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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


30 aprile 2007

La "prerogativa"


Tutti conosciamo il termine “prerogativa” e lo adoperiamo comunemente con il significato di “privilegio”, “concessione” e simili: sciogliere il Parlamento è una ‘prerogativa’ del presidente della Repubblica. Vogliamo vedere come è nato il vocabolo? Proviene da due parole latine: “prae” (prima) e “rogativa”, a sua volta dal verbo “rogare” (interrogare, chiamare). Nella Roma dei nostri antenati latini si estraeva a sorte il nome della tribú chiamata (‘rogata’) a esprimere il consenso, il voto, prima (‘prae’) delle altre nei “comizi elettorali”. Da questo participio (rogata) si formò il sostantivo “praerogativa”. Attraverso i secoli il senso primitivo del vocabolo si è via via ampliato fino a significare, per noi, “privilegio”.






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29 aprile 2007

Fare "berlic e berloc"


A ciascuno di noi sarà capitato – almeno una volta – di  “fare berlic e berloc”, vale a dire di non mantenere la parola data. Questa locuzione ci è stata lasciata  “in eredità” dai mercenari svizzeri e tedeschi calati nel nostro Paese (che è sempre stato terra di conquista) alla fine del Medio Evo e che costituivano le famose “compagnie di ventura”. L’espressione significa, appunto, “non mantenere la parola data”. Proviene dalla frase tedesca "aber  nicht, aber noch", che si traduce  “ma no, ma pure”.






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29 aprile 2007

Chi ha fatto trenta può fare trentuno


Il modo di dire – chi non lo sa? – sta a significare che una volta intrapreso un lavoro conviene portarlo a termine e che si può andare anche oltre. Giuseppe Giusti, nella sua “Raccolta di proverbi toscani”, dà questa spiegazione: “Chi ha fatto il piú può fare anche il meno”. Ma come è “nata” la locuzione? Il modo di dire si fa risalire a un aneddoto di papa Leone X. Questi, nel 1517, aveva indetto un concistoro per la nomina di trenta cardinali; si accorse, però, che aveva dimenticato di inserire nella lista dei trenta un prelato di grande merito e prestigio. All’ultimo momento lo fece aggiungere all’elenco dicendo: “Abbiamo fatto trenta, possiamo anche far trentuno”.






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29 aprile 2007

Questo o questi, fa differenza?


Abbiamo notato, con sommo rammarico, che va sempre di piú “prendendo piede” l’usanza  (deleteria) di adoperare i pronomi singolari maschili “questi” e “quegli” non – come prescrive la norma grammaticale – in posizione nominativa, vale a dire come soggetti, sibbene come complementi. È un errore madornale che in buona lingua italiana non è ammissibile.

   Riteniamo superfluo aggiungere che la causa di questo “scempio linguistico” vada ricercata nel mondo della carta stampata e no, e in certi ambienti pseudoculturali dove alcuni cosí detti scrittori si vantano di “fare la lingua”. No, amici, costoro non “fanno la lingua”, la uccidono; sono dei “linguicidi” legalmente riconosciuti.

   Questi e quegli – sarà bene ricordarlo – sono una variante dei pronomi singolari dimostrativi “questo” e “quello” e usati, per lo piú, in campo letterario: questi gli disse; quegli lo rimproverò. Mentre, però, “questo” e “quello” possono avere sia la funzione di soggetto sia quella dei vari complementi, “questi” e “quegli” possono essere adoperati solo ed esclusivamente (si perdoni la tautologia) in posizione di soggetto: questi è partito ieri per le vacanze;  quegli è andato al cinema.

   Errano, per tanto, quegli scrittori che per “snobismo” o per saccenteria (?) scrivono frasi tipo: a questi piaceva passeggiare per i prati; a quegli era stato ritirato il passaporto. Come si può notare dagli esempi “questi” e “quegli” non sono soggetti ma complementi, il loro uso, quindi, è errato. Lo stesso Manzoni usa questi e quegli solo in posizione di soggetto: Questi parea che contra me venesse. Perché contraddirlo?






