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FaustoRaso
LA LINGUA ITALIANA


Diario


16 maggio 2010

Fare un pranzo da storpiati

 


Q

uesto modo di dire, che significa fare un pranzo da signori, mangiare, cioè, cibi prelibati, con molta probabilità è conosciuto solo a Roma essendo stato coniato dal popolino della Roma papalina. In quel tempo, quando un “proletario” veniva ricoverato in ospedale per una frattura a un braccio o a una gamba o per qualche altra grave patologia era trattato in modo “principesco”, ma soprattutto mangiava cibi delicati che fuori del nosocomio non poteva permettersi. Il popolo, per tanto, coniò l’espressione “pranzo da storpiato” (pranzo riservato agli storpi  degenti in ospedale) nell’accezione di pranzo luculliano e delicato.

 

* * *

 

Due parole su un verbo che - a nostro modo di vedere - molto spesso è adoperato impropriamente: reclamare. Il significato proprio di questo verbo intransitivo è, infatti, “dolersi”, “lamentarsi”, “opporsi”, “lagnarsi”, “disapprovare” e simili: reclamerò con il direttore per il tuo comportamento. Alcuni lo adoperano in senso transitivo dandogli il significato di “pretendere”, “esigere” e simili: reclamerò quanto mi spetta. A nostro avviso non è un uso corretto, anche se i vocabolari ci contraddicono. Ma tant’è.






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15 maggio 2010

"Sdarsi"

 

 

D

alla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

due domande

1 - su un libro ho trovato la frase seguente: l'ippocastano e il melo si SDAVANO di foglie:

il significato è chiaro, ma da dove arriva questo strano verbo?

2 - ho avuto una piccola discussione con mia figlia: si dice "gli asparagi e l'acqua in cui SONO bolliti" o "HANNO bollito" ?

grazie e saluti a tutto il forum

(Firma)

Risposta del linguista:

 De Rienzo Venerdì, 14 Maggio 2010 

1) Si tratta di un verbo che non arriva da nessuna parte. Probabilmente è un brutta invenzione.

2) Bollire vuole l'ausiliare "avere"

---------------------

Cortese Professore,

  il verbo “sdarsi”, orribile, esiste e con varie accezioni. Ecco ciò che riporta il vocabolario Gabrielli in rete: sdarsi

[?dàr-si]

(mi sdò; si coniuga come dàre)

v. rifl.

1 fam., tosc. Cessare di dedicarsi a qualcosa, abbandonarla: passava da un'occupazione all'altra e alla prima difficoltà si sdava Cicognani

? ass. Avvilirsi, abbattersi: non ti sdare per così poco

 2 fam. Profondersi in qualcosa: mi sono sdato in complimenti

? ass. Fare qualcosa con impegno perfino eccessivo: per quel lavoro mi sono sdato.

Si trova anche in altri “incunaboli”, tra cui:

Nuova grammatica italiana: compilata su le opere dei migliori filologi e ...? - Pagina 84

Michel Melga - 1900 - 271 pagine

Sdarsi, contrario di ...

Scrivendo & parlando: usi e abusi della lingua italiana? - Pagina 228

Luciano Satta - 1988 - 295 pagine

... sdarsi, beninteso-, ma solo affermare la sua naturalezza di struttura e di
contenuto semantico.
...

 






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25 marzo 2010

Andare a manetta

 


C

ome tutti i padri “moderni”, il ragionier Berretti non perse tempo e appena il suo rampollo compí il diciottesimo anno d’età gli regalò una fiammante auto sportiva con tanto di... manette, raccomandandogli di essere molto prudente durante la guida. “Vedi figliolo - esordí il padre - moltissimi miei colleghi hanno abituato i loro ragazzi ad andare in auto in manette, cosí, sostengono, i loro figli non possono ‘sbizzarrirsi’ molto nella guida ed essi si sentono molto piú tranquilli. Usale anche tu, Fabrizio, farai contenta tua madre”. Il giovanotto non riuscí a celare una certa meraviglia: non riusciva a capire come potessero guidare - i suoi coetanei - l’automobile “ammanettati”. Non voleva, però, contraddire il genitore che era sicuro di avere risolto il problema della velocità, “croce” di tante famiglie, con le manette, appunto. Poi ebbe una felice intuizione e, rivolto al padre, disse: “Papà, non vorrei che avessi capito male, probabilmente i tuoi colleghi ti hanno detto che i loro figli - sciagurati - vanno sempre ‘a manetta’, cioè, come si dice in gergo, ‘a tavoletta’, ossia ad altissima velocità”. Fabrizio non conosceva quest’espressione - “andare a manetta” - ma aveva intuito, appunto, il significato: correre, andare sempre di fretta e, per estensione, fare qualcosa con grande foga, oltre, naturalmente “andare a manetta”. La “manetta”, infatti, è quella del gas che un tempo - in alcuni veicoli - ‘comandava’ l’afflusso del carburante: piú si apriva la manetta, piú affluiva il carburante, incidendo, naturalmente, sulla velocità del mezzo di trasporto.




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24 marzo 2010

Fare il (essere un) crumiro

 


D

urante uno sciopero generale un operaio,  non in linea con il sindacato promotore della protesta, fu avvicinato da uno dei  “protestatari” tra i piú facinorosi e fu invitato da questo ad appartarsi un attimo per una comunicazione “riservata” e della massima urgenza. Il crumiro si guardò bene dall’accettare l’invito del collega: aveva mangiato la foglia; aveva capito subito, cioè, che la comunicazione “riservata” sarebbe stata spiacevole per la sua... salute. Ma chi è questo ‘crumiro’? Come tutti sappiamo è la persona “ribelle” alle leggi dello sciopero; e perché si chiama cosí? Il termine, nell’accezione attuale, ci è giunto pari pari dalla cugina Francia. Nel 1881 i Crumiri (nome di una tribú di Bèrberi e di Arabi della parte occidentale della Tunisia) con le loro azioni piratesche contro le navi francesi dettero il pretesto alla Francia per occupare militarmente la Tunisia e liberarla da questa popolazione che era considerata la piú turbolenta e ribelle alle leggi. I Francesi ben presto cominciarono a chiamare crumiri anche i ribelli alle leggi dello sciopero.

Il termine, oltrepassate le Alpi, è giunto a noi con lo stesso significato: lavoratore non in linea con gli interessi della categoria. Fare il crumiro, quindi, comportarsi come i Crumiri ribelli a tutte le leggi.

 

 

* * *

  

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

Barcamenarsi tra il colto e l’ inclita

Caro De Rienzo,

perché colto maschile e inclita femminile? Par condicio? Qual è l'origine di questa espressione di uso abbastanza comune?

Il verbo barcamenarsi lo si usa soltanto sulla terra ferma, anziché in marina. Come mai?

Grazie per la doppia attenzione.

(Firma)

Risposta del linguista:

  De Rienzo Martedì, 23 Marzo 2010 

La parola al Forum.

