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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


30 giugno 2007

Le "due alternative"

 


Non hai altre alternative. Frasi simili le leggiamo (e ascoltiamo) quotidianamente sulla stampa ma non sono “esatte”, anzi… “corrette”. I grammatici raccomandano il fatto che per “alternativa” deve intendersi una scelta, o meglio una possibilità di scelta fra due termini, non come una delle soluzioni che la scelta stessa concede. La frase, per esempio, l’alternativa è “combattere o morire” è correttissima perché abbiamo, per l’appunto, la possibilità di scegliere fra due soluzioni, possiamo cioè scegliere fra il combattere o il morire. Nella frase, invece, “non ha altra alternativa che morire”, il discorso non regge perché non c’è possibilità di scelta. Nei casi dubbi alcuni autorevoli grammatici consigliano di sostituire alternativa con “dilemma” (una specie di prova del nove, insomma): se il discorso “fila” – ha, cioè, un senso – l’uso di alternativa è corretto. Nel primo esempio… per esempio, “l’alternativa è combattere o morire” si può sostituire benissimo alternativa con “dilemma” e dire “il dilemma è combattere o morire”; il discorso “fila”, quindi l’uso di alternativa è correttissimo. Nel secondo esempio, invece, non si può dire, perché non “fila”, “non ha altro dilemma che morire”; l’uso di alternativa è, per tanto, errato. L’alternativa, inoltre, è sempre una (e soltanto una): questo o quello. Non si può dire, quindi, c’è un’altra alternativa o ci sono due (o più alternative). La stampa è incurante di queste “norme” e fa un uso improprio, per non dire scorretto, di alternativa. Ma anche alcuni vocabolari non sono da meno. Lo Zingarelli registra: non avere altra alternativa; gli resta una sola alternativa. Proviamo a sostituire alternativa con dilemma e vediamo che… “i conti non tornano”; l’uso di alternativa è errato. Il vocabolario Sandron riporta: la sola alternativa che ci resta è la resa; avverte, però, che l’uso è improprio.




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30 giugno 2007

La lingua "in trasparenza"

 

Oggi va tanto di moda la così detta trasparenza: non c’è politico che – ospite di qualche trasmissione televisiva – non faccia appello, appunto, alla… trasparenza. Tutto deve essere chiaro e ben visibile e fatto alla luce del sole. Noi non vogliamo sottrarci a questa “moda” e parleremo, per tanto, di trasparenza, però… linguistica. Argomento, questo, che non tutti i testi di lingua riportano, in barba alla… trasparenza. Non ci stancheremo mai di denunciare, da questo libero portale, il fatto che molti “incunaboli” (denominazione – ormai desueta – riservata esclusivamente ai libri stampati anteriormente al Cinquecento, quando l’arte della stampa era al suo esordio, dal latino “incunabula”, neutro plurale, ‘fasce (di bambini)’, in senso figurato “prime prove, inizi”) dalla veste tipografica molto pretenziosa non trattano argomenti specifici, riservandoli solo agli “studiosi”. E questo è un male: la lingua interessa a tutti, anzi, deve interessare a tutti. Cerchiamo, per tanto, di sopperire con le nostre modeste noterelle a questa gravissima mancanza.
Cos’è, dunque, la “trasparenza linguistica”? È l’analizzabilità da parte del parlante (o dello scrivente) di una qualsiasi parola derivata o composta e quindi la possibilità, anche di fronte a termini nuovi, di “scovarne” le componenti. Così, per esempio, data la base “pediatria”, tutti saranno in grado di interpretare il derivato ‘pediatra’, vale a dire il ‘medico specializzato in pediatria’ e ciò anche grazie al valore professionale del suffisso “iatra”. Questa trasparenza però, c’è sempre un però, non sempre è… trasparente nella composizione di una parola e spesso ciò è dovuto a motivazioni “socio-culturali”. E ci spieghiamo. Tutti sono in grado di capire e quindi ‘analizzare’ la composizione di “apriscatole”, per esempio; ma soltanto colui che ha qualche piccola nozione di lingua greca (antica) è in grado di isolare, cioè di analizzare e rendere, quindi, ‘trasparenti’ le componenti di “odonto” e “iatra” risalendo al significato di “(medico) specialista delle malattie dei denti” o di “filo” e “antropo”, cioè ‘amico dell’uomo’. Questa scarsa trasparenza è particolarmente evidente nei sostantivi in “tore” o in “trice” in quanto il rapporto con il verbo corrispondente non sempre è facilmente identificabile.