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28 aprile 2007

Peggio il taccone del buco



Questo modo di dire di tradizione prettamente popolare dovrebbe "esser di casa" presso i veneti. Perché? È presto detto. La locuzione, intanto, è la variante popolare del detto "il rimedio è peggiore del male" che, ci sembra, non necessiti di alcuna spiegazione. La variante, dunque, è il termine "taccone", forma regionale veneta di "toppa" vale a dire del pezzo di cuoio con il quale si ripara (anzi: si riparava) un buco in una scarpa, con risultati estetici veramente grossolani: il rimedio, quindi, è peggiore del male, cioè del... buco.




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28 aprile 2007

Dare la cappa


Ecco un modo di dire di uso raro e, quindi, pressoché sconosciuto ai piú. Lo proponiamo perché sia di auspicio per coloro che ci onorano di leggerci e abbiano la loro… cappa, cioè un premio. “Dare la cappa”, dunque, significa premiare qualcuno per i suoi meriti. La locuzione è un prestito del gergo della marina mercantile: quando un carico arrivava a destinazione in perfette condizioni si era soliti ringraziare il capitano con un premio consistente in una cappa. Di qui il significato generico di premio, riconoscimento e simili.






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28 aprile 2007

Uso corretto di "nonché"


L’avverbio nonché e la locuzione avverbiale non che significano, propriamente, “tanto piú” o “tanto meno”. Hanno, infatti, valore rafforzativo e intensivo di “non solo”, “tanto meno”, “tanto piú”, “per di piú” e simili. Non è consigliabile, se si vuole parlare e scrivere in buona lingua, usarli come sinonimi di ”e” o di “anche”. Non diremo, quindi, mi rivolgo a lei, nonché ai suoi amici ma, correttamente: mi rivolgo a lei e ai suoi amici.




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27 aprile 2007

Far venire il latte alle ginocchia


Se una persona è irrimediabilmente noiosa o sciocca e i suoi discorsi ci tediano oltre misura è probabile che, se non altro dentro di noi, commentiamo: “Fa proprio scendere il latte alle ginocchia!” Si tratta di uno di quei classici modi di dire che si tramandano di padre in figlio ma di cui, se ci fermiamo un momento a pensarci, ci sfugge completamente l’origine e, quindi, il significato iniziale. Qualche aiuto ce lo può dare il solito latino, che indicava con “lactes” i visceri (e in particolare la trippa), forse per il colore lattiginoso che alcuni di essi possono avere:
ecco, allora, che l’immagine dei visceri che, per stanchezza, si srotolano, allungandosi e distendendosi fino a toccarci le ginocchia, può anche suggerire un rilassamento e una noia mortali. 
                                                                                                                                             (Enzo La Stella)






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27 aprile 2007

"Aggiornare"


Il significato
proprio del verbo “aggiornare” è “fissare il giorno”, “assegnare il giorno” richiede, quindi, l’indicazione di una determinazione temporale: la riunione è stata aggiornata al 15 del mese. Oggi è invalso l’uso non corretto di adoperarlo nel significato di “informare”, “ragguagliare”, “mettere al corrente” e simili: aggiornami sulle ultime novità. È un uso, questo, da evitare se si vuole parlare e scrivere in buona lingua italiana. Si dirà, correttamente: informami sulle ultime novità.

 