---------------

Gentile Professore,

il perché di “inclita” e non (correttamente) “inclito” lo spiega Giulio Nascimbeni:

“Perché si dice «al colto e all' inclita» e non «al colto e all' inclito»? Perché uno al maschile e l' altro al femminile? La locuzione scherzosa, usata per esprimere una cosa risaputa da tutti, deriva dall' espressione con cui, nell' Ottocento, gli imbonitori da fiera si rivolgevano ai civili e ai militari che li ascoltavano: «Al colto pubblico e all' inclita guarnigione». L' aggettivo «inclito» significa «illustre, famoso». Lo usarono, tanto per citare qualche solenne esempio, Dante («inclita vita») nel venticinquesimo canto del Paradiso, il Leopardi all' inizio dell' «Inno ai Patriarchi» («E voi de' figli dolorosi il canto, / voi dell' umana prole incliti padri») e il Foscolo al verso 137 del carme «Dei Sepolcri» («Ma ove dorme il furor d' inclite gesta»).”

Quanto a barcamenarsi, non ci risulta che si usa solo sulla terraferma perché significa “sapersi destreggiare in qualunque occasione (e in qualunque luogo)”, sia in mare sia in terra, quindi. Il verbo è una similitudine presa dal rematore che sa menare (condurre) la barca tra mille difficoltà. E a proposito di terraferma, il suo plurale, di uso rarissimo, è terreferme perché è un nome composto di un sostantivo e di un aggettivo e i nomi cosí formati, nella forma plurale, cambiano entrambi.

 

 

 




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23 marzo 2010

Gratuíto? Perché no!?

 

A

i tempi, ormai lontani, della scuola ci hanno insegnato (e, forse, insegnano ancora) una grande baggianata: l’aggettivo gratuito si deve pronunciare “perentoriamente” con l’accento sulla “ú” (gratúito). No, amici, questo aggettivo ha due pronunce: gratúito e gratuíto. La piú comune, però, è la prima: gratúito. Non lo sostiene l’estensore di queste noterelle, lo sostengono i sacri testi.

Sabatini Coletti: gratuito [gra-tùi-to, meno freq. …-tu-ì-…] agg.

Gabrielli: gratuito  [gra-tù-i-to] raro, poet. [gra-tu-ì-to]

Dop (Dizionario di Ortografia e di Pronunzia): 

 

 

* * *

 

Àgape e Àgave

 

Non si confondano questi due sostantivi, entrambi di genere femminile, perché non sono l’uno sinonimo dell’altro. Il primo indica un banchetto, per lo piú fra amici; il secondo una pianta grassa.

 





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22 marzo 2010

L'emancipazione

 

L

’emarginazione - di cui abbiamo parlato ieri - ci ha fatto venire alla mente per assonanza, ma soprattutto per contrasto, l’emancipazione, che potremmo definire il suo contrario. Questa volta il termine è registrato da tutti i vocabolari in quanto è di chiara provenienza... latina. Alla voce in oggetto possiamo, infatti, leggere: “L’emancipare, secondo il diritto odierno e secondo il diritto romano e, in senso figurato, il sottrarsi da uno stato di soggezione e la condizione che cosí si raggiunge”. Il tutto, però, non è chiaro se non esaminiamo, con attenzione, il verbo dal quale il termine deriva: emancipare, appunto. L’emancipazione, quindi, è un deverbale, cioè un sostantivo “partorito” da un verbo. A questo punto diamo la “parola” a Ottorino Pianigiani, illustre glottologo, che sarà di gran lunga piú chiaro dell’autore di queste noterelle. Vediamo, dunque.
 

In senso figurato, per tanto, l’emancipazione è la liberazione da una soggezione di qualunque tipo: emancipare le donne, riconoscere loro, cioè, gli stessi diritti dell’uomo. L’emancipato, quindi, come dicevamo, non si può considerare il contrario dell’emarginato? O no!?




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21 marzo 2010

L'emarginazione

 


C

rediamo che nessuna parola italiana abbia avuto piú “fortuna” di quella della quale ci occupiamo in queste noterelle: emarginazione. È sempre sulla bocca di tutti, spesso a sproposito. Ma i “fruitori” per eccellenza di questo vocabolo sono gli “operatori delle scienze sociali”: psicologi, sociologi, insegnanti, psichiatri, assistenti sociali. Non c’è un dibattito televisivo in cui uno degli invitati non la “tiri fuori”: la causa di quanto sta accadendo, gentili signori, va ricercata nell’emarginazione in cui sono costretti a vivere questi poveri derelitti. Cosí sentenziò, tempo fa, un notissimo sociologo intervistato da un giornalista della Rai sul problema dei nomadi nelle nostre città. Cos’è, dunque, quest’emarginazione? C’è da dire, innanzi tutto, che abbiamo notato, con vivo stupore, che molti vocabolari non registrano il termine che deriva, ovviamente, dal verbo emarginare, vale a dire annotare, “segnare in margine”. Questa omissione dei dizionari (quelli da noi consultati) si può spiegare, probabilmente, con il fatto che il vocabolo in oggetto non esisteva nell’italiano antico, né, tanto meno, nel latino. Il termine è una voce gergale degli addetti all’arte tipografica e significa, alla lettera, “collocare fuori del margine” (il prefisso “e-” che si riscontra in alcuni verbi suggerisce l’idea di “esteriorità”: e-mettere; e-leggere) e indica, con la massima chiarezza, l’operazione per cui il tipografo colloca una parola o un gruppo di parole fuori delle righe e quindi del “corpo stampato”, nella parte bianca a lato, per metterle bene in evidenza. Se vi capita fra le mani un libro scolastico potrete notare, infatti, che molte parole sono scritte fuori del testo, sulla destra e, per lo piú, in neretto, appunto per evidenziarle. Con uso metaforico, cioè in senso figurato, è stato adoperato, anzi è adoperato, il verbo ‘emarginare’, con i suoi derivati (emarginazione, emarginato), per indicare l’azione per cui una determinata comunità o l’intera società tiene fuori del suo corpo - come una pagina stampata - un individuo o un gruppo di individui. A mo’ d’esempio potremmo dire che sono emarginati tutti gli immigrati in una città in cui non riescono a integrarsi con gli “indigeni”; coloro che per menomazioni psichiche o fisiche non vengono inseriti nella vita quotidiana e “normale” degli altri esseri umani; coloro che a causa delle loro idee diverse da quelle della maggioranza dei loro concittadini sono isolati e quasi respinti dagli altri; i moltissimi diseredati che la miseria tiene fuori delle condizioni, se non ottimali, per lo meno tollerabili della maggioranza delle persone che si ritengono civili.