A questo proposito possiamo distinguere quattro gruppi sulla base della “motivazione” del processo formativo delle parole e della trasparenza:
a) motivazione e trasparenza sono compresenti: udire, “uditore” e “uditrice”;
b) motivazione forte ma trasparenza debole: dirigere, “direttore” e “direttrice” (la motivazione, cioè la formazione non è uguale alla radice del verbo);
c) trasparenza e motivazione sono presenti solo in astratto in quanto risalgono a una fase antica come in “spettatore” che viene dalla radice “spett” di “spettare” che in latino valeva “osservare”;
d) assenza assoluta di trasparenza e motivazione, cioè formazione, come, per esempio, in “attore” dove solo vagamente si può notare un rapporto di contiguità con il verbo “agire”. Come si vede, insomma, anche la lingua, come la politica, non brilla sempre per trasparenza.

 






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29 giugno 2007

La "nascita" della giacca

 

La storia delle parole nasconde sempre delle sorprese,a volte impensabili. Chi avrebbe immaginato, infatti, che la giacca, vale a dire quell’indumento, maschile e femminile, che copre la parte superiore del corpo e divenuto “simbolo” di una forma di rispetto per l’ambiente in cui ci si trova – ancora oggi togliersi la giacca a tavola o per la strada, nonostante la permissività dei costumi, è considerato da taluni segno di scarsa educazione – ha origini tutt’altro che… raffinate. Il nome, intanto, è il francese “jaque” derivato di Jacques, Giacomo, che con il trascorrere del tempo ha assunto il significato di “contadino”. Questi uomini di campagna, un tempo considerati rozzi, ci hanno dato, invece, una lezione di… civiltà. Ma per una migliore comprensione dell’ “evoluzione semantica” della giacca, ci affidiamo a ciò che dicono in proposito Erminio Bellini e Andrea Di Stefano.

“Nelle sue ‘Croniques’ il francese Jean Froissart narra la storia della prima ‘jacqueries’ (sollevazione, rivolta dei contadini, ndr) scoppiata in Francia durante la guerra dei Cent’anni: una rivolta di contadini contro i proprietari di terre che li succhiavano fino all’osso e contro gli uomini d’arme che scorrazzavano per le campagne francesi dandosi al saccheggio. Questa fu la più clamorosa di una serie di rivolte sconsiderate e cruente degli eterni ‘umiliati e offesi’ della terra, coloro che scherzosamente venivano chiamati in Francia Jacques Bonhomme, sempre piegati sotto il tallone dei potenti, pronti a esplodere nel momento più caotico e inconsulto, qualora trovassero un capo; rivolte tutte destinate a spegnersi nel sangue e negli orrori così come nel sangue erano prosperate. Jacques (Giacomo) dunque era un nome comunissimo nelle campagne francesi, diffuso del resto ancora oggi in una terra che tiene alle proprie tradizioni e che non si è lasciata americanizzare come invece spesso è successo in Italia. Il nome Jacques fioriva fra i contadini, ma anche in genere tra i fanti, uomini della bassa forza, a servizio dei grandi signori feudali. Questi soldati (ma anche i contadini, ndr) solevano portare una sorta di maglia: il ‘giaco’ il cui nome risale all’arabo ‘shakk’. In Francia però si attuò una fusione fra la parola originaria e il nome Jacques; la maglia di ferro portata dai fanti e indossata anche dalla gran parte dei partecipanti alla prima rivolta si disse ‘jaque’: da cui venne ‘jaquette’, la nostra giacca, la cui forma e il cui uso subirono successive trasformazioni nel tempo”.

C’è da dire, per la cronaca, che in Italia il diminutivo giacchetta prevalse su giacca, che entrò in uso nell’Ottocento, tanto che – se non cadiamo in errore – il vocabolario del Tommaseo non registra la voce, al contrario del Boerio, nel 1829, che recita “giacheta”, ‘giacchetta’. Voce ora fattasi comune all’Italia, dal francese ‘jaquette’.