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26 aprile 2007

Il mandarino e l'aerometro



Alcune divagazioni sulla nostra bella lingua cominciando proprio dal termine “divagazione” che, come tutti sappiamo, significa “divertimento”. Questo sostantivo, dunque, è un deverbale, vale a dire un nome generato da un verbo, nella fattispecie il verbo divagare, appunto. Divagare, a sua volta, viene dal tardo latino “divagari”, composto del prefisso “dis” (‘allontanamento’, ‘separazione’) e del verbo “vagari” (vagare) e alla lettera vale “andar girando qua e là”, senza una meta. La divagazione, per tanto, è un allontanamento dalla via intrapresa, una “deviazione” che ci spinge a gironzolare di qua e di là,  per questo motivo ha acquisito il significato, non comune, di “svago”, di  “divertimento”. Divertiamoci, quindi, con alcune… “divagazioni” sulla lingua cominciando con un termine a tutti noto: mandarino. Questo sostantivo (ma anche aggettivo, forse pochi lo sanno) ha due distinti significati, ma la medesima “origine etimologica” (si perdoni il brutto gioco di parole). Il primo significato è il più conosciuto: frutto simile a una piccola arancia, dolcissimo e fragrante, la cui buccia è giallognola e leggera. Il secondo significato – che ha dato origine al primo – è quello “principe”: titolo attribuito agli alti dignitari della corte imperiale cinese. Occorre dire, però – e la cosa potrebbe sembrare inverosimile – che la Cina non conosce questo termine; tutti gli studiosi di lingua concordano sulla provenienza portoghese del vocabolo: ‘mandarim’. Ci sono, invece, due scuole di pensiero circa l’origine di quest’ultimo vocabolo. Alcuni fanno risalire il portoghese ‘mandarim’ al sanscrito ‘mantrin’ (‘consigliere’) che si riallaccerebbe alla radice ‘man’ (‘pensare’). I consiglieri non… pensano prima di dare un consiglio? E i dignitari di Corte non sono consiglieri? Altri autori, invece, propendono per il latino “mandare” nel senso di ‘comandare’, verbo che dà origine al contratto di ‘mandato’, previsto da tutti i codici civili europei. Quanto al frutto che ha preso il nome di  “mandarino” – la cosa ci sembra ovvia – è un riferimento scherzoso al colore giallo dei… Mandarini, cioè al colore della pelle dei dignitari (e del popolo) cinesi. I botanici, però, non si preoccupano del termine ‘mandarino’ e hanno battezzato l’albero col nome altisonante di  “Citrus nobilis”, sottolineando la dolcezza, il profumo e la ricchezza di vitamine dei suoi frutti.

   Divagando divagando siamo arrivati a due sostantivi pressoché simili nella scrittura (non uguali, si presti attenzione) ma con significati diversi: “aerometro” e “areometro”. Il primo è composto con le voci greche “aèros” (aria) e “mètron” (misura) e indica uno strumento che si usa per determinare i gradi della rarefazione o condensazione di un dato volume d’aria. Il secondo, che si scrive senza l’inserimento della “e” tra la vocale “a” e la consonante “r”,  è, invece, uno strumento galleggiante di metallo o di vetro che serve a misurare la gravità dei liquidi. Si scrive senza la “e” perché è formato con le voci elleniche “araiòs” (fluido) e “mètron” (misura). Attenzione, quindi, c’è l’ “aerometro” che è una cosa e l’ “areometro” che è un’ altra cosa.

   E a proposito di parole composte con la voce greca “aèros”, tipo aeroporto, aeronautica, aerodinamica, aerazione e simili, invitiamo la televisione di Stato e quella privata a controllare l’esatta grafia dei “grafici” prima di mandarli in onda. Qualche sera fa abbiamo letto su un “grafico” di un tg di stato “Arenautica” in luogo della forma corretta “Aeronautica”. E prima ancora  “Aereonautica”. Sarà bene ricordare che tutti i sostantivi con il prefisso “aer” non prendono mai la “e” dopo la “r”: aerostazione, aerodinamica e via dicendo. Solo per l’aggettivo ( “aereo” ) si deve conservare la “e”: veduta aerea.    





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25 aprile 2007

Imparare = venire a conoscere?



Due parole due sul verbo "imparare" che in buona lingua italiana ha un solo significato: apprendere. Viene dal latino "in + parare" (procurare, propriamente "procacciarsi una notizia" e simili) divenuto in lingua volgare (italiano) "imparare". Sono da evitare, per tanto, le sue varianti popolari nei significati di "venire a sapere", "avere notizia", "venire a conoscere" e simili: questa notizia l’ho imparata da un conoscente; domani ci sarà una riunione aziendale, l’ho imparato or ora; dove hai imparato questo pettegolezzo? Come pure è da evitare l’uso del predetto verbo nel significato di "insegnare" (anche se comunissimo in molte parlate regionali e lo usò lo stesso Carducci , "E dolce un canto le imparava"): chi ti ha imparato l’educazione?