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20 marzo 2010

Sbellicarsi dalle risa

 


C

hi non ha mai adoperato, anzi, messo in pratica questa locuzione che - come sappiamo - significa “ridere senza ritegno”, “ridere smoderatamente”, “ridere senza riuscire a trattenersi”? Pochi, però, e non vorremmo peccare di presunzione, conoscono il “perché” del modo di dire. Donde viene, dunque? Dal verbo “sbellicare”, di uso intransitivo e rimasto, oggi, solo nella locuzione suddetta e che letteralmente significa “rompere l’ombelico”. Da “bellico” (ombelico) piú il prefisso “s-” che indica separazione o allontanamento. Colui che si “sbellica” dalle risa, dunque, quasi rompe - in senso figurato, naturalmente - l’ombelico. Sulla base di questo primitivo significato sono nate altre locuzioni che alludono alla strana sensazione di sentirsi scoppiare l’addome per un attacco di riso, come “tenersi la pancia dalle risate”, “scoppiare dal ridere” e simili.

 

* * *

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Dubbio su un verbo: singolare o plurale

Gentile Professor De Rienzo,

ho un dubbio su questa frase: ...si costruisce così una rete di informazioni e relazioni che permette (permettono?) di acquisire una conoscenza...

Il verbo permettere, deve essere concordato al singolare con rete, oppure, al plurale con informazioni e relazioni ?

La ringrazio.

Buona giornata.

 L.G.

Risposta del linguista:

 De Rienzo Venerdì, 19 Marzo 2010 

Al singolare con "rete".

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Non saremmo cosí “drastici” nella risposta; il verbo, a nostro modo di vedere, si può accordare tanto con rete quanto con informazioni e relazioni. Forse è meglio quest’ultimo accordo perché il pronome ‘che’ è troppo lontano da ‘rete’. La “legge grammaticale” - ci sembra - in casi del genere lascia “libertà di accordo”, a seconda che si voglia dare maggiore “importanza” a un elemento o a un altro.




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19 marzo 2010

Fare il fattorin delle Stinche





L

a locuzione che avete appena letto ha lo stesso significato dell’altra piú conosciuta: “fare la cresta”. Il modo di dire è tutto fiorentino e lo troviamo in una  “Commedia” di Giovanni Maria Cecchi (commediografo, Firenze 1518-1587). “E perché (i prigioni) non potendo andar fuori a comperar loro bisogne per vivere, bisogna che mandino fanciulli e donne che stanno quivi per far servizi a prezzo, e perché i fanciulli nell’andare a spendere sempre trappolano qualche quattrino o cosa ai poveri prigioni, però quando uno nel fare fatti d’altri furfa qualche cosa dice, egli ha fatto il fanciullo (o fattorin) delle Stinche, cioè fattasi la parte da sé”.

Le Stinche - lo avrete capito - erano le prigioni di Firenze dove venivano rinchiusi i debitori che non avevano pagato i loro... debiti.

 

 




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17 marzo 2010

Bisognerà disfare la capannuccia

 


E

cco un modo di dire pressoché sconosciuto e di marca prettamente toscana ma affine all’altro - conosciutissimo -  “essere al verde”, vale a dire essere in estrema povertà, non avere piú un soldo. L’espressione - ci fa sapere Francesco Serdonati, grammatico e umanista - era di moda tra i giovani fiorentini quando si dilettavano a costruire la capanna per il presepio. Ma diamo la parola al Serdonati: “Bisognerà disfare la capannuccia. Domandano (chiamano, ndr) in Firenze la capannuccia il presepio che rappresenta la nascita di Cristo; e perché quivi si pone il bue e l’asinello, s’usa questo proverbio quando i giovani spendono troppo in giuochi ed altri loro diporti, che spesse volte rimasti senza danari, se ne vanno in villa, e vendono il bue e l’asinello e altri bestiami per far danari di nascosto a’ padri; e cosí disfano la capannuccia perché ne levano il bue e l’asinello”.

 

* * *

 

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

appropriamente e/o appropriatamente?

Gentile Professore,

un quesito mi attanaglia... questi avverbi APPROPRIAMENTE E APPROPRIATAMENTE sono entrambi possibili? E se APPROPRIATAMENTE deriva da 'appropriato", da cosa deriva l'altro?

Grazie.

(Firma)

Risposta del linguista:

 De Rienzo Martedì, 16 Marzo 2010 

Appropriamente non esiste, appropriatamente significa in modo appropriato.

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L’avverbio appropriamente  pur non essendo attestato nei vocabolari, si trova in moltissimi libri, tra cui, addirittura, uno dell’Accademia della Crusca. Potrebbe essere la forma sincopata di “appropria(ta)-mente” come, per esempio, “fantasma” è la variante sincopata di “fantas(i)ma”.

 

Studi di grammatica italiana? - Pagina 216

Accademia della Crusca - 1971

... potrebbero essere definite più appropriamente grazie a termini come ...

 

La Linguistica italiana degli anni 1976-1986? - Pagina 401

Alberto M. Mioni - 1992 - 594 pagine

... dando luogo a ciò che è stata appropriamente chiamata "dual aspect
semantics "5. Da un lato abbiamo la trattazione delle articolazioni del significato, ...

 

Rivista geografica italiana, Volume 7? - Pagina 132

... usano di quei vocaboli promiscui, ne conoscono esattamente il significato,
ma ora li usano in un senso, ora nell' altro ed in entrambi appropriamente. ...

 

Origini del teatro italiano: libri tre con due appendici sulla ...? - Pagina 34

Alessandro D'Ancona - 1891

... fedeli l'avvenimento per tal modo commemorato, quei sacerdoti erano
appropriamente vestiti, secondo l'indole dei personaggi storici che
rappresentavano.

 

La Rassegna della letteratura italiana, Volume 99? - Pagina 187

1995

Molti punti fermi sulla trafila tradizione-trasformazione-innovazione sono stati
raggiunti e appropriamente documentati; il materiale offerto è davvero ...

 --------------

La cosa strana, e che incuriosisce, è il fatto che questo avverbio non è registrato nemmeno nei dizionari storici.  

 




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16 marzo 2010

Magari!

 


M

agari!, interiezione con la quale si esprime un desiderio, un augurio, un’affermazione e sta per “volesse Dio”, “cosí fosse”, “altro che”. Per l’origine diamo la “parola” a Enzo La Stella.

Questa comunissima interiezione che usiamo per invocare un avvenimento fausto e insperato, ha origine greco-bizantina e un significato quasi sacrale, dato che  tira in ballo le anime dei defunti (‘makàrios’, in greco significa beato) che vengono cosí strumentalizzate per l’ottenimento di fini, in genere, terreni. D’altra parte, in quel misto di religiosità e superstizione che sonnecchia nel fondo del nostro animo, si annida sempre la speranza di un evento soprannaturale che venga in nostro aiuto: lo testimonia il frequente ricorso alla ‘smorfia’ (corruzione di Morfeo, divinità greca del sonno e dei sogni) cui si ricorre per trasformare in un terno secco l’immagine apparsaci nel sonno e che spesso è quella di un defunto. Non siamo solo noi Italiani a invocare aiuti da altri mondi: lo spagnolo ‘ojalà’ e il turco ‘insciallah’ giungono addirittura a richiedere l’intervento o l’aiuto di Allah (i Turchi, forse, lo fanno ancora con un residuo di religiosità, cosa che ci sentiamo di escludere per gli Spagnoli, il cui vecchio vocabolo non ha oggi alcun collegamento effettivo con la divinità).