E visto che siamo in tema di abbigliamento, due parole due, sulla “cravatta”, cioè su un complemento del vestiario maschile che sembrava scomparso con l’avvento dell’americanizzazione posbellica, ma tornato prepotentemente di moda anche tra i giovanissimi. La cravatta, dunque, ha mutuato il nome dai Croati; in origine, infatti, si chiamava “croata”. Il termine, però, è giunto a noi attraverso il francese “cravate” in quanto i Francesi presero questo capo d’abbigliamento quando Luigi XIV, il Re Sole, istituì un reggimento di cavalleria leggera formata di Croati. Questi soldati mercenari, noti anche in Italia – terra di conquista di tutti i popoli – avevano una divisa costituita di un dòlman rosso con alamari, un peloso colbacco e, caratteristica originale, una vistosissima striscia di lino bianco annodata attorno al collo. Questa sciccheria piacque moltissimo al sovrano francese tanto che volle che tutte le sue truppe fossero dotate di “croate”, divenuto in seguito, per corruzione popolare, “cravate”, donde la nostra ‘cravatta’. Oggi le persone che credono di parlar bene dicono ancora “corvatta”, a noi sembra puro snobismo. Da molto tempo, ormai, il termine è stato relegato nella “soffitta della lingua”. I gusti, però, sono gusti…




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28 giugno 2007

I "lungoteveri"

 

Molti sono convinti del fatto che "lungotevere" nella forma plurale resti invariato. L’invariabilità – secondo costoro – è giustificata dal fatto che non ci possono essere più "Teveri": Il lungotevere, i lungotevere. No, le cose non stanno affatto cosí. Una regola grammaticale stabilisce che i nomi composti di una preposizione e un sostantivo formano il plurale regolarmente: il lungomare, i lungomari; il lungolago, i lungolaghi. Questa regola si applica anche con i nomi dei fiumi (anche se il fiume è uno): il lungarno, i lungarni; il lungadige, i lungadigi; il lungotevere, i lungoteveri. Resta invariato solo il lungopò (e in questo caso il Po va accentato).
A proposito di fiumi è interessante notare che fino al secolo scorso, per l’esattezza fino alla Grande Guerra, il fiume Piave era considerato di genere femminile per la terminazione in e tipica di buona parte dei sostantivi femminili. Si diceva e si scriveva, dunque, la Piave. La "mascolinizzazione" si deve alla famosa Canzone del Piave di E.A.Mario e, con molta probabilità, anche per l’influsso di tutti gli altri nomi maschili di fiumi.




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28 giugno 2007

La poesia e lo spirito

 

Ho il piacere di comunicare alle persone interessate che sono stato invitato a far parte della redazione del portale "La poesia e lo spirito".
Il sito è consultabile cliccando qui  http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/




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27 giugno 2007

Rubare e derubare

Molti sono convinti del fatto che i verbi derubare e rubare si possono adoperare indifferentemente. Non è cosí. E chi ama il bel parlare e il bello scrivere deve seguire i dettami del linguista Giuseppe Rigutini secondo il quale si "rubano le cose" e si "derubano le persone". Non si dice, infatti, che "i banditi rubano centomila euro (o euri, se preferite) alla banca e che i ladri derubano il signor Bianchi del portafoglio"? A questo proposito si noti anche la diversa costruzione dei due verbi: derubare una persona di un oggetto o anche, con uso assoluto, derubare una persona; rubare a una persona una cosa. Per quanto attiene all'etimologia il verbo rubare non è schiettamente italiano, bensí germanico: raubon (roba, bottino). Da questo raubon, attraverso il solito passaggio semantico, si è fatto "rubare": chi 'ruba' sottrae con la forza il... bottino (raubon).

Piccola curiosità finale a proposito di gli euro/gli euri. Si legga qui:

  http://www.treccani.it/site/lingua_linguaggi/quesiti/euro.htm




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27 giugno 2007

Il verbo "crescere"

Questo verbo è pari pari il latino "crescere" e ha due significati principali: "diventare piú grande" e "allevare", "educare" (un fanciullo). Giovanni è cresciuto, vale a dire "è diventato piú grande"; Mario è stato cresciuto (allevato, educato) con sani principii. In alcune parti d'Italia, nelle regioni settentrionali soprattutto, il verbo in oggetto viene adoperato con il significato di "essere di piú", "avanzare", "essere di troppo" e simili. È un uso, questo, improprio (per non dire errato) in quanto tradisce il "valore intrinseco" del verbo. Chi ama il bello scrivere non segua questi esempi deleteri.







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26 giugno 2007

Strozzare e strangolare

 

I vocabolari attestano i due verbi l’uno sinonimo dell’altro. A voler sottilizzare non è proprio cosí, anche se hanno lo stesso significato “fondamentale”: morire per asfissia. Colui che "strozza" usa le mani; chi "strangola", invece, serra il collo della vittima servendosi di un laccio o di qualche altro “strumento”. A questo punto vediamo ‘esattamente’ il significato di “sinonimia”.