 




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24 aprile 2007

In bocca al lupo!



Chi non ha mai detto a qualcuno "in bocca al lupo!" per augurargli un grande successo in una determinata faccenda; agli esami, per esempio? In gergo linguistico quest'espressione è un'antifrasi (dal greco "anti", contro e "fràzein", parlare), vale a dire una locuzione adoperata in senso contrario a quello che ha propriamente. Si augura, quindi, a una persona di "andare in bocca al lupo" proprio perché non ci vada. In questo senso è una sorta di scaramanzia.




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24 aprile 2007

Essere in bolletta



Per trovare la spiegazione di questo modo di dire che – come tutti sappiamo – significa versare in precarie condizioni economiche, non avere una lira, anzi un euro, occorre prendere il discorso alla lontana e soffermarci sull’ebollizione dell’acqua. Dell’acqua?  Ma cosa c’entra l’acqua con i soldi? Lo vedremo subito. La bolletta, in senso lato, è il diminutivo di bolla: quel rigonfiamento che fa l’acqua quando… bolle. Si chiamò, quindi, bolla (latino ‘bulla’) qualsiasi cosa tondeggiante e rigonfia. Per la medesima ragione si chiamò bolla il sigillo di ceralacca, in modo particolare quello che i re e i papi applicavano sui loro atti ufficiali: si ebbero, così, le bolle imperiali, le bolle regie e quelle papali. In seguito si chiamò bolletta (piccola bolla) qualunque documento emanato dagli uffici pubblici: bolletta del telefono, bolletta del gas, bolletta della luce e via dicendo. E siamo così, giunti, all’origine dell’espressione “essere in bolletta”. Poiché anticamente c’era l’usanza di esporre in pubblico la lista dei nomi (bolletta, documento emanato da una pubblica autorità) di coloro che erano falliti, in teoria, quindi, privi di denaro, è nata la locuzione “essere in bolletta”, essere cioè sulla lista di coloro che per svariati motivi versano in condizioni economiche disagiate.




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23 aprile 2007

Vendere all'asta


Tutti conosciamo il significato dell’espressione

“vendere all’asta”, vale a dire fare una vendita

pubblica, in un determinato giorno, e assegnare

al miglior offerente, per mezzo di un banditore,

quanto viene offerto in vendita. Pochi, forse,

conoscono l’origine. Riportiamo quanto dice in

proposito il “Dizionario etimologico italiano” di C.

Battisti e G. Alessio: deriva dalla locuzione latina

‘sub hasta vendere o venire’, nata dall’uso romano

di vendere i beni dei debitori del Tesoro pubblico

presso un’asta confitta in terra, simbolo della proprietà

quiritaria.

  Di significato affine l’espressione “vendere all’incanto”,

tratta dal tardo latino “inquantum” (da “in” e “quantum”> ‘a quanto’?)

Sottintendendo, ovviamente, il prezzo.

 






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22 aprile 2007

"L'assise" o "le assise?"



Da un quotidiano di Roma, a distribuzione gratuita:

 “Forza Italia, polemiche di Natale

l’assise della Cdl contro Veltroni”

 Questo titolo è tremendamente errato: assise è solo (e rigorosamente) femminile plurale.

Il titolo corretto è, quindi, “… le assise…”.

 

Ecco quanto attesta “Sapere.it”

 

assìse: assìse

s. f. pl.

stor. le sedute dei tribunali feudali; poi le assemblee dei nobili, convocate dal principe

propr.: Corte d'Assise, il tribunale criminale per i gravi delitti

est. e fig. importante assemblea generale.

