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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


12 aprile 2007

Non "tacciamo" piú gli orrori di lingua

 

I verbi tacere, giacere e piacere presentano una particolarità che la maggior parte delle grammatiche non riportano: il raddoppiamento della consonante “c” – nonostante il tema o radice ne contenga una sola – in alcune voci del congiuntivo e dell’indicativo. La motivazione che taluni adducono a giustificazione del mancato raddoppiamento della “c”, per esempio, nella prima persona plurale del presente indicativo del verbo “tacere” (voce ‘corretta’: noi tacciamo) per non confonderla con la prima persona del verbo “tacciare” non ha ragione di esistere: il contesto chiarisce il tutto.

   Perché, dunque, questo raddoppiamento improprio? La motivazione è “storica” e va ricercata nel fatto che il nostro idioma è un “miscuglio” di dialetti. La prima persona plurale del presente indicativo e congiuntivo di ‘tacere’ (ma anche di ‘giacere’ e ‘piacere’) – noi tacciamo – ha subíto l’influenza del dialetto meridionale che – al contrario di quello settentrionale, veneto in

 particolare – tende al raddoppiamento delle consonanti. Si dica e si scriva, dunque, noi ‘tacciamo’ nell’accezione di “fare silenzio”, nessuno potrà essere ‘tacciato’ (accusato) di ignoranza linguistica, anzi…

   A questo proposito invitiamo le “grandi firme” (ma chi stabilisce la “grandezza”?), quelle che si piccano di  “fare opinione linguistica”, di scendere dal loro piedistallo e di divulgare le voci “scorrette” che in realtà sono correttissime: noi tacciamo, noi giacciamo, noi piacciamo.

   E a proposito di raddoppiamento, il diminutivo di libro è “libriccino”, con due “c”, non libricino come sovente ci capita di leggere negli articoli di alcune “grandi firme” di cui sopra. La motivazione di questa voce “scorretta” è la medesima: l’influenza della parlata meridionale nella lingua nazionale. Se non piace “libriccino”, voce correttissima, ripetiamo, si può ricorrere ad altri diminutivi: libretto, librettino, libello, quest’ultimo, però, usato per lo piú in senso spregiativo per mettere in evidenza uno scritto infamante e mordace, sebbene la voce spregiativa vera e propria sia “libelluccio”.

 




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  "L'avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l'uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare".


(Giuseppe Giusti)



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