Con il termine “sinonimia” si intende – in linguistica – una corrispondenza semantica di due o più parole, vale a dire una “somiglianza” di significato di due o più vocaboli. Alcuni, in proposito, sono convinti del fatto che “sinonimia” equivale a “identicità”. Così non è: non esistono in lingua italiana (ma neanche nelle lingue straniere) vocaboli che potremmo definire “gemelli”; c’è sempre una piccola sfumatura di significato.

Per questo motivo alcuni linguisti, prudentemente, tendono a precisare che sono chiamati “sinonimi” i nomi che hanno il medesimo significato “fondamentale”; c’è sempre, infatti, qualcosa che sfugge e rende impossibile la “perfetta” equivalenza dei significati. Una riprova?

Prendiamo tre vocaboli apparentemente “uguali”, vale a dire tre sinonimi: stanza, sala e camera; la loro sinonimia si fonda sul fatto che tutti e tre hanno lo stesso significato “fondamentale”, ma a un attento esame presentano delle sfumature particolari che mettono in luce la loro diversità. Vediamo.

Stanza viene dal latino “stans, stantis”, participio presente di “stare”, propriamente “star fermo in un luogo”e in questo significato vale “dimora”, “alloggio”: il mio amico ha preso stanza (vale a dire: alloggio) presso alcuni parenti. Sala proviene, invece, dal franco “sal” e originariamente stava a significare una “abitazione di una sola stanza”. Oggi ha acquisito il significato di “stanza grande adibita a vari usi”: sala d’aspetto, sala d’ingresso, sala da ballo, sala da pranzo, sala di lettura e così via. Camera, infine, è propriamente la “stanza da letto”. Questo vocabolo ha origini antichissime che ci rimandano al sanscrito “kamar” (esser torto, esser curvo) che ha dato vita al greco “kamara” e al latino “camera” (‘volta di una stanza’; le volte non sono “curve”, ‘kamar’?) passato pari pari in lingua italiana. Gli architetti romani chiamavano “camarus”, ‘ricurvo’, infatti, il soffitto della stanza in cui erano soliti riposare. Per estensione, con il trascorrere del tempo, il termine è passato a indicare, per l’appunto, la stanza da letto.

Da questi esempi si possono ben notare, quindi, le diverse sfumature dei vari sinonimi. Per questa ragione, in linguistica si parla di “sinonimia approssimativa” e di “sinonimia assoluta”. Nella sinonimia approssimativa i vocaboli sinonimi sono intercambiabili solamente in determinati contesti. Provate a sostituire, infatti, “sala da ballo” con “camera da ballo” e vedrete che il “conto non torna”, per usare un’espressione dell’aritmetica. Si può benissimo dire, invece – “il conto torna” – “sala da pranzo” o “camera da pranzo” (anche se “camera” in questo caso non è un termine appropriato).

Nella sinonimia assoluta i vocaboli sinonimi sono, viceversa, intercambiabili in tutti i contesti. Bisogna dire, però, che i sinonimi assoluti sono veramente molto rari. Sono “assoluti”, per esempio, le preposizioni “tra” e “fra” anche se, a voler sottilizzare, c’è una differenza a livello stilistico: al fine di evitare la successione di sillabe uguali si preferisce dire, per esempio, “tra fratelli” invece che “fra fratelli”. Sono sinonimi assoluti – anche se, ripetiamo, c’è sempre una sottile differenza - “invece” e “viceversa”; “ma” e “però”; “termosifone” e “calorifero” e altri – insistiamo rari – che ora non ci vengono alla mente.

Per concludere queste modeste noterelle ribadiamo il concetto: nella maggior parte dei casi i sinonimi differiscono tra loro per particolarità o aspetti diversi o sono… sinonimi solo parzialmente.






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25 giugno 2007

Affascinare e... affascinare

 

Si presti molta attenzione nella pronuncia di questo verbo in quanto cambia di significato secondo l'accento. Nell'accezione di "attrarre", "conquistare", "attirare simpatia" e simili è un derivato del sostantivo "fascino" l'indicativo presente, quindi, avrà l'accentazione sdrucciola (accento tonico sulla "a": io affàscino); nel significato di "raccogliere in fascine", "affastellare" ha origine dal sostantivo "fascina" l'indicativo presente avrà, dunque, l'accentazione piana (accento tonico sulla "i": io affascíno).