 




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22 aprile 2007

Uso "errato" di intrigare



I verbi "intrigare" e "intricare" hanno il loro significato proprio che è "avviluppare", "avvolgere" e simili. Si sconsiglia vivamente il loro uso improprio nell'accezione di "allettare", "incuriosire", "interessare". Non si dica, per esempio, quella faccenda mi intriga molto, ma, correttamente, mi incuriosisce, mi interessa, mi alletta e simili.




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22 aprile 2007

"No" e "meno"



Molti adoperano l'avverbio "meno" con il significato di "no": non so se partire o meno. È un uso, questo, scorretto anche se invalso nell'... uso. Chi ama la lingua adoperi sempre il "no" e non scriva, per esempio: non so se gli piaccia o meno. Scriva, correttamente: non so se gli piaccia o no.




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22 aprile 2007

Dare lo spillatico



È molto difficile che qualcuno oggi conosca il

significato di questa locuzione adoperata – un

tempo – per indicare la “somma che il marito dava (dà?)

periodicamente alla moglie per le minute spese

personali”. Oggi, nella maggior parte dei casi, le

mogli non sono più solo “gli angeli del focolare”,

hanno un loro lavoro e non hanno più bisogno

dello “spillatico”, anzi contribuiscono anch’esse

alle spese per il mantenimento della famiglia. Un

tempo, però, non era così e lo spillatico era strettamente

necessario. Ma quale relazione può intercorrere

tra questo piccolo assegno e gli spilli?

Una relazione intima. Per scoprirla è necessario

tornare indietro nella storia e fermarsi agli inizi

del secolo XIV. Un geniale sarto parigino ebbe la

brillante idea di sostituire ai chiodetti d’oro che

il ceto benestante soleva usare per agganciare le

vesti, e che nel breve volgere del tempo rovinavano

la stoffa, delle asticciole aguzze da un lato

e provviste di una capocchia dall’altro, “aggeggi”

che furono chiamati “spilli”. Quest’invenzione riscosse

un tale successo che il re Luigi XI dispose

– fra le altre cose – di assegnare alla figlia, come

dono di nozze, un cofanetto di tali spilli (naturalmente d'oro). Da questo

dono regale fu coniato il termine “spillatico” con

il significato su detto.




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21 aprile 2007

Anche le vespe fanno i favi



Ecco un modo di dire, veramente sconosciuto ai più, con il quale si invitano le persone a "stare in guardia", al fine di distinguere tra ciò che realmente è buono e quello che buono lo è solo in apparenza. L'espressione fa riferimento al favo costruito dalle vespe che apparentemente è simile a quello "messo in opera" dalle api, ma sostanzialmente ben diverso. La locuzione riprende un detto di Tertulliano ("Adversus Marcionem", 4,5) il quale con la sua "similitudine" intendeva stigmatizzare aspramente la fondazione delle Chiese dei Marcioniti.




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21 aprile 2007

Avere il pallino...



Avere il pallino di una cosa
, tornare, cioè, sempre con il pensiero a questa; avere, insomma, quasi una mania. Con molta probabilità il modo di dire si collega all' "uso" dei giocatori di bocce che per vincere la partita cercano di far accostare il più possibile le bocce al pallino. Di qui, appunto, il probabile significato di pallino come idea fissa verso la quale tutto converge.




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21 aprile 2007

No e non "pari non sono"



Gli avverbi di negazione "no" e "non" hanno usi nettamente distinti; non si possono adoperare "ad capochiam" o ricorrendo al lancio della monetina: testa "no", croce "non". Il primo ( "no" ) appartiene alla schiera delle così dette parole olofrastiche (dal greco "hòlos", intero e "phrazo", dichiaro) le quali riassumendo in sé un’intera frase debbono essere sempre isolate e in posizione accentata; non debbono, cioè, essere seguite da altra parola: vieni o no?

Risulta evidente, dall’esempio, che il "no" è olofrastico in quanto sottintende (e la riassume) la frase "o non vieni?".

