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LA LINGUA ITALIANA


Diario


20 maggio 2007

La tautologia non è un... tatuaggio di Fausto Raso


Un’indagine conoscitiva ha messo in evidenza che il novanta per cento delle persone fa un uso eccessivo della tautologia che, nella maggior parte dei casi, è un vero e proprio errore di grammatica oltre che di stile. Vediamo, dunque, che cosa è questa “tautologia” che non ha nulla che vedere con il… tatuaggio.

   Tautologia è parola che deriva dal greco e significa “ripetizione del già detto”.   È formata, infatti, da “tautò” (lo stesso) e “logos” (discorso); è la ripetizione, quindi, di vocaboli o di concetti identici o simili tra loro. “Indagine conoscitiva”, per esempio, è una tautologia che abbiamo adoperato a bella posta per introdurre questa nostra chiacchierata.

   Un’indagine, tutti lo sanno, si fa per  “conoscere”; aggiungere “conoscitiva” è uno spreco di inchiostro (o di voce) oltre che una ripetizione che in buona lingua italiana è da evitare. L’indagine (che, ripetiamo, di per sé è “conoscitiva”) può essere seguita da un aggettivo che specifichi da chi è promossa: indagine parlamentare, giudiziaria, ministeriale e via dicendo.

   Inutile dire che tutta la stampa e la maggior parte dei nostri burocrati ci propinano, a ogni piè sospinto, una sfilza di tautologie. Come i testi delle annunciatrici della radiotelevisione di Stato che ci ricordano che le domande di partecipazione ai vari concorsi vanno presentate “entro e non oltre” la data stabilita nel bando. Entro non significa anche “non oltre”? Un notissimo critico cinematografico ci informa che il “protagonista principale” del film ha ricevuto l’Oscar per la migliore interpretazione. Il poverino, nella foga dello scrivere, ha dimenticato che “protagonista” significa “principale”. Un giovane cronista, sfornato dalla scuola di oggi dove non sappiamo, francamente, se i programmi prevedano ancora lo studio della grammatica e della sintassi, domanda a una giovane attrice esordiente “quali sono le prospettive per il futuro”. Forse c’è anche una prospettiva per il passato che in questo momento ci sfugge; sarà nostra cura informarci e se è cosí ve ne daremo conto nel nostro articolo “prossimo venturo”, come ci capita sovente di leggere o sentire. Prossimo non equivale a venturo?

   Ancora. A norma delle “vigenti leggi” l’imputato è stato condannato a cinque anni di reclusione: solo un giudice impazzito può applicare una legge che non è piú “in vigore” (vigente).

   Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura; vogliamo solo ricordarvi, in proposito, che un giudice non “commina” una pena; la legge la “commina”, cioè la “prevede”.

                                                                                                           






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(Giuseppe Giusti)



Autori: PICOZZA - RASO
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