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25 giugno 2007

(Mettere) Alla lanterna

 

Probabilmente questo modo di dire è poco conosciuto in quanto è stato relegato nella "soffitta della lingua" e il suo posto è stato preso da "mettere alla gogna". Questo è, infatti, il significato dell'espressione. Nei primi tempi della rivoluzione francese il popolino, infuriato, impiccava ai lampioni (lanterne) tutti coloro che erano "in odore" di aristocrazia. Quanto alla gogna si veda
http://www.etimo.it/?term=gogna&find=Cerca




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24 giugno 2007

Tante "Barbiana" o tante "Barbiane"?

 

Da un quotidiano romano a distribuzione gratuita:
Veltroni ricordando don Milani
"Ho già visto tante Barbiana"

Gli estensori del titolo avrebbero dovuto sapere che i nomi 'geografici' (città, paesi) che finiscono in -a si "pluralizzano" normalmente.
Il titolo corretto avrebbe dovuto recitare: "Ho già visto tante Barbiane". 




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24 giugno 2007

" È un canard "

 

Quando sui giornali, nei tempi andati, si leggeva una notizia priva di fondamento, una fandonia, una frottola si diceva "è un canard". "Canard" è un vocabolo francese e significa "anitra". La frase sembra abbia avuto origine da una storiella narrata dal conte di Châlons:
Avevo sei anitre, ne uccisi tre, le tagliai a pezzi che lasciai nel recinto nel quale stavano le superstiti. Mezz'ora dopo, queste ultime le avevano mangiate fino all'ultimo ossicino. Ne uccisi un'altra, che subí la stessa sorte. Il giorno dopo, recatomi nel recinto non trovai che penne e una zampa. Le due ultime rimaste si erano mangiate fra loro.




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24 giugno 2007

I sali ammoniacali

 

Volete conoscere la "nascita" dell'ammoniaca, cioè da dove trae origine il nome?
Cliccate qui http://www.etimo.it/?term=ammoniaco&find=Cerca




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24 giugno 2007

Emigrare (essere o avere?)




 Molto spesso siamo assaliti da dubbi su quale ausiliare adoperare quando dobbiamo coniugare il verbo “emigrare” nei tempi composti: sono emigrati o hanno emigrato? I vocabolari (la maggior parte) e la stampa non ci vengono certo in aiuto; una volta leggiamo “La sua famiglia d’origine ha emigrato in Germania”, un’altra “è emigrata in Germania”. Come regolarci? Useremo l’ausiliare avere se non si indica la destinazione: “Hanno emigrato in massa”; l’ausiliare essere quando si specifica il luogo: “Sono emigrati tutti in Germania”.




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23 giugno 2007

Università triestina

 

A proposito degli strafalcioni del "coniugatore di verbi" dell'Università di Trieste, riporto un bell'articolo di Marco Cavallotti pubblicato sul quotidiano in Rete "Il Legno storto".

Amplissimo prof. S. De Martino, Chiarissimo prof. R. Pellegrini, in quanto rispettivamente Preside della facoltà di lettere e Filosofia dell'Università di Trieste, e Direttore del Dipartimento di Italianistica Linguistica Comunicazione Spettacolo desideriamo anzitutto comunicarVi il nostro compiacimento, per il fatto che il Coniugatore dei verbi italiani gestito dal Dipartimento sia stato corretto per quanto riguarda l'indicativo presente del verbo "giacere". Avevamo segnalato l'errore qualche mese fa, e siamo stati accontentati. È un bel passo avanti.
Visto che siamo sulla strada buona, segnaliamo anche i verbi "supplire", "scolorire", "intorbidire", "esperire"; il passato prossimo di "partire", l'imperfetto indicativo di "soddisfare"...
Tanto per dare un'idea, se nessuno ha mai avuto la voglia di dedicare allo sciagurato coniugatore il tempo che meriterebbe, "Scandire" all'indicativo presente fa:
io scando
tu scandi
egli scande
noi scandiamo
voi scandite
essi scandono

con strafalcioni che vede e sottolinea in rosso perfino il correttore automatico di Word.
I nostri lettori ci hanno inviato commenti salaci su quel coniugatore che, gestito in un'area nella quale il multilinguismo è di casa, dovrebbe essere consultato e preso sul serio da intere generazioni di giovani la cui lingua madre non è la nostra. Ma noi aggiungiamo che dal Manzanarre al Reno dire «io ho partito, tu hai partito, ecc.» suona sempre e comunque strano.
Insomma, urge una verifica sistematica di quel Coniugatore che non fa onore a tanti cultori e studiosi della nostra lingua. Manca personale? Mancano i fondi per procedere? Potremmo suggerire noi una soluzione economica e rapida: affidare i controlli, come esercitazione, ai ragazzi che studiano Italiano come seconda lingua presso l'Ateneo triestino. Peggio di così, comunque, non potrebbero fare…

Finora, però... Ma non mettiamo limiti alla provvidenza


Ecco il sito  http://www.univ.trieste.it/~nirital/texel/coni/coni.htm  divertitevi a coniugare i verbi "incriminati".