Il secondo avverbio ( "non" ) non si può mai trovare in posizione accentata (cioè assoluto, da solo), si deve sempre adoperare in posizione proclitica, vale a dire prima di un’altra parola che necessariamente lo deve seguire: vieni o non vieni?

A questo punto vediamo - per maggiore chiarezza - che cosa significa "posizione proclitica". Si dicono "proclitiche" (dal greco "pro", davanti, prima) quelle particelle atone che si appoggiano nella pronuncia (quindi nell’accentazione) alla parola che segue. Sono proclitiche, ad esempio, tutte le particelle pronominali messe prima del verbo in quanto si pronunciano "unite" al verbo: Giovanni ’mi’ ha parlato.

Non seguite, quindi, le “malelingue” della carta stampata e no che scrivono e dicono, per esempio: amici e non; gli addetti ai lavori e non; cantanti e non; esperti e non e simili. Tutti questi “non” sono errati e vanno sostituiti con “no” per la “legge linguistica” su menzionata.

 




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20 aprile 2007

Familiare o famigliare?



Nell’uso entrambe le grafie sono corrette. Volendo scrivere (e parlare) “bene”, però, inseriremo il digramma “gl” (famigliare) per i parenti e per gli aggettivi che si riferiscono a questi: i miei famigliari; gli affetti famigliari. Con la sola “l” (familiare) l’aggettivo che sta per noto, conosciuto e simili: questo luogo mi è familiare. Useremo lo stesso criterio per i sostantivi familiarità e famigliarità, facendo attenzione a non inserire la vocale “e” tra la “i” e la “t”. Famigliarietà e familiarietà sono grafie errate.
  




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20 aprile 2007

"Prendere il lato alla predica"


Questo modo di dire - per la verità poco conosciuto - si tira in ballo quando si vuole mettere bene in evidenza il fatto che per raggiungere un determinato fine occorrono "astuzia", "sveltezza", "accortezza" ed "occhio" per non cadere in fallo. L'espressione trae origine dall'antica usanza dei fedeli che si recavano in chiesa ad ascoltare la predica e cercavano di prendere il "lato", vale a dire il posto migliore per poterla ascoltare meglio. Naturalmente si faceva molta fatica per trovarlo, bisognava, quindi, essere svelti per non lasciarsi sopraffare dai più zelanti e non correre il rischio di rimanere in fondo alla Chiesa dove la "vista" e l' "udito" non erano appagati. Con il trascorrere del tempo la locuzione ha assunto il significato - più generico - di "usare qualunque accorgimento per raggiungere, in pace, un determinato scopo".






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19 aprile 2007

Uso corretto di "dietro"

Alcune osservazioni sull’uso corretto di “dietro” che ha molteplici funzioni e che non tutti conoscono. Cominciamo con quella veramente sconosciuta ai piú: la funzione aggettivale. Naturalmente si tratta di una forma impropria di aggettivo in quanto il vocabolo in oggetto resta invariato tanto riferito a un sostantivo femminile quanto a un sostantivo plurale: il sedile ‘dietro’; la casa ‘dietro’; i finestrini ‘dietro’.

Come preposizione impropria vale “nella parte posteriore”; “al di là di un’altra cosa” e si unisce direttamente al nome che segue: dietro la casa; dietro la piazza. Alcuni preferiscono accompagnarlo con la preposizione (semplice o articolata) “a”: dietro ‘alla’ facciata; dietro ‘al’ mobile. Riteniamo, questo, un uso non molto corretto e, quindi, da evitare in buona lingua italiana.

Dietro è di per sé una preposizione, sebbene impropria, per quale motivo (grammaticale) farlo seguire da un’altra preposizione? È obbligatoria, invece, la preposizione “di” quando dietro è seguito da un pronome personale: dietro ‘di’ voi; dietro ‘di’ loro. Quest’ultima preposizione (di) si tramuta in ‘a’, però, quando è espresso un concetto di moto a luogo (reale o figurato): andava sempre dietro ‘a’ lei; correva sempre dietro ‘alla’ moda. 