Per il linguista Ottorino Pianigiani l’esclamazione è adoperata soprattutto dai napoletani che l’hanno “esportata” nel resto dell’Italia e vale, come dicevamo, “Dio volesse!”.




 

PS. Si presti attenzione: magari, popolarmente ‘magara’, non sempre è un’interiezione. Si clicchi su  magari

  

* * *

  

Nell’intervento di ieri, a proposito di successo, abbiamo dimenticato di specificare che succedere ha due participi passati: successo e succeduto. Il primo si usa quando il verbo sta per “avvenire”, “accadere”; il secondo quando vale “venire dopo”: ieri sono successe cose turche; Giovanni è succeduto a Lorenzo nell’incarico di amministratore.

succedere


 

* * *

 

Una grammatica italiana da “ascoltare”: http://www.gaudio.org/lezioni/grammatica/index.htm




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15 marzo 2010

Fare una cosa a pera

 


F

are una cosa a pera, vale a dire fatta male, perché le pere sono il frutto che presenta la maggiore irregolarità di forma. La irregolarità della pera, quindi, dà il senso di qualcosa di deforme, di mal costruito e, per estensione, di mal congegnato, quindi di... insensato, di illogico, irrazionale. Di qui anche l’espressione “essere un discorso (fatto) a pera”, cioè sconclusionato, senza senso né logica. Con significato affine le locuzioni “essere il discorso di Arlecchino”, un discorso, cioè, arruffato, che non regge, privo di logica; “essere una pappardella”, vale a dire un ragionamento o uno scritto sconclusionato, sconnesso e, molto spesso, anche noioso.

 

 

* * *

 

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Dubbi

Gentile De Rienzo, le pongo due piccoli quesiti:

1. In prima pagina del Corriere leggo: <qual è> senza apostrofo. È un errore o sbaglio io a non scrivere così?

2. <Successo> è il participio passato di succedere. Perchè ha assunto il significato di oggi, di un fatto decisamente positivo?

La ringrazio e saluto

Angelo

Risposta:

 De Rienzo Domenica, 14 Marzo 2010 

Qual è va scritto senza apostrofo. Il participio di succedere è succeduto.

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Il lettore desiderava sapere perché il participio passato di succedere ha acquisito l’accezione di un “fatto decisamente positivo”. Il motivo è semplicissimo: è il latino “successus” (avvenimento, buon fine, buon esito), derivato del verbo latino “succedere” nel significato di “avvenire” e, per estensione, “riuscire”, quindi “avere buon esito”.

Dal Pianigiani:

 

 
                                                                                      * * *

Lingua, linguacce e società, un articolo di Silverio Novelli
http://www.treccani.it/Portale/sito/lingua_italiana/scritto_e_parlato/ese.html




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14 marzo 2010

Venire alla ribalta

 

 

Q

uesto modo di dire non avrebbe bisogno di spiegazioni essendo conosciutissimo e sulla bocca di tutti. Si adopera, infatti, riferito a una persona che improvvisamente acquista notorietà imponendosi all’attenzione del pubblico per qualche fatto di particolare importanza. Si dice anche, sempre in senso figurato, di avvenimenti che improvvisamente diventano di notevole attualità. L’espressione deriva dall’usanza degli attori di presentarsi “alla ribalta” per ringraziare il pubblico, al termine di una rappresentazione teatrale. Per “ribalta” si intende, oggi, il proscenio, ma quando “nacque” - due secoli fa, circa - era una lunga tavola di legno fornita di cerniere in modo da poter essere “ribaltata”, ai bordi del palcoscenico, per impedire alle luci esterne di illuminare la scena. In seguito venne montata davanti alle lampade su perni girevoli permettendo, cosí, di poter regolare l’intensità della luce. Sempre dalla ribalta del teatro sono derivati altri modi di dire, di uso comune, tra i quali ricordiamo “essere sotto le luci della ribalta”, vale a dire essere al centro dell’attenzione, come un attore illuminato dalle luci del proscenio, espressione riferita, naturalmente, a persone che si mettono in luce per un particolare motivo; “sognare le luci della ribalta”, cioè cercare il successo, la notorietà, come un aspirante attore desidera esclusivamente di... “arrivare”.

 

 

* * *

 

Dal sito dell’Accademia della Crusca, leggiamo quanto segue:

In molti hanno sentito circolare l’espressione a gratis, in sostituzione del tradizionale gratis, e ci hanno chiesto come possa essere nato quest’uso, se sia una forma corretta ed, eventualmente, quali siano i contesti in cui è possibile utilizzarla. (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8300&ctg_id=93)

Se non cadiamo in errore - e per questo chiediamo lumi agli Accademici - abbiamo sempre saputo che la “d” eufonica non si mette prima di una virgola o di una parentetica (un inciso). Il  periodo dell’Accademia - sopra riportato - “... se sia una forma corretta ed, eventualmente, quali siano i contesti...”, letto senza  l’inciso (eventualmente) risulta cosí: se sia una forma corretta ed quali siano i contesti. Frase che ci sembra decisamente agrammaticale. Siamo in errore? Ricordiamo male le elementari regole grammaticali? Nel caso specifico ortografiche?


                                                                              * * *

Leggete quest'interessante articolo di Gian Luigi Beccaria: l'inizio fa rabbrividire
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=&ID_sezione=199&sezione=




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13 marzo 2010

Ti ho capito/a (pronomi clitici, si accordano?)

 

D

allo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

ti ho capito/a

Ho un dubbio. Si dice spesso ti ho amata, ti ho capita?!ma non è più corretto dire ti ho amato, capito, anche se ci si rivolge ad una donna?O è indifferente usare una forma piuttosto che l'altra?

(Firma)

Risposta del linguista:

  De Rienzo Venerdì, 12 Marzo 2010 

Quando l'oggetto è espresso da una particella pronominale anteposta al verbo il participio può essere concordato con l'oggetto.

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Completiamo la risposta dell’esperto. Se i pronomi clitici, cioè le particelle pronominali, anteposti al verbo sono di terza persona (lo, la, le, li) l’accordo con il complemento oggetto è obbligatorio: ieri la ho incontrata (non abbiamo apostrofato ‘la’ per evidenziare il genere femminile); dopo che li avrò incontrati, deciderò ecc. In proposito è interessante questo collegamento: http://forum.accademiadellacrusca.it/forum_7/interventi/2147.shtml

 

 





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12 marzo 2010

Sembrare un topo uscito dall'orcio

 


Q

uest’espressione si riferisce alle persone che, per un qualunque motivo, sono bagnate fradicie, con gli abiti “attaccati” al corpo e i capelli “appiccicati” alla testa; ma soprattutto si dice di persone che amano avere i capelli impomatati, unti di brillantina, di “gel” e prodotti simili. Il modo di dire richiama alla mente l’immagine del topo che esce da un orcio, dove un tempo si teneva l’olio, con il pelo unto, quindi, e di conseguenza appiccicato alla pelle. Non intendiamo offendere nessuno, amici, ma possiamo assicurarvi di conoscere, ahinoi, moltissimi uomini che sembrano dei topi usciti, appunto, da un orcio. 