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23 giugno 2007

"I sorci verdi"

 

Un lettore di un importante quotidiano in Rete ha posto al titolare della rubrica di lingua la seguente domanda:

Da dove nasce l'espressione "vedere i sorci verdi"?
Senza firma


Si tratta di una scherzosa espressione romana che significa sbalordire, ma anche far paura con azioni sorprendenti.
(Questa la risposta del linguista che, però, non... ha risposto)

Chi è interessato alla risposta, vuole cioè conoscere l'origine del modo di dire, può cliccare su questo link

  http://it.wikipedia.org/wiki/Sorci_Verdi




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22 giugno 2007

Preferire...

 

Chi ama la lingua non segua l'esempio di taluni scrittori che fanno seguire il verbo preferire dalla preposizione di: preferisco di non esprimermi al riguardo; preferisco di dormire invece di andare a passeggio. L'uso "corretto" respinge la preposizione di: preferisco non esprimermi...

Premesso che la lingua non si "fa a orecchio", non sentite come quella preposizione stoni... agli orecchi? Alcuni, addirittura, e questo è un vero e proprio errore, adoperano il verbo suddetto come una sorta di comparazione facendolo seguire dall'avverbio piú: preferisco piú l'automobile al treno. Si dirà, correttamente, preferisco l'automobile al treno; oppure, mi piace di piú l'automobile che il treno.




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22 giugno 2007

Fare la cura di Mitridate

 


Pochi, probabilmente, conoscono (o hanno sentito) quest'espressione che significa conoscere i  vizi per rendersene immuni. L'origine del modo di dire si fa risalire, sembra, all' "usanza" di Mitridate, il re del Ponto, nemico giurato dei Romani, il quale per immunizzarsi e sfuggire al pericolo di essere avvelenato fece la cura "preventiva" dei veleni. Questa "cura", però, gli si ritorse contro: quando fu sconfitto da Scipione l'Asiatico, tentò di avvelenarsi per non cadere nelle sue mani, ma non vi riuscí.







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21 giugno 2007

I "capilinea" o i "capolinea"?

 

Una regola grammaticale stabilisce che il plurale di parole composte con una forma verbale e un sostantivo maschile (singolare) si ottiene modificando il sostantivo: marciapiede, marciapiedi. Ho notato, però, che non tutti i vocabolari concordano su questa regola. Per quanto attiene al plurale di "copricapo", per esempio, alcuni dizionari, tra i quali il "Treccani", non riportano il plurale (il che lascia supporre che il plurale si forma secondo la regola su riportata); altri ammettono l’invariabilità (i copricapo) e il plurale normale (copricapi); il Dop, però, specifica che la forma invariata è meno comune. Il Devoto-Oli compatto, edizione 2006/2007 con Cd-Rom, registra esclusivamente l’invariabilità del termine; lo stesso vocabolario, però, riporta "coprifuochi" quale plurale di coprifuoco. Non è lo stesso caso di "copricapo"? Perché "due pesi e due misure"? Perché, insomma, "i copricapo" e "i coprifuochi"?
Ma torniamo un attimo al Dop che – a mio avviso – confonde un po’ le idee per quanto riguarda la formazione di alcuni plurali: copricapo, copricapi; copribusto (invariabile); copricalice (invariabile); coprifuoco, coprifuochi; copriletto (invariabile).
Se la regola sopra citata non è errata come si spiega questa "anarchia " nella formazione di alcuni plurali?

Ecco un altro caso in cui un povero cristo – consultando piú vocabolari – non sa come comportarsi per "non sbagliare" in quanto i pareri sono discordi. Sto parlando del plurale di capolinea. Per il De Mauro in linea il sostantivo è "ermafrodito" e tassativamente invariato: il/la capolinea, i/le capolinea. Il Treccani in linea lo considera esclusivamente maschile e si può "pluralizzare" in capilinea. Sulla stessa lunghezza d’onda il Dop , il Devoto-Oli 2006/2007 e Sapere.it (i capolinea o i capilinea). Per il Gabrielli e la Garzantilinguistica il sostantivo è maschile e si "pluralizza" normalmente (capilinea).