In funzione avverbiale dietro significa “nella parte posteriore” e spesso è accompagnato con altri avverbi di luogo o preceduto dalla preposizione ‘di’: sedeva dietro o ‘di’ dietro, vale a dire “nella parte posteriore”. E, sempre come avverbio, può assumere un valore temporale con il significato di “dopo”: ha commesso un errore ‘dietro’ l’altro.

Concludiamo queste “due parole, due” riportando quanto dice in proposito l’illustre linguista, ormai scomparso, Aldo Gabrielli, un “padre” della lingua:
“Con ‘dietro’ si costruiscono numerose locuzioni scorrette che è necessario evitare; non si dica ‘dietro sua domanda’ ma ‘a sua domanda’; ‘dietro consegna’ ma ‘alla consegna’; ‘dietro versamento’ ma ‘contro versamento’, ‘all’atto del versamento’; ‘dietro il vostro intervento’ ma ‘per il vostro intervento’; ‘dietro la vostra assicurazione’ ma ‘dopo la vostra assicurazione’ (…)”.

E tante altre ancora che omettiamo per non tediarvi oltre misura.

 







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19 aprile 2007

La virgola e la "e"



Chi ha detto che prima o dopo la congiunzione "e" non si può mettere la virgola? Sentite ciò che dice, in proposito, il compianto linguista Aldo Gabrielli.

Continua a venir insegnata nelle scuole un’altra regola fantasma: "prima della congiunzione e non si mette mai la virgola".

Abbiamo detto che la virgola e tutti gli altri segni di interpunzione hanno una funzione essenzialmente stilistica, e il loro uso non può essere regolato che molto genericamente dalla grammatica. Essi sono come le pause musicali: mettendo, togliendo, spostando una pausa, la musica cambia. Per esempio, possiamo dire che "Marta è una donna giovane e bella"; ma possiamo anche dire, volendo sottolineare con una breve pausa la seconda qualità, la bellezza: "Marta è una donna giovane, e bella"; come a dire "e anche bella". In quali casi metteremo dunque questa virgola? In tutti quei casi in cui si voglia, con quel segnetto, dar risalto a un particolare elemento del periodo, anche se questo elemento è preceduto dalla congiunzione e. Sentiamo come usava queste pause il Foscolo ne I Sepolcri: "Si spandea lungo nei campi / di falangi un tumulto e un suon di tube / e un incalzar di cavalli accorrenti, / scalpitanti su gli elmi ai moribondi, / e pianto, ed inni, e delle Parche il canto". È un esempio lampante: le prime due e, nessuna virgola, poiché il periodo deve svolgersi sciolto, precipitoso; le ultime tre e, tutte precedute dalla virgola, che spezza il periodo in tre pause brevi e solenni.

Ma non solo le virgole possono precedere la congiunzione e; tutti i segni di interpunzione possono precederla, perfino il punto fermo. Riprendiamo I Sepolcri: "Ivi Cassandra... / venne; e all’ombra cantò carme amoroso, / e guidava i nepoti, e l’amoroso / apprendeva lamento a

giovinetti. / E dicea sospirando: Oh, se mai d’Argo...".

 




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19 aprile 2007

Il verbo "dire"


Alcune persone (anche “gente di cultura”) sostengono che il verbo “dire”, finendo in “ire”, appartenga alla terza coniugazione, come “finire”, per esempio. Non è affatto vero. Dire si classifica fra i verbi della seconda coniugazione – come “temere” – in quanto è la forma sincopata del latino “di(ce)re”. Altre ancora ritengono che il predetto verbo sia correttamente adoperato solo nel suo significato proprio “di esprimere con la voce”, quindi “proferire”. E dove sta scritto? Per il suo significato generico “dire” è usato – frequentemente e… correttamente – al posto di altri piú propri e determinanti come, per esempio, “soggiungere”, “rispondere” e simili, ma non per questo è un uso errato.