 

* * *

 

Dallo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

Eradere

Mi sono da poco imbattuto,nel corso di una lezione universitaria, nel termine 'eradere'. In realtà non era la prima volta che lo sentivo, né ho avuto difficoltà a comprenderne il significato. Il problema è che il termine, che se non mi inganno è sinonimo di cancellare, non è presente nei dizionari; almeno non in quelli che ho avuto la possibilità di consultare (devoto oli, sabatini coletti, treccani, hoepli). Volevo sapere se il termine è corretto (cosi' sono propenso a credere dato che a utilizzarlo è stato un docente di lettere) e se si' perchè non ve n'è traccia nel vocabolario.

(Firma)

Risposta del linguista:

  De Rienzo Giovedì, 11 Marzo 2010 

Per me è verbo sconosciuto. Non è detto che un professore di lettere universitario sia infallibile: io chiederei spiegazioni a lui.

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“Eradere” non è attestato nei vocabolari ma ‘esiste’ e adoperato, come si può vedere, da molti scrittori:

I greci in Adriatico, Volume 2? - Pagina 168

Lorenzo Braccesi - 2004 - 373 pagine

... come le poteva eradere la intensa lavorazione millenaria delle vigne, che
danno anche oggi un vino della migliore qualità, chiamato oggi "Grk"-"Greco".

Lingua e cultura intorno al 295 a. C.: tra Roma e gli italici del nord? - Pagina 142

Loretta Del Tutto Palma, Aldo Luigi Prosdocimi, Giovanna Rocca - 2002 - 261 pagine

... aggiungere l'asta sul punto non c'era bisogno di eradere quella già
esistente e di farne un'altra si supera se si considera che per la tecnica a
rilievo ...

Lingua e cultura intorno al 295 a. C.: tra Roma e gli italici del nord? - Pagina 142

Loretta Del Tutto Palma, Aldo Luigi Prosdocimi, Giovanna Rocca - 2002 - 261 pagine

... aggiungere l'asta sul punto non c'era bisogno di eradere quella già
esistente e di farne un'altra si supera se si considera che per la tecnica a
rilievo ...

Rivista storica italiana, Volume 6? - Pagina 276

- 1889

... riuscirono ad eradere; lo Stilo, Don Harco Petrolo, ...


Per la coniugazione del verbo “inesistente” si clicchi su:

http://www.italian-verbs.com/verbi-italiani/coniugazione.php?verbo=eradere

Si veda anche quest'altro collegamento: http://tlio.ovi.cnr.it/voci/012374.htm




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10 marzo 2010

Dare l'erba trastulla

 


I

l significato di questo modo di dire dovrebbe essere conosciuto: lusingare inutilmente qualcuno, illuderlo, dargli false speranze; ma anche “tenerselo buono” con false promesse per non farsi disturbare o per non rispettare un impegno preso. L’espressione, ci sembra evidente, è ricavata dal verbo “trastullare”; passando dall’accezione originaria di ‘far giocare’ qualcuno a quella di ‘prendersi gioco’ di una persona. E l’erba?  Probabilmente per il suo risvolto alimentare o per “amor di metrica”.

Invitiamo gli amici blogghisti  che avessero una spiegazione piú convincente di segnalarla nei commenti. Li ringraziamo anticipatamente.




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9 marzo 2010

Uso improprio di "condensare"

 


I

l verbo “condensare” è pari pari il latino ‘condensare’, derivato di ‘densus’ (denso) e in buona lingua italiana ha un solo significato, “far denso”, “rendere denso”: condensare il latte. I vocabolari lo attestano anche con uso figurato con il significato di “compendiare”, “riassumere”, “sintetizzare” e simili: condensare la trama di un racconto. In questa accezione è modellato sull’inglese “to condense”. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere aborrisca dall’uso del verbo in questione secondo l’... uso inglese. Dal Pianigiani:




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8 marzo 2010

Reclamare

 

 

A

ncora una volta dobbiamo constatare che il vocabolario di Aldo Gabrielli in rete (probabilmente ‘ritoccato’) e il “Dizionario Linguistico Moderno” dello stesso autore “fanno a pugni”: non concordano sull’uso corretto del verbo ‘reclamare’. Per il dizionario in rete cliccate su reclamare . Vediamo, ora, ciò che scrive nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”.

(Reclamare) In buona lingua italiana è soltanto intransitivo, e vale protestare, lagnarsi, dolersi e simili (...). Si costruisce con “a”, “contro”, “presso”, “in”: “Reclamate al governo”; “Reclamerò contro questa disposizione”; “Reclamiamo presso i superiori”; “Reclamate in direzione”; anche assoluto: “Prima obbedisci, e poi reclama”. Non è quindi corretto usarlo transitivamente, imitando il francese: “reclamare gli arretrati”; “reclamare il maltolto” e simili.; qui i verbi propri sono richiedere, domandare, rivendicare. Tuttavia, in questo senso, è già entrato nell’uso, e i dizionari già lo registrano. Da espellere dalla nostra lingua è invece nel significato, tutto francese, di esigere, richiedere, chiamare, volere: “Questa offesa reclama vendetta”*; “La terra arsa reclamava la pioggia”; i verbi sopra suggeriti sostituiranno benissimo l’improprio ‘reclamare’.

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* Questo esempio, “condannato” nel Dizionario Linguistico Moderno, è ritenuto corretto nel vocabolario in rete.




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7 marzo 2010

Prendere il turco per i baffi

 

 

 

C

hi non conosce questo modo di dire che significa avere un colpo di fortuna; riuscire in un’impresa ritenuta particolarmente difficile? L’espressione fa riferimento ai tempi in cui i Saraceni, con le loro scorribande, terrorizzavano le coste del Mediterraneo. Questi “guerrieri” erano ritenuti nemici sanguinari e invincibili. Riuscire a catturarne uno, afferrandolo inoltre per i baffi di cui questi ‘soldati’ andavano fieri, era ritenuta un’operazione cosí difficile e pericolosa da potersi giustificare esclusivamente con un incredibile colpo di... fortuna. Di qui, per l’appunto, l’uso figurato.

 

* * *

 

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

sdraio, sdraia

Caro Professore,

la sedia a sdraio si può abbreviare in "la sdraio"? Esiste anche "la sdraia"?

Distinti saluti

(Firma)

Risposta dell’esperto:

  De Rienzo Sabato, 06 Marzo 2010 

Esiste la sdraio e di uso più raro lo sdraio.