E a proposito di "ermafrodito" è bene ricordare che questo vocabolo è sostantivo e aggettivo. Ermafrodita (con la "a") è il sostantivo femminile o l'aggettivo femminile, non il maschile (sostantivo o aggettivo) singolare. Avremo, quindi: un fanciullo ermafrodito; una fanciulla ermafrodita; due fanciulli ermafroditi e due fanciulle ermafrodite.







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20 giugno 2007

"Essere in giande"

 

 Forse pochissime persone conoscono l'espressione Essere in giande in quanto è una locuzione dialettale tipica delle province di Brescia e di Bergamo che intende delineare uno stato di psicofisico precario, una condizione di salute negativa od uno stato di malessere.

L'espressione deriva dalla Parabola del figlio al prodigo: un figlio di un ricco signore aveva preteso in anticipo l'eredita dal padre ma ben presto l'aveva dissipata in divertimenti sfrenati tanto da dover sfamarsi rubando le ghiande ai maiali. L'origine dell'espressione essere in giande trasmette quindi l'idea di una persona caduta in miseria per propria colpa, ovviamente tale significato è stato esteso a tutti quegli stati, fisici o mentali, che causano malessere.

(da Wikipedia)







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20 giugno 2007

Punti di vista...

 

Chiedo scusa a tutti coloro che usano nei loro discorsi e nei loro scritti frasi tipo "dal punto di vista letterario il libro non è interessante"; oppure, "dal punto di vista economico il Paese non ha fatto un passo avanti". Perché chiedo scusa? Perché frasi del genere mi fanno ridere. È un francesismo ridicolo. Come si può parlare di fatti, di oggetti, di cose che non hanno 'occhi'? Dal punto di vista letterario: dove sono gli occhi? Dal punto di vista economico: dove sono gli occhi? Insomma, a mio avviso, la locuzione "dal punto di vista" si può adoperare esclusivamente riferita a una persona (che ha 'occhi' per vedere e, quindi, per giudicare): "Dal punto di vista di Giovanni quel libro non ha nulla di letterario". Che cosa fare? Cambiare locuzione. Quel libro non è interessante perché non ha alcun valore letterario; oppure: quanto a valore letterario quel libro non è interessante. In quanto all'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti; oppure: per ciò che riguarda l'economia questo Paese non ha fatto un passo avanti (o locuzioni simili).







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19 giugno 2007

La "nascita" del saluto militare

 

Nel periodo del feudalesimo, quando un guerriero entrava in un castello, si toglieva l'elmo dimostrando, con questo atto, la sua totale fiducia nell'ospitalità del castellano. Ciò era considerato un segno di omaggio e indicava le intenzioni pacifiche dell’ospite ma,  soprattutto, la certezza che il cavaliere non sarebbe stato tradito. A poco a poco l'usanza di scoprirsi il capo in segno di rispetto fu “adottata” – nei tempi moderni – anche nell'esercito, particolarmente al cospetto di un superiore. I soldati medievali, dinanzi a un loro superiore, non si toglievano l'elmo, ma sollevavano la visiera scoprendo il volto. Con il trascorrere del tempo la consuetudine di portare la mano alla fronte quasi per scoprire... una visiera è rimasta.

 







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19 giugno 2007

Rispetto a...

 


È invalso l'uso, "non ortodosso", di adoperare la locuzione rispetto a...  come termine di paragone o di contrapposizione. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere non la usi, anche se c'è l' "imprimatur" di alcuni vocabolari. Una città, per esempio, è piú o meno bella di un'altra (non rispetto a un'altra); cosí come non si dirà che i sindacati rispetto agli industriali rivendicano piú investimenti; si dirà, "correttamente": i sindacati, nei confronti degli industriali, rivendicano piú investimenti.

 






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18 giugno 2007

Vocabolario della lingua italiana

 


Segnalo il vocabolario della Lingua Italiana, "Sabatini Coletti", consultabile in rete:
                                             http://dizionari.corriere.it/

PS: In confronto all'edizione cartacea, però, il lemmario è molto, molto ridotto.




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17 giugno 2007

Fare (o essere) il Bastian Contrario

 

 Sull'origine del modo di dire esistono diverse teorie.

Nel suo Dizionario moderno Alfredo Panzini ricorda la leggenda di un Bastiano Contrari "malfattore e morto impiccato, il quale solamente in virtù del cognome diede origine al motto". Si tratterebbe dunque di un caso di antonomasia.

