sono prefissato: la retrobottega. Grazie dell’attenzione e un caro saluto a tutti. Il vostro amico

                                                                                                                             Prefisso Retro

                                                                            

 

 




permalink | inviato da FaustoRaso il 3/11/2008 alle 16:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     ottobre        dicembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
La gogna
xxxxx

VAI A VEDERE

Dizionario di ortografia e di pronunzia
Coniugatore di verbi
Sinonimi e contrari
Dizionario di figure retoriche
Dizionario etimologico
Una frase per ogni occasione
Imparare la lingua giocando
Per i piccolini
Grammatica viva
Enciclopedie varie
Vocabolario "Treccani"
La "lingua" degli animali
Grammatica italiana
Gli abitanti di...
Il mestiere di scrivere
Dizionario informatico
Giornali italiani, esteri e siti utili
La poesia e lo spirito
Forestierismi "tradotti" in italiano
Vocabolario degli Accademici della Crusca
Impariamo l'italiano
"Cruscate", foro di discussione sulla lingua italiana
Proverbi (e modi di dire) italiani
Dizionario filosofico
Mitologia greca (dizionario)
Per una corretta dizione italiana




  "L'avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l'uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare".


(Giuseppe Giusti)



Autori: PICOZZA - RASO
Editore: GANGEMI

Volume vincitore alla III edizione del premio letterario nazionale "L'Intruso in Costa Smeralda"
------------------
Per quesiti cliccare, in alto,
su "Il mio profilo"
------------------

Le immagini sono prese dalla Rete, quindi di dominio pubblico. Se gli autori o i soggetti  sono contrari alla pubblicazione potranno scrivermi e  provvederò prontamente alla rimozione.

CERCA