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Il lettore desiderava sapere se esiste “la sdraia”. Sí, esiste ed è preferibile a “la sdraio”. Sedia pieghevole (più comunemente ‘sedia a sdraio’), costruita in modo da potervisi sdraiare; è costituita di un’armatura di legno o di metallo a inclinazione regolabile, e da un fondo di tela resistente o di materiale plastico. Il plurale, naturalmente, è “le sdraie”. La sdraio, sostantivo invariabile nel plurale, è la forma ellittica di “ la sedia a sdraio”: la (sedia a) sdraio. Il suo uso, però, è raro.
Dal Dop:




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6 marzo 2010

Interrogative "fàtiche" e "diffratte"

 


R

iprendendo il nostro viaggio attraverso il “gergo linguistico” ci imbattiamo in un termine relativamente recente, coniato dall’antropologo polacco-americano B. Malinowschi (1884-1942), ‘fàtica’, con il quale si intende quella particolare funzione che talvolta presenta il linguaggio verbale, non nel comunicare e chiedere informazioni, bensí nello stabilire o mantenere un ‘contatto’ fra due persone (locutore e destinatario). Hanno tale funzione, per esempio, le frasi interrogative fàtiche (o di cortesia): “Pronto, come sta?, mi sente?, come va?” con cui si avvia una conversazione telefonica o un ‘dialogo’ in ascensore. Il termine non ha nulla che vedere con la “fatica” (latino: ‘fatíga’) vale a dire con lo ‘sforzo’ fisico o mentale che si sostiene nel compiere un lavoro e che mette a dura prova le nostre energie; la “fàtica linguistica” viene dal vecchio verbo latino ‘fari’ (parlare, pronunziare). Come abbiamo scritto piú volte  molti ‘sacri testi’ ignorano il gergo linguistico che, al contrario, deve essere portato a conoscenza di tutti coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere. Le frasi interrogative fàtiche (o di cortesia), dunque, strettamente imparentate con le interrogative retoriche la cui risposta è insita nella domanda, consistono - come abbiamo visto - in formule (di cortesia) che ricorrono in apertura di dialogo, per ‘rompere il ghiaccio’, soprattutto in situazioni formali, “come va?”; “anche lei qui?”; “ha visto che tempo?”; “è già tornato?”. Nel primo esempio l’ ‘interrogativa fàtica’ verte su un dato che non si conosce (“come va?”), non si conosce, cioè, lo stato di salute dell’interlocutore (per questo motivo è detta anche di cortesia in quanto è una formalità). Negli altri casi l’interrogativa fàtica è una banalità perché la risposta è implicita nella domanda stessa (ecco la somiglianza alle interrogative retoriche, anche se queste sono, molto spesso, di forma negativa). E sempre in tema di proposizioni interrogative come non accennare a quelle che adoperiamo tutti i giorni, inconsciamente, e che in gergo si chiamano “interrogative diffratte”? Quando le usiamo, dunque? Soprattutto quando ci troviamo a tavola, per esempio, e rivolgendoci a un nostro commensale diciamo: “Mi passeresti, per cortesia, il pane?”. Questa interrogativa è chiamata - come dicevamo - “diffratta”, termine mutuato dall’ottica (“diffrazione”)* e ripreso dalla critica testuale con il quale si intende qualificare quelle proposizioni interrogative totali che ‘deviano’ il loro corso e dissimulano il contenuto reale della domanda per motivi di mera cortesia. Ci spieghiamo meglio. Dicendo  “mi passeresti il pane?” formuliamo una domanda che equivale a un ordine (“passami il pane!”)  deviando, quindi, il vero senso della richiesta. La “diffrazione”, infatti, senza entrare in un campo che non ci compete e non conosciamo molto bene, non è, grosso modo, una “deviazione”?  
------------------------
*  
 diffrazione

                                                                  * * *
 
Verbi "difficili"? Niente paura. Cliccate su  http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8004&ctg_id=93




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5 marzo 2010

"Inequo"! Perché no?

 


D

allo “Scioglilingua” del Corriere della Sera in rete:

inequo al posto di iniquo

Spesso al posto dell'aggettivo "iniquo" viene usato "inequo". Lo si può accettare?

(Firma)

Risposta dell’esperto:

  De Rienzo Giovedì, 04 Marzo 2010 

No.

------------------

“Inequo”, a nostro modesto avviso, si può accettare (non da incoraggiarne l'uso, comunque) anche se non è attestato nei vocabolari. Perché si può accettare? Perché è formato con il prefisso negativo“in” (non) e l’aggettivo “equo”: “non equo”, quindi... inequo. Si trova anche in alcuni libri:

Il principio di perfezione nel pensiero Dantesco?

Adriana Diomedi - 2005 - 177 pagine

Se inequo è il livello del dono divino, eque sono invece le aspettative morali,
evocate ad esaltazione della personalità federiciana e che al di là ...

Atti? - Pagina 669

Italy giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agric - 1881

Qui regge la mezzadria sovranamente, ed è piuttosto lodata come moralizzatrice.
Però il patto delle tasse fondiarie alla metà, è così inequo e vessatorio ...

Le capacità di scrittura negli esami di Stato: analisi delle prime prove ...? - Pagina 58

Mario Ambel, Patrizia Faudella - 2001 - 127 pagine

(Tema di carattere generale) "...il mondo d'oggi è inequo verso i deboli..." (
Tema di carattere generale) ...


* * *

 

Avere la coscienza come il cane di ser Corniola

 

Questo modo di dire - ormai desueto, per la verità - si ‘tira in ballo’ quando si vuole mettere in evidenza, ironicamente, il fatto che una persona vuole campare alle spalle degli altri. La locuzione è tratta da una novella (fiorentina?) che narra di un certo messer Corniola, poverissimo, la cui unica ricchezza era l’amore per il suo fidato cane. La miseria, però, costringeva i due a lunghissimi e sospirosi digiuni. La bestiola, per natura, “non ci stava” e la sera si intrufolava nelle case cercando di rubacchiare il cibo per sé e per il suo padrone. Questi - alla vista di tanto ben di Dio - non si chiedeva da dove provenisse tutto quello che metteva sotto i denti. La cosa si seppe in giro e tutti si meravigliarono della ‘coscienza’ del cane di ser Corniola tanto che ne fecero, appunto, il detto “avere la coscienza come il cane di ser Corniola”.


 

 

 

 

 

 

 




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4 marzo 2010

Cercar farfalle sotto l'arco di Tito

 


Q

uesto modo di dire, con molta probabilità poco conosciuto, serve a mettere in evidenza il comportamento o l’atteggiamento di una persona non adatto alla solennità del momento e al luogo in cui si trova. L’origine dell’espressione si fa risalire a un’immagine poetica di Giosuè Carducci il quale, in una delle sue bellissime “Odi barbare”, si rivolge alla maestosità di Roma e ammonisce il visitatore che vi si reca ad andarci con spirito reverente, teso alle antiche memorie della Città Eterna, pronto ad ammirare con commozione gli archi, i templi, le terme e tutto ciò che concerne la ‘romanità’; in caso contrario sarebbe da persona sciocca e irriverente andare a caccia di farfalle sotto l’arco di Tito. Il visitatore sarebbe solo un... “barbaro”.