A Torino il Bastian Contrario per antonomasia è considerato il conte di San Sebastiano che nella battaglia della Assietta fu il solo a disobbedire all'ordine di ripiegare sulla seconda linea. Il gesto del Conte e dei pochi fedeli granatieri da lui comandati determinò l'esito favorevole di tutta la battaglia contro l'esercito franco-ispanico. L'episodio ha ispirato anche un altro detto tipico riferito alla popolazione piemontese, quello di bugia nen: se in origine significava proprio "non muoversi", col tempo il senso è stato svilito, per diventare un sinonimo di ottusità e chiusura nei confronti delle idee altrui.

(da Wikipedia)

 

 

 






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17 giugno 2007

Pagare il fio e lo scotto

 



Sapete perché si dice pagare il fio e lo scotto? Donde provengono queste due espressioni di identico significato e note a tutti in quanto si fanno “scendere in campo” quando si vuole mettere in evidenza il castigo o la pena dovuta per rimediare a una colpa o a un comportamento non certo irreprensibile? Vediamolo assieme. Il  “fio” (dal francese antico “fieu”, feudo e per estensione ‘tassa’) era il tributo che i vassalli dovevano pagare al padrone-signore; mentre lo “scotto” (dal franco “skot”, tassa) era il prezzo da pagare dopo aver mangiato e alloggiato in una locanda. Con il trascorrere del tempo i due termini hanno subito una “metamorfosi semantica” acquisendo il significato di “pena”, “castigo”: non hai rispettato gli impegni, ora pagane lo “scotto”, subisci, cioè, le conseguenze del tuo deprecabile comportamento.







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16 giugno 2007

Obbedire e ubbidire

 

Obbedire e ubbidire sono l'uno sinonimo dell'altro. Mi piacerebbe sapere per quale "oscuro" motivo il De Mauro in linea registra il primo solo intransitivo, il secondo sia transitivo sia intransitivo. L'uso transitivo è raro, ma esiste, e si costruisce con il complemento oggetto solo se riferito alla persona che dà ordini: Giovanni ubbidí il suo capitano. In questo caso, quindi, secondo il De Mauro, non si può dire obbedí.


http://www.demauroparavia.it/75031

http://www.demauroparavia.it/124237





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15 giugno 2007

Piuttosto che o oppure?

 

Una lettrice ha posto alla "Treccani" in Rete un interessante quesito circa l'uso corretto di piuttosto che.  Si leggano qui la domanda e la risposta:    http://www.treccani.it/site/lingua_linguaggi/quesiti.htm




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15 giugno 2007

Sollevare...

 


È improprio l’uso del verbo “sollevare” nell’accezione di suscitare, provocare e simili.

Scrive, in proposito, il linguista Luciano Satta:


In sé e per sé questo verbo, anche se usato un po’ troppo, non darebbe noia. Ma consigliamo di sostituirlo qualche volta con
‘suscitare’, il cui significato di ‘muovere all’insú’ non è sentito quasi per niente.Accade questo: si ‘sollevano apprensioni, dubbi, preoccupazioni’ eccetera. Ma se una persona o una situazione ‘solleva pesanti dubbi’ eccetera, viene in mente una nota disciplina dell’atletica, e la risata è inevitabile. Su un giornale del Nord abbiamo letto che ‘ pesanti interrogativi sono stati sollevati’ da un deputato. Chissà se egli ha battuto un primato. Complimenti, in ogni modo.


Lo stesso discorso si può fare per il verbo “elevare”.






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15 giugno 2007

È una paccottiglia...

  

Molto spesso adoperiamo "per pratica" vocaboli di cui non conosciamo il significato "intrinseco" come, per esempio,
paccottiglia. Il dizionario etimologico del Pianigiani (in rete) dà questa spiegazione:http://www.etimo.it/?term=paccottiglia&find=Cerca Ma non abbiamo "scoperto" nulla. Il termine, dunque, di provenienza franco-iberica (pacotille, pacotilla), significa "merce scadente". Nei tempi andati i commercianti affidavano denaro e merci ai naviganti perché li convertissero in altre merci (o denari) negli scali dove sarebbe approdata la nave. Alcuni di loro, poco onesti, affidavano fondi di magazzino e roba molto scadente. Da questa compravendita venne alterato il vero senso del termine in roba scadente.




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  "L'avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l'uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare".


(Giuseppe Giusti)



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