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19 aprile 2007

"Aver pisciato in piú d'una neve"



Chiediamo scusa per la volgarità del modo di dire, ma anche le “sconcezze” fanno parte della nostra lingua. Quest’espressione, dunque, probabilmente poco conosciuta, si tira in ballo quando si vuol mettere in risalto la scaltrezza di una persona, scaltrezza dovuta alla sua esperienza per avere molte primavere sul groppone e, quindi, “per aver… pisciato in piú d’una neve”. Il modo di dire si trova “immortalato” dal commediografo Francesco D’Ambra (1499-1558) nei “Bernardi”, una rappresentazione teatrale. Vediamola assieme.

 “Io ho pensato due ore a risolvermi / Se a Viterbo mandare debbo Albizio / Mio figliuolo, o no: e mi tenevano / Due cose. L’una, che gli è troppo giovane / e insin a qui perdut’ha mai la cupola / Di veduta, ed anco poco pratico; / Ed a tal cose saria necessario / Un uomo esperto, il quale fosse solito / Ir fuori, e avesse (sí come in proverbio) / Pisciato in piú d’una neve”.




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18 aprile 2007

Avere il mal del prete



Si adopera quest'espressione quando si viene a conoscenza di segreti che, naturalmente, non si possono rivelare a nessuno e si è tormentati come lo è il prete allorché viene a sapere di fatti delittuosi confidatigli in confessione. L'origine di questo modo di dire ­ forse poco conosciuto ­ ci è "raccontata" dal Poliziano in una ballata: "Donne mie, voi non sapete, / ch'io ho il mal ch'avea quel prete. / Fu un prete (questa è vera) / ch'avea morto el porcellino. / Ben sapete che una sera / Gliel rubò un contadino / Ch'era quivi suo vicino / (altri dice suo compare); / Poi s'andò a confessare / e contò del porco al prete. / El messere se ne voleva / Pur andare alla ragione: / Ma pensò che non poteva, / Ché l'avea in confessione. / Dicea poi tra le persone: / Oimè, ch'io ho un male, / ch'io non posso dire avale. / Et anch'io ho il mal del prete".




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18 aprile 2007

Far venire i bordoni



Questo modo di dire, per la

verità, è ormai relegato nella

soffitta della lingua. Non sappiamo,

infatti, quante persone

ancora lo adoperino e quante,

di conseguenza, lo conoscano.

Sappiamo con certezza, invece,

che un tempo la locuzione

voleva dire - in senso figurato

- "far venire la pelle d'oca", "far

rabbrividire". I bordoni, in questo

caso, non sono le "canne

musicali" che hanno dato vita

all'espressione "tenere bordone",

vale a dire assecondare

qualcuno, ma i rimasugli delle

penne di un volatile le quali sono

state spuntate a fior di pelle.

Il medesimo termine è adoperato

per indicare le nuove penne,

quelle che stanno nascendo.

Conosciutissima, al contrario, e

ancora in uso l'espressione "far

venire la pelle d'oca", detto di

cose che incutono paura, ribrezzo,

orrore e che, come il freddo

e i brividi, possono provocare

quella particolare alterazione

della pelle che diviene simile

a quella di un'oca appena spennata.

 




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17 aprile 2007

Iniziale maiuscola? Non sempre



Moltissime persone sono convinte – complice la scuola, gli insegnati non si soffermano sufficientemente su questo argomento (o non lo conoscono?) – che dopo il punto interrogativo (o punto di domanda) si debba “obbligatoriamente” cominciare il periodo che segue con l’iniziale maiuscola. Le cose non stanno cosí. Occorre distinguere da periodo a periodo. Se si tratta di un susseguirsi di domande (o interrogazioni) facenti parte di un unico concetto; di periodi compiuti ma “concatenati” tra loro, ciascuna iniziale avrà la lettera minuscola: “Io andarmene? mai!". Ma vediamo un esempio molto piú autorevole, il Manzoni: “Cos’è? Cos’è? Campane a martello! fuoco? ladri? banditi? Volete tornare indietro ora? e farmi fare uno sproposito? (Promessi Sposi, 6 e 7).




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  "L'avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l'uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare".


(Giuseppe Giusti)



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