 

 

* * *

 

Gentile dr Raso,

 ho scoperto da poco, grazie alla segnalazione di un amico, il suo impareggiabile e preziosissimo blog. Ne approfitto per porle un quesito e spero in una sua cortese e sollecita risposta. Ho sempre detto “condividibile”, fino all’altro ieri,  quando alcuni amici, vocabolario alla mano, mi hanno fatto notare che la voce corretta è, invece, “condivisibile”. Ho chiesto il perché. Sono rimasti... muti. Perché, dunque, condivisibile?

Grazie

Giovanni U.

Matera

-------------------

Cortese amico, l’argomento è stato già trattato. Veda questo collegamento: http://faustoraso.ilcannocchiale.it/2008/05/05/condividibile_o_condivisibile.html








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3 marzo 2010

Superlativi "particolari"

 


G

entili amici, oggi vogliamo spendere due parole sul suffisso “-issimo” che serve per la formazione del superlativo assoluto. Quasi tutti gli aggettivi di grado positivo possono diventare superlativi assoluti con una semplice operazione. Si tolgono le desinenze “-o” e “-a” (se gli aggettivi appartengono alla prima classe) ed “-e” (se appartengono, invece alla seconda) e si “appiccica” il suffisso

 “-issimo”: bello, bell, bellissimo; facile, facil, facilissimo. Le cose si complicano un poco quando gli aggettivi terminano in “-io”. Occorre vedere se la “i” è tonica, in questo caso si manterranno le due “i”, quella del tema o radice e quella del suffisso: restío, restiissimo. Se la “i” della radice, invece, è atona si fonderà con quella del suffisso: vecchio, vecchissimo. Un discorso a parte per quanto riguarda gli aggettivi in “eo” e in “-uo”. Alcuni di questi, per esempio argenteo e ferreo, costituendo il complemento di materia non possono per il loro stesso significato diventare di grado superlativo (ma anche comparativo).

Altri, infine, avrebbero il normale finale in “-eissimo” e “-uissimo” che, però, è da evitare per una questione di... “suono”; avremmo, infatti, ateissimo, innocuissimo, idoneissimo ecc., parole decisamente cacofoniche. In questi casi, quindi, si può ricorrere all’ausilio del preziosissimo avverbio: molto proficuo, del tutto ateo, assai innocuo e via discorrendo. A proposito di innocuo, abbiamo fatto una scoperta allucinante: innoquo!

Guardate questi collegamenti:

Note sul Boccaccio in Ispagna nell' eta `media ...? - Pagina 111

Arturo Farinelli - 1906 - 112 pagine

Dal Decameron, tollerato, e qualche volta purgato, dichiarato, collo scarto d'
alcune novelle 'deshonestas', innoquo, ...

La scrittura delle scienze sociali? - Pagina 115

Gabriele Pasqui - 1996 - 219 pagine

è da un lato un che di affatto innoquo; dall'altro lato, però, è stolto il
supporre che con ciò si trovi espresso più di quanto il pensiero possa ...

Critica letteraria? - Pagina 542

1977

E Maccari: « È bene aggiungere che alla Tipografia dove si stampa questo povero
timido innoquo Selvaggio è un continuo viavai di carabinieri, ...

Giornale critico della filosofia italiana? - Pagina 213

Giovanni Gentile - 1980

... fa invece per i cattolici e in non-jurors: di qui l'accento sul carattere
innoquo degli atei e la loro caratterizzazione 109 FT, 1720, (I* edizione), p

Quaderni di lingue e letterature, Numero 1? - Pagina 229

Università di Padova. Istituto di lingue e letterature straniere di Verona, Università di Verona. Facoltà di lingue e letterature straniere - 1976

... possiamo capire come abbia cercato una via di uscita affrontando un
argomento apparentemente innoquo. Scrive alla madre: « Il mio lavoro andrebbe

Potremmo continuare per un bel po’...

A scanso di equivoci: la sola grafia corretta di innocuo è con la “c”. Dal Dop:

Sempre a proposito di 'innoquo', cliccate su questo collegamento: http://www.senzasoste.it/livorno/senti-chi-sparla-piccola-inchiesta-sugli-strafalcioni-della-stampa-locale




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2 marzo 2010

La gelosia? È persiana...

 


S

í, sembrerebbe proprio di sí: la gelosia è nata in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata. Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce (e non esser visti da occhi indiscreti); in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande. Le persiane, chiamate anche gelosie, hanno, però, una stretta relazione con la... gelosia, donde il nome, appunto. Questi serramenti, dunque, che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser... visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per ‘proteggere’ le donne che stanno in casa dagli sguardi degli uomini. Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse (non si potevano aprire, quindi) e molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni apertura della casa. Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per motivi piú “civili”, anche se ne ricordano il nome.

 

 

* * *

 

Dalla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

passato remoto verbo fare

Caro De Rienzo,

so bene che la prima persona plurale del verbo fare al pasato remoto è "facemmo", ma in una frase ho utilizzato "fecimo" e sono stata subito ripresa con tanto di dizionario! Vorrei, quindi, chiederLe, se quest'ultima forma è scorretta, o se può invece essere utilizzata come forma del parlato.

Grazie.

(Firma)

Risposta:

 De Rienzo Lunedì, 01 Marzo 2010 

No, esiste solo una forma letteraria "femmo".

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Non v’è dubbio alcuno che il passato remoto di fare (I persona plurale) è “facemmo”. È esistita, però, fino a qualche secolo fa, la variante “fecimo”, piú vicina al latino ‘fecimus’. Questa forma si trova, infatti, in molti scrittori “antichi”, tra cui “Epistolario di Quintino Sella, Volume 1? - Pagina 60

Quintino Sella, Guido Quazza, Marisa Quazza - 1980

Siccome potrebbe esservi utile il sapere quanto costi un viaggio a Parigi, vi dò

qui un dettaglio delle spese che fecimo lasciando però quelle che in caso ...”.

Si veda anche: Analisi critica dei verbi italiani investigati nelle loro primitiva origine? - Pagina 617

Vincenzio Nannucci - 1843 - 824 pagine

Inf. Quando fecimo dimora per vedere I' altra fessura di Malebolge. ... Fecimo,

 

  

 

 




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1 marzo 2010

"Se non vado errato"...

 


U

n cortese blogghista ci invita a condannare, da questo portale, le espressioni - piuttosto ricorrenti - oltre e non oltre e se non vado errato. Per quanto attiene alla prima locuzione lo abbiamo già fatto - qualche tempo fa, se non ricordiamo male - in un intervento intitolato La tautologia. Con questo termine, che deriva dal greco e significa “ripetizione del già detto”, non si intende un ‘pleonasmo’ (parola superflua) ma una ripetizione, appunto e molto spesso è un vero e proprio errore di grammatica. È una tautologia, per esempio, il ‘classico’ requisiti richiesti. Requisito (“res quaesita”, cosa richiesta) significa già ‘richiesto’, come entro significa già ‘non oltre’. Gli annunci della Rai sono pieni di tautologie: “... la domanda va presentata ‘entro e non oltre’ il  cinque aprile...”. Riguardo alla locuzione “se non vado errato” - che secondo il nostro interlocutore è ‘sballata’ e va sostituita con ‘se non erro’, 'se non cado in errore' e simili - si tratta di una locuzione avverbiale perfettamente in regola con le leggi grammaticali - quindi non condannabile - e adoperata da fior di scrittori. Uno di questi è Giacomo Leopardi, come possiamo leggere in un intervento di Giovanni Nencioni sulla "Crusca":

 http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4597&ctg_id=93




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28 febbraio 2010

Un "orrore" accademico

 

I

n risposta a un lettore che chiede “lumi” circa l’uso corretto dell’articolo indeterminativo, gli esperti della accademia della Crusca, tra le altre cose, scrivono: L’unico caso che presenta possibili problemi è quello dell’articolo indeterminativo maschile davanti a vocale, quando si impiegherebbe l’articolo determinativo forte lo apostrofato, l’. Infatti, la variante elisa di uno non ha l’apostrofo. Si ha quindi: un ariete, un espresso, un ornitorinco, un enzima, un unguento; è sbagliato scrivere *un’animale,*un’enzima;” (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=4274&ctg_id=93)

La "variante elisa", per non trarre in inganno i lettori, va emendata in "variante tronca". Il troncamento - vale la pena ricordarlo - è la caduta della parte finale di una parola. A differenza dell'elisione, che si può avere solo se la parola che segue comincia per vocale, il troncamento - cosa importantissima - si può avere anche quando la parola che segue comincia per consonante (purché non sia una "s impura", una "z", una "x" e i gruppi "gn" e "ps").

 

 

* * *

Daffare e da fare

Se consultiamo un qualunque vocabolario, il Treccani in rete per esempio, alla voce “daffare” leggiamo:  daffare s. m. (non usato al plur.). – Lo stesso che da fare, sostantivato per indicare lavoro, attività in genere, che si debba svolgere, spec. se sia intensa o crei preoccupazioni: ho un gran d.; ho avuto un bel d.; il d. non mi manca.

A nostro modo di vedere, però, è preferibile la grafia univerbata solo quando “fare” è adoperato in funzione di sostantivo: povero Giovanni, avrà un gran daffare per tenere a bada tutti quei fanciulli. In grafia scissa quando il verbo ha valore... verbale: oggi non posso uscire, ho molto da fare.

 

* * *

Segnaliamo un interessante sito per l’apprendimento di una corretta dizione:

http://www.attori.com/dizione/Diz00.htm

 




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27 febbraio 2010

"Cosí cosí" e "cosí e cosí"

 

Cosí

                     Si presti attenzione a queste due espressioni perché di primo acchito sembrano l’una sinonima dell’altra sí da potersi usare, quindi, indifferentemente. Cosí non è. Differiscono nel significato l’una dall’altra. La differenza radicale di significato la spiega, magistralmente, lo scrittore (forse poco conosciuto) Ardengo Soffici. “Ci sono degli scrittori i quali adoperano l’espressione: cosí e cosí, in luogo di quella: cosí cosí. La differenza formale tra l’una e l’altra è minima, ma quella tra i loro significati è immensa. Si dice di una cosa, di una persona, di un fatto che ci son parsi cosí cosí, per indicare che non ci son parsi né buoni né cattivi, né belli né brutti, né importanti né insignificanti, ecc. L’espressione cosí e cosí si adopera invece in tutt’altro caso; e particolarmente per indicare le varie cose che uno ha detto, o le quali si commette di dire a un altro, senza tornare a specificarle, o preparandosi a specificarle. ‘Gli dissi cosí e cosí, ed egli mi rispose cosí e cosí’. ‘Vai a dirgli cosí e cosí: che io non posso andar da lui, che lui venga da me e porti con sé quella roba’ ”.




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26 febbraio 2010

Vabbè...

 

 

D

alla rubrica di lingua del Corriere della Sera in rete:

vabbè esiste?

"vabbè" è italiano? nel Garzanti on line non c'è. Se esiste si scrive con accento o apostrofo?

grazie

(Firma)

Risposta dell’esperto:

 De Rienzo Giovedì, 25 Febbraio 2010 

No, non esiste, in ogni caso andrebbe scritto con l'apostrofo.

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“Vabbè” si trova nel Dizionario di Ortografia e di Pronunzia (della Rai):

 

 

E in moltissimi altri libri tra cui L'italiano di oggi: fenomeni, problemi, prospettive? - Pagina 46

Maurizio Dardano, Gianluca Frenguelli - 2008 - 241 pagine

 

 

 





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25 febbraio 2010

Il guardaroba o la guardaroba?

 


S

arebbe il caso, forse, che i curatori del dizionario Gabrielli in rete leggessero bene tutte le opere del Maestro prima di “mettere le mani” sul vocabolario. Molto spesso il dizionario in rete contraddice quanto scrive, nei libri, il linguista. È il caso di guardaroba. Cliccate su guardaroba per vedere ciò che attesta il dizionario. Vediamo, ora, quello che scrive il Gabrielli nel suo “Dizionario Linguistico Moderno”. “(Guardaroba) nel significato di stanza o armadio dove si conservano vestiti, biancheria, ecc., è sempre femminile: la guardaroba; plurale le guardarobe. Dicesi anche guardaroba la persona addetta alla custodia di quella stanza o di quell’armadio; invariabile nel genere (il guardaroba, la guardaroba), nel plurale fa i guardaroba (un tempo, ma non piú dell’uso, anche i guardarobi) e le guardarobe (...)”.




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24 febbraio 2010

Due parole usate "malamente"

 


L

a prima parola è un aggettivo, erto, forma sincopata di eretto, participio passato del verbo erigere e in buona lingua italiana sta per “in salita”, “ripido”: è un viale erto, cioè ripido. Alcuni danno, invece, a questo aggettivo un significato che non gli è proprio: grosso, spesso e simili. Dicono, per esempio, quel legno è troppo erto, non serve allo scopo. Chi ama il bel parlare e il bello scrivere...

L’altra parola è un verbo, precisamente il verbo esaurire. Si leggono spesso, sulla stampa, frasi tipo “il giudice ha esaurito l’inchiesta”; “l’impiegato addetto ha esaurito la pratica”; “abbiamo esaurito quel determinato compito”. A nostro modo di vedere, in casi del genere ci sono verbi piú appropriati che fanno alla bisogna, secondo i... casi: concludere, finire, portare a termine, eseguire, terminare e simili.




permalink | inviato da FaustoRaso il 24/2/2010 alle 0:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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